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    Media Usa

    La battaglia del L.A.Times

    7 ottobre 2006 - Luca Celada
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Los Angeles Le dimissioni - in realtà un malcelato licenziamento in tronco - dell'amministratore delegato del Los Angeles Times, Jeffrey Johnson, sono state una punizione attesa dopo la sua opposizione pubblica all'ultimo taglio di «esuberi» ordinato dalla casa madre di Chicago, e il rifiuto di licenziare cento giornalisti della redazione.
    È l'ultimo atto di una vera e propria insurrezione in atto alla testata di Los Angeles fondata 125 anni fa e rimasta fino al 2000 di proprietà della famiglia Chandler, esponente della storica oligarchia cittadina, ma fautrice negli ultimi tre decenni di una gestione illuminata che aveva potenziato il respiro nazionale e internazionale del giornale facendone una delle più autorevoli testate indipendenti del paese.
    La vendita del Times per miliardi alla Tribune Co. di Chicago si era inserita nella tendenza al consolidamento di testate giornalistiche in grandi conglomerati mediatici come Fox, Viacom e Disney, facilitato da una deregulation che rende possibile la proprietà di giornali ed emittenti tv in uno stesso mercato (oltre a 11 giornali, Tribune Co. gestisce anche 25 tv e la squadra dei Chicago Cubs). Sotto la pressione di un'emorragia di pubblicità e inserzioni, oltre che di contenuti, verso internet, le corporation hanno ogni interesse a ridurre costi e ambizioni giornalistiche ricercando entrate pubblicitarie con una «copertura» sempre più frazionata e locale.
    Una politica perseguita energicamente dalla Tribune Co. che oltretutto, come proprietaria del foglio concorrente Chicago Tribune, ha scarso interesse nel potenziare l'influenza nazionale del Times. Al downsizing imposto da Chicago (nella gestione Tribune la forza lavoro è scesa da 5300 a 2800 impiegati) è corrisposto un prevedibile declino di prestigio e autorevolezza al punto che tre settimane fa un comitato cittadino guidato dall'ex segretario di stato Warren Christopher aveva pubblicato una lettera aperta all'amministrazione esortandola a preservare il «ruolo di garanzia civica e democratica» che in un giornale deve «prevalere sui profitti ad ogni costo».
    In realtà il LA Times è fra le proprietà più fruttifere nel portafoglio della Tribune Co., garantendo utili di oltre il 20%, un motivo per cui la testata è oggetto di attenzioni da parte di varie cordate «locali» che amerebbero rilevarla e riportare a Los Angeles il consiglio d'amministrazione (fra cui quella guidata da David Geffen, magnate musicale, celebre finanziatore del partito democratico e comproprietario con Jeffrey Katzemberg e Steven Spielberg della Dreamworks).
    David Hiller il nuovo amministratore delegato, trasferito d'urgenza da Chicago, ha affermato di non essere stato mandato come sbirro padronale e che la questione dei cento nuovi esuberi potrà essere rivalutata. Il direttore Dean Baquet per ora ha deciso di non rassegnare le dimissioni per «tentare di proteggere» dall'interno l'integrità del giornale. Ma nessuno a Los Angeles si illude che sia finita qui la battaglia per il Times, divenuto giornale simbolo della di resistenza alla gestione corporativa delle notizie.

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