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    Strategie comunicative per un massacro

    Della tragedia di Londra non ci sono immagini né di cadaveri né di
    sangue e, al di là dell’attribuzione ad Al Qaeda degli attentati, si
    veicola il rifiuto netto della connessione con la macelleria irachena. È
    una precisa scelta comunicativa. Vacilla invece la strategia vaticana
    che nega lo scontro di civiltà
    12 luglio 2005 - Gennaro Carotenuto (http://www.gennarocarotenuto.it)


    Nella serata del 7 luglio migliaia di redazioni giornalistiche nel mondo
    hanno cercato senza trovarla un’immagine simbolica dei massacri di
    Londra. Non c’era.

    Quella vana ricerca è stata originata da una precisa e probabilmente
    ponderata e preventiva decisione congiunta dei grandi media britannici,
    del Ministero dell’Interno e degli organi di Polizia. Non ci sono foto
    di quelle dure, non ci sono dettagli dall’interno del metro, né
    cadaveri, né sangue, fumo, zainetti abbandonati, distruzioni. Non ci
    sono neanche scene di disperazione, poche di persone che piangono. La
    totalità della stampa mondiale, venerdì come nei giorni successivi, ha
    utilizzato foto di feriti leggeri, in grado di camminare, e alcune foto
    dell’autobus della linea 30, fatte con uno zoom da considerevole
    distanza. Non è detto che sia un male, ma del 7 di luglio londinese non
    resterà una foto simbolo come l’aereo che si schianta sulle torri o
    l’albatros che affonda nel petrolio o altre foto storiche come quella
    del ghetto di Varsavia o il guerrigliero spagnolo di Robert Capa.

    Nessuno dubita della libertà di stampa britannica, ma il sistema
    mediatico di quel paese è fin troppo centralizzato sulla BBC, un altro
    paio di canali televisivi nazionali ed un pugno di grandi quotidiani,
    Times, Guardian, Independent, Observer. Se c’è in gioco un sentimento
    nazionale e la percezione di un nemico esterno, non è difficile per
    pochi media autorevoli fare quadrato ed orientare l’opinione pubblica
    verso una percezione comune che appare severa e dignitosa. Non era detto
    che così fosse, né che questa fosse realmente l’idiosincrasia del paese
    vista la duratura isteria collettiva di fronte alla morte di Diana
    Spencer. Siamo così di fronte ad una scelta comunicativa con tratti
    molto diversi e più complessi dalla statunitense del 2001 e dalla
    spagnola del 2004.

    L’11 settembre il sistema mediatico del paese e del mondo cavalcarono la
    commozione collettiva fino al parossismo. Niente di tutto il sangue, il
    fumo, la polvere, la disperazione fu risparmiato al telespettatore. Il
    clamoroso attentato fu immediatamente classificato come il peggior
    crimine della storia dell’umanità, un colpo a sangue freddo di un nemico
    che simbolizzava il demonio.

    Tutto preludeva alla necessità e alla giustezza di una “giustizia
    infinita” amministrata dalle mani sicure del Presidente degli Stati
    Uniti. L’11 marzo spagnolo fu comunicativamente più sfortunato. Le
    menzogne di José María Aznar, che pretese di incolpare l’organizzazione
    basca dell’ETA, erano così grossolane e sfacciate che il suo Partito
    Popolare fu duramente castigato dagli elettori la domenica seguente.

    Eppure la strategia del governo Aznar verteva sugli stessi elementi
    delle strategie comunicative dei due paesi anglosassoni. Primo: far
    passare il governo e non solo la cittadinanza come vittima. Secondo:
    tergiversare sulle motivazioni dei terroristi. Terzo: puntare sulla
    diabolicità di un nemico in guerra contro la nostra società aperta.
    Quarto: miscelare elementi diversi, cose vere, sfacciate menzogne e non
    detti per raggiungere l’obbiettivo di compattare l’opinione pubblica al
    fianco del governo. L’approvazione di Bush superò per varie settimane il
    90%. Quella di Blair è cresciuta rapidamente in questi giorni, arrivando
    a toccare il 49%, molto per un dirigente che ha vinto le ultime elezioni
    solo per mancanza di una vera alternativa.

    Tanto grossolano fu il gioco di Aznar come sottile risulta quello di
    Blair, ma per entrambi, l’importante è stato confutare l’idea che gli
    attentati fossero dovuti alla guerra. Nella strategia comunicativa
    britannica vi è un corpus complesso di elementi. La sobrietà è
    giustificata con la necessità di confinare il dolore nella sfera
    privata. La non esposizione del corpo delle vittime contribuisce da una
    parte ad alleggerire il trauma sociale e dall’altra ad evitare che gli
    autori capitalizzino i loro dubbiosi successi. La società statunitense,
    alimentata dai media, reagì all’11/9 con una ripugnante pletora di più
    di 200 assassini di persone con tratti fisici arabi. Decine di tassisti
    di religione sikh morirono così. Fu un pogrom –dimenticato dai media-
    che non si ripeté in Spagna e non si sta ripetendo in Gran Bretagna.

    Alle motivazioni psicosociali bisogna sommare un altro elemento. I
    britannici sono stati indotti a rivivere uno dei momenti più gloriosi
    della loro storia, che sentono come parte positiva del carattere
    nazionale. Con l’effetto Churchill, che Tony Blair ha citato
    ripetutamente, la società è stata chiamata alla stessa compostezza
    mostrata di fronte ai bombardamenti nazisti in piena seconda guerra
    mondiale. La zona Est della città fu allora completamente distrutta e
    perfino Buckingam Palace fu colpito due volte. Eppure l’immagine che il
    paese volle dare fu di assoluta normalità, con teatri e ristoranti
    pieni. Sono gli inglesi che non si fecero invadere quelli che si
    vogliono riprodurre oggi.

