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    schermi riflessi

    La realtà manipolata a colpi di emozioni

    «Chi l'ha vista?» di Norma Rangeri. Una spietata analisi della televisione, l'elettrodomestico che ha il potere di attrarre l'attenzione dello spettatore, unita alla denuncia della messa in scena del corpo delle donne per solleticare propensioni adolescenziali e voyeur. Infine, la critica alla colonizzazione della tv da parte del sistema politico per piegarla ai propri fini
    7 dicembre 2007 - Rossana Rossanda
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Perché le pagine di Norma Rangeri sull'italica Tv, Rai e Mediaset (Chi l'ha vista?, Rizzoli 2007, pp. 315, euro 17) - documentazione ma scrittura piena di humour - lascia pensierosi e a disagio? Perché anche a chi non si faceva illusioni, il disastro si rivela peggiore di quanto si sospettava: quel che affiora sul piccolo schermo è solo la parte emergente di un iceberg di traffici e vigliaccate che costituiscono il basamento del duo-monopolio audiotelevisivo italiano. Tale che la recente scoperta degli scambi di cortesie fra Rai e Mediaset non ne è più che un modesto scampolo.
    È il sistema che è guasto. Ne abbiamo colpa anche noi che la sera lavoriamo di telecomando in cerca di qualcosa di «altro» e prima o poi lo troveremo nella folla di canali satellitari, non fosse che un documentario sugli scavi in Egitto, sul pinguinotto che si getta per la prima volta in mare, e lo scontro fra generali nella seconda guerra mondiale. Quanto basta per andar a dormire. Che Rai e Mediaset siano quelle che sono, sembra ineluttabile come l'effetto serra. Siamo abituati. Quelli come noi accendono la tv non per avere la notizia, ma per vedere «come» la danno. Un film si cerca al cinema. È tanto se cadiamo sulla buona serata di Santoro, Lerner, Fazio, diamo un occhiata a «Otto e mezzo», e ci rallegriamo se ogni tanto capitano Arbore o Fiorello. E così si va avanti, fin annoiati dal gioco dei cambi dei presidenti e direttori che non cambiano assolutamente nulla.
    Chi si ribella più? Fa parte del paesaggio. Anzi, ci si accontenta del meno peggio. In fondo Santoro è tornato, Fazio va bene, il Tg 1 di Riotta è sempe meglio di quello di Mimun. Ma se la smettessimo di dirci che la tv non conta, non cambia né una testa né un voto né il senso comune di un paese su cui rovescia ore e chilometri di sederi femminili, revolverate, sangue, preti, poliziotti e le poderose scemenze del reality? Senza mollarci dalla culla alla tomba, dall'infante che la mamma, stanca, parcheggia davanti al video, a noi vecchi che arriviamo la sera stonati? Di scrivere che, piaccia o no, questa è la realtà e non resta che subirla in onda? Che i genitori non hanno che da sedere davanti al video con la prole per comunicarle una distanza critica - come se non ne fossero istupiditi anche loro? E dico loro per dire noi. Chi non si è imbambolato ogni tanto su Dallas o Beautiful o i pacchi di Bonolis? Non mi è capitato un pomeriggio di scoprirmi attaccata a una storiaccia di Alda d'Eusanio? Taroccata o no, la tv sa manipolare il nostro lato voyeur, i residui adolescenziali, le autoassoluzioni che ci portiamo dentro.
    Ma non potrebbe farlo con un poco più di intelligenza? Norma ci spiega perché in Italia non si può.
    Per mille motivi più uno, tutto nostro e nazionale. Dei mille il primo è che - ha ragione Mac Luhan - il mezzo è il messaggio. Il mezzo è seduttivo e ti passivizza, l'interattivita è una frottola, puoi scegliere il menu ma sono la Rai o Mediaset (e dietro Endemol & C) che cucinano, sono loro qualità e tempi di somministrazione, loro il dominio della subliminalità. Un telespettatore non sarà mai simile a un lettore davanti alla sua biblioteca. Quanto a noi, che ci siamo a ragione ribellati alla critica edificante, non ci è lasciato che il trash, cui ogni tanto attribuiamo virtù popolari e sovversive. Intanto la sagra delle immagini ha raggiunto l'interessante obiettivo di farci funzionare più a emozione che a riflessione. Siamo fra i pochi che amano Debord ma sguazziamo nella società dello spettacolo. Se almeno si ammettesse che la tv è un incantatore di serpenti. Ben che vada, un incantatore colto di serpenti riflessivi.
