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    La lezione di Kapuscinski

    Abbiamo chiesto a Ettore Mo, del Corriere della Sera, una testimonianza su Ryszard Kapuscinski, suo amico e grande giornalista, scomparso martedì sera
    25 gennaio 2007 - Ettore Mo
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Ai giovani aspiranti giornalisti che qualche tempo fa mi chiedevano a che modello ispirarsi o cosa avrebbero dovuto leggere per prepararsi all'eventuale «carriera» di un inviato nelle zone calde del mondo, rispondevo quasi invariabilmente di dare un'occhiata a «Omaggio alla Catalogna», il capolavoro di George Orwell sulla guerra civile spagnola. Io l'avevo letto e riletto più volte, affascinato da quel «incipit» secco e stupendo quando franchisti e miliziani si rilanciano insulti e battute ironiche dalle rispettive trincee, a cento metri l'una dall'altra.
    Adesso, a chi mi chiedesse lo stesso consiglio, risponderei senza esitazione di portarsi a casa i libri di Ryszard Kapuscinski dove sono condensati i reportage di guerre e rivoluzioni in ogni parte del mondo, firmati dall'impareggiabile giornalista polacco appena scomparso.
    Ho avuto la fortuna di incontrarlo, qualche volta anche in Italia, e di fare lunghe chiacchierate con lui, parlando del «mestiere» e dei suoi segreti. Eravamo coetanei (classe 1932) e anche questa circostanza ci dava il modo di parlare e di confrontare le nostre prime esperienze di lavoro.
    Il nostro ultimo incontro fu a Roma, circa un anno fa, quando gli venne conferito un premio di giornalismo: poi la malattia lo avrebbe inesorabilmente isolato. Ricordo però che in una delle sue ultime interviste a Varsavia aveva pronunciato una frase che in qualche modo sintetizzava la sua indole di reporter e il suo modo di lavorare e raccontare: aveva semplicemente affermato, con voce sommessa come era suo costume, che «non si può fare questo mestiere con cinismo».
    Intendendo dire, suppongo, che l'esigenza all'obiettività e al distacco di fronte a un avvenimento, non deve impedire di fare filtrare le proprie emozioni. Fin dai primi passi nell'agenzia polacca che lo aveva ingaggiato e dalle prime avventurose trasferte in Europa e in Africa, Kapuscinski ha tenuto costantemente fede all'impegno della testimonianza diretta, che non tollera resoconti e cronache di seconda e terza mano, rimediati con l'ausilio di agenzie o dell'informazione globale. L'Armata Rossa entra in Afghanistan? I carri armati sovietici invadono Budapest o Praga? Puoi stare sicuro che, non si sa in qual modo o con quali mezzi, su quella frontiera e su quelle piazze t'imbattevi in Kapuscinski. Basta leggere i suoi libri più noti, come «Imperium» o «Ebano» per rendersi conto che il nostro reporter è sul posto e non scrive da lontano: ed è proprio questa militanza continua (quasi fosse personalmente coinvolto), il colpo d'occhio e la capacità di osservazione anche dei minimi particolari che arricchiscono la sua prosa, tersa, intensa, veloce e senza assoli sopra il rigo. Anche nei suoi spostamenti da un luogo all'altro sceglieva spesso il mezzo più scomodo, più faticoso: l'aereo era certo più comodo e veloce di un treno e gli avrebbe fatto risparmiare tempo e fatica, ma il treno, arrancando ad esempio sulla Cordigliera andina in Sudamerica o zigzagando nelle pianure ghiacciate della Siberia, gli avrebbe consentito di avere un contatto diretto con le popolazioni di quelle remote periferie del mondo e raccontarne dal vivo la sofferenza.
    Anche di questo abbiamo parlato nei nostri brevi incontri, come due vecchi amici che hanno vissuto le stesse disavventure e avuto, in misura minore, le stesse soddisfazioni. E anche per questo l'ho ammirato e gli ho voluto bene.

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