Latina

Lo Stato fa di tutto per allontanare le pace

La Colombia stanca di guerra

Prosegue il dibattito sulla scelta di una parte delle Farc di riprendere le armi
18 settembre 2019
David Lifodi

pace n Colombia

Tra il 4 e il 6 settembre, nel dipartimento di Antioquia, sono stati uccisi tre leader sociali, il militante ambientalista Fernando Jaramillo e due esponenti della Junta de Acción Comunal de La Milagrosa, Wilder Elías Godoy Restrepo e León Humberto Alcaraz. Il 15 settembre, informa Resumen Latinoamericano, a Puerto Guzmán (dipartimento di Putumayo), i paramilitari hanno assassinato tre persone contrarie sia alla loro avanzata sia ai ripetuti tentativi di estorsione.

In pratica, in Colombia non trascorre giorno senza morti, scontri o violenze e, in questo contesto, la Segunda Marquetalia proclamata da una parte delle Farc, quella che ha scelto di tornare alla lotta armata rispetto agli ex guerriglieri che invece intendono proseguire per la strada della politica legale sotto le insegne del partito Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común), continua a far discutere. Nel mezzo, una società civile che aspira fortemente alla pace, dopo più di mezzo secolo di guerra, ma che è costretta, sotto il fascismo duqueuribista, a fare i conti quasi quotidianamente con i paras, con gli omicidi mirati contro esponenti delle organizzazioni popolari e con una politica apertamente guerrafondaia sia dell'attuale presidente Iván Duque sia del vero inquilino di Palacio Nariño, quell'Álvaro Uribe che ha trascorso tutta la sua carriera politica a costruirsi il consenso sulla guerra senza quartiere alle due guerriglie del paese, Farc ed Eln, e più in generale ai movimenti sociali.

Rompere l'egemonia delle forze di destra ed estrema destra sul conflitto armato colombiano non è facile. Non è semplice nemmeno contrastare la narrazione della Colombia da parte del duqueuribismo, che indica le Farc come narcotrafficanti e le accusa di aver sabotato quella pace contro la quale si era in realtà scagliato Uribe facendo fallire il referendum promosso dal suo più che ambiguo successore ed ex delfino Juan Manuel Santos. Il movimento per la pace si trova attualmente in difficoltà e le stesse Farc, qualsiasi cosa si possa pensare sia su coloro che hanno deciso di riprendere le armi sia su coloro che hanno preferito rientrare nel gioco politico, rischiano di andare incontro ad una sconfitta, soprattutto se divise.

In questo contesto è assai difficile far passare l'idea che la vera vittima è il popolo colombiano e la responsabile dell'interminabile scia di violenza è quell'oligarchia che ha sempre fatto affari con tutti i presidenti colombiani. Al tempo stesso sembra un po' azzardata l'analisi che vede necessariamente nel rinascere della guerriglia proclamata, tra gli altri, da Iván Márquez, che pure aveva partecipato ai negoziati di pace a L'Avana fin dal 2016) e Santrich, un favore a Uribe, il quale ha giocato d'astuzia portando la guerriglia più longeva dell'America latina a dividersi ed a rendere contemporaneamente la Colombia un paese sempre più violento ed escludente.

Nei primi anni Ottanta lo sterminio pianificato dei militanti di Unión Patriótica provocò una vera e propria mancanza di ricambi nei quadri del partito. Fu allora che le Farc scelsero di tornare alla lotta armata e si creò una vera e propria spaccatura con la divisione, all'interno del Partito Comunista colombiano, tra i favorevoli al ritorno alla clandestinità e coloro che ritenevano comunque necessario di continuare a far politica alla luce del sole. Oggi la storia sembra ripetersi, mentre la pace sempre più diventa un miraggio, con accuse reciproche tra i marquetalianos e il partito Farc (rappresentato da Rodrigo Londoño, nome di battaglia Timochenko), e ad avvantaggiarsene è principalmente l'oligarchia terrateniente colombiana.

Sull'attuale scenario politico colombiano è intervenuto anche Pablo Beltrán, comandante dell'altra guerriglia del paese, quella dell'Eln (Ejército de Liberación Nacional), impegnato in un difficile negoziato di pace con lo Stato a Cuba, da dove ha risposto, via internet, alle domande dei giornalisti Juan Carlos Hurtado Fonseca e Federico García, corrispondenti del settimanale Voz. A proposito dei colloqui di pace a cui avevano accettato di partecipare le Farc, Beltrán cita le parole di un diplomatico colombiano che aveva partecipato ai negoziati: lo Stato intendeva raggiungere la pace per far implodere la guerriglia e frammentarla, non per riconoscerla come forza legale di sinistra in Parlamento. Il comandante dell'Eln fa capire inoltre di condividere la scelta di una parte delle Farc di riprendere le armi, in virtù degli omicidi mirati di un gran numero di ex combattenti e di alcuni loro familiari, tuttavia confida nel desiderio di pace di milioni di colombiani, una vera pace che tolga ai signori della guerra che governano il paese qualsiasi tipo di giustificazione per omicidi, azioni militari contro indios, contadini, movimenti sociali ecc...

La società civile, per quanto schiacciata e sopraffatta da una violenza perlopiù di Stato senza fine preme per un dialogo che passerà inevitabilmente anche dall’unità delle sinistre ed è in questo contesto che il comandante Beltrán cita Alfonso Cano, storico esponente delle Farc: “Niente di ciò che si guadagna il popolo è regalato gratuitamente dall’oligarchia, ma deve conquistarselo”. Anche la pace dovrà essere raggiunta inevitabilmente dalla società civile, considerando che il fine dello Stato colombiano è quello di proseguire la guerra.

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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