Nel ballottaggio tra Sánchez e Fujimori la candidata di estrema destra sembra prevalere per 600 voti

Perù: ballottaggio con il rischio di frode

Keiko Fujimori ha sfruttato a suo favore lo scrutinio del voto dei peruviani all’estero, ma soprattutto si sta adoperando per far annullare 7.000 voti nella zona rurale di Puno, dove Sánchez ha raccolto una maggioranza schiacciante.
15 giugno 2026
David Lifodi

Perù: ballottaggio con il rischio di frode

Saranno il voto dei peruviani residenti all’estero e di quelli che vivono nelle zone più remote del paese a decidere l’esito del ballottaggio del 7 giugno scorso tra Roberto Sánchez e Keiko Fujimori. Questa era la sensazione prevalente almeno fino a pochi giorni fa. Le ultime stime assegnavano a Sánchez un leggero vantaggio intorno alle 42.000 preferenze, e per la candidata dell’estrema destra sembrava prospettarsi la quarta sconfitta elettorale in un ballottaggio presidenziale, ma tenendo conto anche dello scrutinio delle urne fuori dal paese, che procede lentissimo, Fujimori, con circa il 65% dei voti a suo favore, risulterebbe ampiamente sopra il 34,9% dei consensi ottenuto dal candidato della sinistra. Fuori dal paese, potrebbero essere i peruviani residenti in Spagna a decidere l’esito del voto che, viste le premesse, difficilmente sarà riconosciuto dai due contendenti.

Tuttavia, la situazione è cambiata nel pomeriggio del 12 giugno, quando i sondaggi hanno iniziato ad indicare Keiko Fujimori come possibile presidenta con uno scarto di poco più di 600 voti su Sánchez. Contemporaneamente, la stessa Fujimori ha messo in discussione la validità di circa 7.000 nella zona rurale di Puno, dove Sánchez ha raccolto una maggioranza schiacciante e, la stampa mainstream ha dato corda a questa tesi, parlando di scrutinio ancora aperto e insistendo sulla necessità di dover procedere con un nuovo conteggio dei voti.

Il primo turno, del 12 aprile scorso, si era risolto al fotofinish con Roberto Sánchez che, a sorpresa, aveva estromesso l’ex sindaco di Lima Rafael López Aliaga evitando così una sfida tutta in seno alla destra radicale. Adesso, chiunque vincerà la partita, sempre più in mano agli avvocati, non potrà comunque contare su un’ampia maggioranza, e, in ogni caso, l’eventuale successo di Sánchez, viste le difficili condizioni in cui potrebbe maturare, sarebbe senza dubbio miracoloso.

Del resto, l’appello dei movimenti sociali per recarsi in massa alle urne era stato chiaro: il rischio che vincesse il fujifascismo, nella persona di Keiko Fujimori, candidata di Fuerza Popular, avrebbe dovuto superare ogni remora di carattere etico o elettorale che non fosse la democrazia o lo stato di diritto.

Il fujifascismo, versione ancor più radicale del fujimorismo, rappresenta infatti la causa principale della crisi politica e istituzionale in cui è rimasto invischiato il Perù da almeno un decennio, durante il quale si sono alternati ben nove presidenti. Gli spazi per i diritti civili, sociali e politici sono stati pian piano erosi dal latifondo mediatico, dal proliferare di economie illegali legate a pratiche mafiose nonché dallo strapotere di un’oligarchia corrotta che si è impadronita totalmente delle istituzioni.

In questo contesto Roberto Sánchez, candidato di Juntos Por el Perú che ha estromesso sul filo di lana Aliaga, il quale ha duellato fino all’ultimo voto con Keiko Fujimori per guadagnarsi l’appoggio dell’elettorato di destra ed estrema destra, si poneva come l’ultimo baluardo di fronte al dilagare del potere mafioso, del crimine organizzato e dell’intero sistema di potere fujimorista.

Sotto la presidenza di Alberto “el Chino” Fujimori, la violazione costante dei diritti umani, caratterizzata da numerosi stragi in cui sono evidenti le responsabilità dell’ex presidente, deceduto l’11 settembre 2024 senza aver mai chiesto scusa per i crimini commessi ed essere salutato dallo stato peruviano con tutti gli onori, ha rappresentato un tratto distintivo del Perù. La figlia Keiko non solo non ha mai rinnegato le malefatte del padre, ma le ha rivendicate apertamente, facendosi essa stessa portavoce di quella dottrina neoliberista che ha ridotto all’estrema povertà buona parte dei peruviani svendendo alle multinazionali le risorse naturali del paese.

Non è un caso che, a meno dieci giorni dal ballottaggio, Asociación de Familiares de los Mártires y Víctimas, che riunisce le famiglie delle vittime del massacro di Juliaca, hanno respinto al mittente le scuse pubbliche, poco credibili, rivolte loro da Keiko Fujimori, il cui partito, Fuerza Popular, è stato ben più di una semplice stampella dell’ex presidenta Dina Boluarte, mandante di una violentissima repressione contro le organizzazioni popolari antigovernative avvenute il 9 gennaio 2023.

Protagonista della politica peruviana degli ultimi 20 anni, Keiko Fujimori ha raggiunto per la quarta volta il ballottaggio senza mai riuscire mai a vincere. La sua propensione ai metodi antidemocratici, ereditata dal padre, a partire dall’arbitraria sospensione dei diritti civili per combattere le guerriglie presenti sul territorio, le ha permesso di rimanere in sella nonostante i molteplici tentativi dei settori antifujimoristi per farla cadere.

Al contrario, Roberto Sánchez fin dall’inizio della campagna elettorale aveva dichiarato di puntare alla presidenza per rendere giustizia alle vittime dei massacri di Barrios Altos e La Cantuta, dire basta alle quotidiane violazioni dei diritti umani e ad un potere che, sotto Dina Boluarte, pienamente integrante della visione fujifascista del paese, aveva mostrato il suo volto peggiore, tanto da presentare un articolato piano di governo in caso di elezione.

Il programma di Sánchez, elaborato insieme ai partiti Ahora Nación, Alianza Electoral Venceremos, Partido Cívico Obras, Primero la Gente e la Plataforma por la Democracia, scommette sui valori democratici all’insegna dello slogan Nosotros creemos en la paz, en la vida y la democracia e prevede, in particolare, l’eliminazione di leggi volte a favorire il crimine organizzato, una riforma strutturale della Polizia Nazionale che dia vita ad un comando unificato per combattere il narcotraffico, il rafforzamento dei servizi pubblici, prosciugati dagli ultimi governi, il diritto di poter accedere universalmente alla sanità pubblica e ad un’istruzione di qualità, il sostegno alle piccole imprese e all’economia popolare.

È proprio questo che spaventa gli Usa, le cui ingerenze non sono mancate per tutta la durata della campagna elettorale nonché durante lo scrutinio, e l’oligarchia peruviana.

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