Latina

Un intero paese in piazza contro il caro trasporti

Cile: la battaglia di Santiago

La polizia del presidente Piñera reprime senza pietà, ma la rivolta ha come obiettivo il modello economico neoliberista e non si placa
21 ottobre 2019
David Lifodi

repressione in Cile

In Cile il maggior levantamiento popular dai tempi del pinochettismo si è manifestato lo scorso fine settimana. Evento scatenante è stata la protesta contro l’aumento del prezzo del biglietto del trasporto pubblico, unito alle improvvide dichiarazioni del presidente Sebastián Piñera e di alcuni dei suoi ministri. Tuttavia, quella che può essere definita a tutti gli effetti una sorta di vera e propria intifada andina, rappresenta un netto rifiuto a quel modello neoliberista su cui avevano scommesso anche governi di centrosinistra, da Ricardo Lagos a Michelle Bachelet. Non è servita, infatti, la rapida marcia indietro di Piñera, che al pari di Moreno in Ecuador ha subito ritirato la decisione presa. Santiago e le altre città del paese continuano a bruciare e ad ardere di rabbia perché il Cile è un paese dalle fortissime disuguaglianze sociali. In alcuni quartieri della capitale la vita è da primo mondo, in altri l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico significa, per chi vi abita, spenderci almeno 1/3 del proprio salario.

Sebastián Piñera ha delegato per intero la gestione dell’ordine pubblico al generale Javier Iturriaga e, incredibilmente, si è recato in pizzeria per festeggiare il compleanno del nipote, come testimoniato su twitter dal giornalista cileno Max Valdes. Coprifuoco dalle 9 di sera alle 7 di mattina, vietata la libertà di riunioni pubbliche, le funzioni di polizia attribuite ai carabineros, i carri armati per le strade. Le tv trasmettono in maniera ossessiva gli scontri e gli episodi di vandalismo per mostrare che il paese e il governo sono in ostaggio di criminali. In pochi cercano di capire i reali motivi per cui la maggioranza dei cileni, senza alcuna organizzazione da parte di partiti, sindacati o movimenti sociali, ma in forma del tutto spontanea e auto-organizzata, è scesa nelle strade e nelle piazze.

L’aumento del prezzo del trasporto pubblico voluto dalla ministra Gloria Hutt è il secondo dall’inizio dell’anno. Il biglietto per viaggiare nella metropolitana di Santiago del Cile (140 km sottoterra), tra i più cari al mondo, era stato alzato nuovamente nel tentativo di ripianare il debito del piano di mobilità Transantiago, un servizio di autobus di proprietà privata promosso dal governo “socialista” di Lagos travolto dagli scandali finanziari e adesso denominato Red Movilidad.

Nel giro di pochi giorni la sonnolenta Santiago, abituata al refrain dell'economia cilena come una di quelle trainanti dell'intera regione, a scapito però delle fasce sociali più deboli e impoverite del paese, ha deciso di mettere in pratica la protesta degli studenti che, in numero sempre maggiore, hanno iniziato a scavalcare i tornelli delle stazioni metro per usufruire gratuitamente del servizio, soprattutto a seguito della provocatoria dichiarazione del ministro dell'Economia Andrés Fontaine, secondo il quale, per poter utilizzare la metro ad un prezzo più abbordabile, era necessario svegliarsi all'alba. Le tariffe del trasporto pubblico variano infatti in base all'orario di utilizzo dei mezzi.

repressione in Cile

Decine di migliaia di persone si sono rapidamente adeguate e la protesta, a quel punto, è divampata. Nella rabbia dei cileni, come in quella degli argentini che quasi venti anni fa erano scesi in piazza contro il corralito e i diktat del Fondo monetario internazionale al grido “Que se vayan todos”, c'era l'insofferenza contro le politiche di privatizzazione del sistema sanitario e dell'istruzione, le difficoltà quotidiane delle persone più anziane a causa di pensioni misere e l'odio verso quelle transnazionali che si sono accaparrate l'intero paese con il beneplacito dei vari governi di destra e di centro-sinistra. Il levantamiento del Cile rappresenta un pugno nello stomaco al modello economico neoliberista.

Sebastián Piñera ha subito delegato la gestione della piazza ad Andrés Chadwick, il ministro dell'Interno che ancora non ha dato alcuna spiegazione sul caso della morte di Camilo Catrillanca, il giovane mapuche ucciso dalla polizia cilena il 14 novembre 2018. Chadwick, noto per le sue simpatie verso il regime militare, non ha perso tempo ed ha conferito pieni poteri alla polizia. Da qui è scaturita una repressione inaudita e il Cile si è trasformato, di nuovo, in uno stato di polizia. La battaglia di Santiago e delle altre grandi città cilene assomiglia molto alla rivolta di Quito contro Lenín Moreno. L'aumento del prezzo del combustibile, al pari di quello del trasporto pubblico, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, convincendo sia Moreno sia Piñera ad una rapida marcia indietro. Tuttavia è difficile che le rivolte di esauriscano in breve. In Ecuador e in Cile si tratta di due battaglie antisistema che hanno spiazzato il potere dominante. Le comunità indigene, dopo il tradimento di Rafael Correa a seguito delle sue politiche estrattiviste, si sono presi di nuovo la scena, in Cile sono stati gli studenti a dar vita alla protesta, dopo che lo Stato credeva ormai di averli messi a tacere. In entrambi i casi l'obiettivo è chiaro: cacciare i due presidenti e ciò che rappresentano. Le mobilitazioni dei cosiddetti pìngüinos all'epoca della Concertación e poi le proteste degli universitari in occasione della prima presidenza Piñera sembravano solo un ricordo, e invece la storia ha presentato il conto ad un governo ancora fortemente nostalgico della dittatura.

Non è la prima volta che i cileni scendono in piazza contro l'aumento del trasporto pubblico. Era già accaduto nel 1947, contro il governo di González Videla, in occasione della cosiddetta huelga de la chaucha, e di nuovo nel 1957, quando il generale Abdón Parra Urzúa represse nel sangue una nuova mobilitazione contro il caro biglietti per conto del governo del militare Ibáñez del Campo, da cui Piñera sembra aver preso esempio per far tornare l'ordine nelle strade. Chissà se dopo Piñera e Moreno anche Bolsonaro non sarà costretto a fare i conti con le piazze del suo paese?

Note: Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
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