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    Storie

    È la stampa. E non è una bellezza

    Giornalisti di tutto il mondo, scontratevi. Acque torbide e agitate tra i giornalisti esteri in Italia. Ma la politica c'entra poco
    5 ottobre 2006 - Astrit Dakli
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Grida soffocate e voci inquietanti, notizie fatte filtrare e poi smentite, contestazioni, accuse, censure e sospensioni: cosa sta succedendo all'Associazione della Stampa estera? Questa gloriosa istituzione, che riunisce i giornalisti stranieri operanti nel nostro paese, non sembra proprio la «casa di vetro» che un'organizzazione di giornalisti dovrebbe essere, almeno a giudicare dai rumori che arrivano all'esterno del palazzo romano di via dell'Umiltà.
    I fatti-chiave? Primo, al vertice della Stampa estera c'è da febbraio un presidente, israeliano, contestato come nessun altro è mai stato prima di lui; secondo, due giornalisti sono stati sospesi - dunque privati della possibilità di utilizzare le strutture dell'Associazione, messe peraltro a disposizione dallo Stato italiano - con motivazioni un po' vaghe: per aver violato l'impegno ad osservare «lealtà e correttezza» nei rapporti interni all'Associazione. Sostanzialmente, per aver rotto le scatole.
    «Beghe personali, assai spiacevoli: ma non c'è nessun complotto, nessun caso politico», dice della situazione Dimitri Deliolanes, colonna del giornalismo di sinistra greco e oggi presidente della Commissione fiduciaria (sorta di «corte suprema» dell'Associazione). «Deterioramento gravissimo dei princìpi e dello spirito che dovrebbero giustificare l'esistenza di un organismo come questo», dice invece Eric Jozsef, corrispondente di Libération, per due anni presidente dell'Associazione (tra molte polemiche, come quando nel febbraio 2003 vi invitò il ministro degli esteri di Saddam, Tariq Aziz) e da qualche mese uscitone sbattendo la porta. Jozsef è indignato per aver ricevuto velate accuse di antisemitismo - lui ebreo, con un nonno morto ad Auschwitz - ma soprattutto perché i nuovi dirigenti «hanno coperto chi ha cominciato a mettere in giro accuse di questo genere per colpire e screditare dei colleghi. E se un organismo come la Stampa estera scade a questi livelli, non voglio più averci a che fare».
    I nuovi dirigenti: la vicenda è cominciata in effetti proprio dall'elezione del nuovo presidente (anche se il clima era già deteriorato da tempo). La nomina dell'israeliano Yossi Bar (corrispondente di Yedioth Ahronot) viene contestata duramente come «irregolare» (in effetti Bar ha ricevuto gli stessi voti del suo avversario, il tedesco Tobias Piller della Frankfurter Allgemeine Zeitung) da un gran numero di giornalisti di ogni orientamento; tra essi Jozsef e un altro israeliano, Menachem Gantz, come Bar rappresentante di un giornale di destra (il Maariv). La contestazione viene ignorata; volano accuse reciproche tra cui, formulata in via privata ma poi resa pubblica dall'agenzia Il Velino, quella secondo cui i contestatori di Bar sarebbero «spinti da antisemitismo» o «da motivazioni ideologiche». Il clima si infiamma, in particolare sulla questione delle accuse di antisemitismo, al punto che Jozsef si dimette. Due colleghi, Gantz e la francese Ariel Dumont (freelance che lavora per varie testate), protestano vivacemente per il modo in cui la leadership dell'Associazione gestisce la vicenda: scrivono lettere, cercano anche di portare la questione all'esterno (cioé al governo italiano, responsabile in ultima istanza dell'istituzione, e all'ambasciata israeliana); ma restano in realtà isolati e vengono quindi colpiti dal provvedimento di sospensione citato sopra - mentre la maggior parte dei colleghi preferisce a questo punto aspettare il prossimo febbraio, quando si eleggerà un nuovo presidente e forse le cose potranno chiarirsi.
    Resta una questione aperta: le sospensioni sono un provvedimento molto grave che colpisce soprattutto i giornalisti senza grandi testate alle spalle («la mia attività professionale è compromessa gravemente, non posso più nemmeno entrare nell'edificio dove lavoro e dove si svolgono gli incontri con le autorità italiane», dice la fiammeggiante Dumont). E viene alla luce un conflitto di fondo tra chi intende l'Associazione come un club privato con leggi private, dove eventualmente ritagliarsi una fettina di prestigio e poteri, e chi pensa sia invece una struttura pubblica e un luogo di lavoro come gli altri, dove ognuno deve poter far valere i propri diritti; un punto di vista ovviamente più presente tra i giornalisti «deboli», freelance e corrispondenti di piccole testate, mentre chi ha alle spalle testate importanti e ricche può permettersi più facilmente di ignorare il problema. Sarebbe interessante sapere che ne pensa lo stato italiano, tutore fondamentale della libera attività dei giornalisti stranieri.

    Note:

    L'Associazione Stampa estera, 94 anni di un grande club
    Era il febbraio 1912 quando un gruppo di giornalisti stranieri operanti a Roma diede vita, con una riunione al Caffé Faraglia di piazza Venezia, all'Associazione della Stampa estera. Fino ad allora i rappresentanti della stampa italiana e di quella straniera avevano fatto parte di un'unico organismo, l'Associazione della Stampa Periodica Italiana. Gli associati presero poi contatto con le principali ambasciate (Inghilterra, Francia, Germania, Austria e Russia) e con le autorità italiane: il Ministero delle Poste e Telegrafi garantì «l'uso di tutti i servizi della Sala della Stampa al Telegrafo, con gli stessi diritti dei colleghi italiani». Nel 1925 venne costituita una sezione staccata dell'Associazione, con sede a Milano (che esiste tuttora). Oggi la Stampa estera vede rappresentati ben 800 organi di informazione di 54 paesi, e viene considerata la più grande del mondo nel suo genere. Nella sua sede romana si svolgono quotidianamente incontri con esponenti politici del massimo livello e con rappresentanti del mondo economico e culturale italiano.

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