    A questi elementi, in maggioranza positivi, è stato necessario offrire
    alcuni elementi collaterali di tergiversazione per completare l’immagine
    offerta all’opinione pubblica interna e internazionale.

    Blair, come Bush, hanno manipolato l’interpretazione degli attentati
    fino a legarla all’impegno del G8 a favore dell’Africa. Una bugia così
    sfacciata da essere paragonabile a quella del loro ex-complice Aznar.
    Per nessuno è conveniente collegare i morti di Madrid e Londra a quelli
    di Baghdad. In questi giorni sono stati sguinzagliati migliaia di
    opinionisti in tutto il mondo che ripetono in maniera martellante lo
    stesso messaggio: l’Iraq non ha niente a che vedere. Non esiste una
    concatenazione etica che dia giustificazione morale agli attentati come
    rappresaglia alla guerra. Ma chiunque neghi il nesso causale politico e
    militare tra i due eventi sta fuorviando l’opinione pubblica. E’ lo
    stesso messaggio finto ingenuo lanciato l’11 settembre: perché ci odiano
    tanto?

    La BBC, docilmente, durante tutto il pomeriggio del giorno 7 ha
    contribuito a proiettare tale immagine. È arrivata perfino a ripetere in
    vari servizi che il motivo degli attentati di Madrid doveva cercarsi
    nella volontà di Osama Bin Laden di riconquistare la penisola iberica
    dopo la caduta di questa nel 1492. È una testimonianza in più che
    contribuisce a scolorire l’immagine della BBC come organo autorevole ed
    indipendente. Ce ne fornisce un’altra, che per lo spettatore attento
    affiora sovente, di organo tendenzioso e parziale. Se Madrid è davvero
    stata la vendetta per la caduta del Regno di Granada di 513 anni fa, e
    Londra voleva impedire gli aiuti ai bambini affamati in Africa, temiamo
    che prima o poi l’autorevolissima BBC reinterpreterà le Torri Gemelle
    incolpando gli indiani Mohawks, che popolavano Manhattan fino al secolo
    XVII.

    UN MISTERO ANTICRISTIANO
    Nel pomeriggio di giovedì, gli osservatori più attenti hanno percepito come un terremoto il primo comunicato uscito dal Vaticano sui fatti di Londra. Alle 13.45 le agenzie attribuivano al Papa Joseph Ratzinger, in una lettera al Cardinale di Londra Murphy O’Connor, la definizione di “anticristiani” per gli attentati.

    Sarebbe stata una svolta di 180 gradi rispetto alla politica del suo
    predecessore Karol Wojtyla. Questo aveva sempre rifiutato l’idea dello
    scontro di civiltà e religioni voluto dai neoconservatori e dai governi
    anglosassoni. Tanto dopo l’11 settembre 2001 e l’11 di marzo 2004, come
    di fronte alle aggressioni all’Afghanistan e all’Iraq, Giovanni Paolo II
    era stato la voce più alta nel distinguere chiaramente tra i presunti
    responsabili degli attentati e l’Islam come religione ed opporsi alla
    guerra frustrando la tentazione di molti –da entrambe le parti- di
    presentare le guerre come conflitti interreligiosi ed evitare che il
    mondo mussulmano potesse considerare tutto il mondo cristiano come
    aggressore.

    In pochi minuti la lettera fa il giro del mondo e arriva sulla bocca di
    migliaia di politici e comunicatori che non aspettano altro per
    martellare –con bolla pontificia- sulla guerra dichiarata da tutto
    l’Islam a tutta la cristianità. Pochi minuti ancora e il sito Internet
    del Vaticano pubblica la lettera in versione integrale. Il termine
    “anticristiano”, è sostituito con “barbarico”, totalmente neutrale. Non
    c’è nessuna smentita né niente da aggiungere: per il comunicato
    ufficiale gli attentati non furono anticristiani ma solo barbari. Se è
    stato un errore, è un disastro, forse il più grave in decenni per la
    diplomazia vaticana e –silenziosamente- qualche testa dev’essere caduta
    nell’ufficio stampa pontificio. Sarebbe un gesto così superficiale da
    potere avere conseguenze gravissime sull’autorità del Vaticano stesso
    come mediatore nei conflitti che coinvolgono il Medio Oriente e il mondo
    musulmano. Se invece è stato un ballon d’essai saremmo alla vigilia di
    un cambiamento insolito, radicale e pericoloso della linea diplomatica
    vaticana con il nuovo pontefice. Benedetto XVI –interpretiamo- non
    scarta l’ipotesi che, nel caso si facessero endemici gli attentati in
    Europa, possa fare una piena scelta di campo a fianco delle potenze
    occidentali. Non sappiamo ancora se Ratzinger abbia la vocazione del
    nuovo Urbano II o Innocenzo III, i papi che proclamarono la prima e la
    quarta crociata, nel 1095 e 1198. Sappiamo però che da un lato l’idea
    d’Occidente e delle radici cristiane dell’Europa sono profondamente
    radicate nel suo pensiero e dall’altro che tutto il discorso vaticano su
    Londra –a parte la scivolata “anticristiana”- ha seguito finora
    scrupolosamente il cammino conciliatorio del suo predecessore.

    Note:


    http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?id=215

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