    Perché, secondo, nel primato del privato sul pubblico e della merce come relazione-tipo, la tv non è più (se lo è mai stata) un servizio pubblico e essenzialmente seduce all'acquisto. Sulla perdita di senso della parola pubblico nella nostra cultura (o statale, anzi governativo, o privato) altri e più sapienti di me hanno scritto. Sulla mercificazione come regola della tv Carlo Freccero l'ha spiegato da anni: non è essa a dare spazio alla pubblicità, è la pubblicità a darne alla tv. La merce materiale e immateriale, che dal punto di vista del meccanismo fa lo stesso, regge l'intero sistema. E qui Norma Rangeri aggiunge - e finora nessuno l'aveva fatto con altrettanto freddo furore - che la merce più usata è in tv il corpo femminile: sederi e seni, culi e tette per dirla come si usa adesso, sono l'ingrediente principale. Non le donne, che sarebbe tutt'altro discorso, ma alcune parti della nostra anatomia, la faccia arrivando buona terza. Con più o meno forzosa complicità delle nostre sorelle di sesso - non solo le vallette e le veline roteano con giubilo il sedere davanti alla camera che lo inquadra dal basso, ma le meglio conduttrici esibiscono intimo e cordelle, mentre ministre e professioniste sfoderano volentieri a Porta a Porta (press office del parlamento) gambe e scollature. L'Italia si inchina davanti al Vaticano e appena volta le spalle si precipita non nell'erotico (troppo complicato) ma nel pecoreccio. Del resto saperlo e scriverlo non ha comportato neppure per Freccero o Guglielmi produrre granché d'altro. Anzi, già l'averlo pensato - e va ad ammettere che sia facile riuscirvi - ha fatto sì che finissero al confino o addirittura fuori.
    Perché, terzo, e specifico del paese è che a tutti i nostri governi, di centro, centrodestra, centrosinistra o sinistra che fossero, il sistema è andato sempre bene. Neppure fanno finta di non essere lo sfacciato proprietario della baracca. Lo era stato Bernabei per la Dc (perché ci si è scandalizzati quando il Vespa ha riconosciuto che essa era il suo editore di riferimento?), si è vantato di esserlo Silvio Berlusconi, lo rimane il centrosinistra prima e seconda edizione.
    L'idea che un servizio pubblico non significa servizio «di» e «al» governo non sfiora la nostra classe dirigente, o la sfiora nei convegni e subito sparisce nella pratica. Se non è del governo la tv ha da essere del tale o talatro imprenditore e viva la concorrenza - il pubblico, inteso come autonomia di chi produce e elaborazione da parte dell'utente, non ha posto. L'elenco che Norma Rangeri ci presenta o ci ricorda è sterminato: soffietti e/o censura, terremoto e neppur sotteraneo a ogni cambio di squadra a palazzo Chigi, impossibilità per quella colossale editrice che è la Rai di costruirsi uno stile, una squadra, di darsi delle regole che non siano all'ascolto diretto o introiettato dei poteri in carica.
    Eppure c'è stato un periodo, fra il 1968 e i primi anni Settanta, nel quale anche a viale Mazzini sono stati scossi da una ventata, il corpaccio ha reagito, ha avuto guizzi di libertà e fantasia - ma quando è stato capace di imporsi come autonomo? La sinistra, che allora non era al governo ma pensava perché pesava sul paese, non aveva in mente che spazzar via la Dc, per cui senza incidenti subentrarono il cavaliere («non faremo prigionieri») o il «negoziamo» prediletto dagli ex comunsiti. Negoziamo, si intende, fra noi. E la politica stessa non essendo più un progetto ma un ceto che amministra, occupare i media non ha neanche significato darvi un'impronta ma essere stabilmente piazzati nel video, le proprie facce e quelle dei vassalli, degli amici e fin dalle transitorie compagne di letto - avanti tutti. Ogni tanto c'è una rivelazione, segue lo scandalo dei benpensanti, interviene la magistratura e lo spettacolo continua.
    Non credo che al tempo di una democrazia meno incorporea si stesse granché meglio, la scena era meno vasta, i conflitti più visibili, una sinistra non ancora decotta, ma la minestra servita dal video era sempre quella delle classi dirigenti. Ma nel tempo dei media che sembrano un allargamento della ricezione e della partecipazione, il terreno della comunicazione è diventato più esteso, le sue centrali di comando più accentrate e invasive, l'interlocuzione è sempre e solo delegata, il massimo denominatore comune culturalmente parlando è sempre più basso, nel frastuono che con la fine della storia ha esentato dal dovere di pensare.
    Non poteva essere che così? Non credo. In quel che chiamiamo la sfera politica, il gigantismo molle e canceroso dei poteri, è sicuro che il terreno e i mezzi del confronto sono mutati. Non ne è venuto un crescere del confronto ma del baccano, tale e quale nel web, dove pochi sono gli scambi di idee nel baccano di milioni di voci singole che gridano per esistere. Ma il web è libero, tutti sono uguali e quindi, perlopiù, nulla, mentre la tv è un gran produttore di merce di consumo. Monopolio o duopolio a questo punto non fa differenza. Se non le si garantisce un'autonomia aperta e severa non c'è scampo allo spettacolo miserevole delle infinite spartizioni del microfono e degli infiniti sgambetti perché l'avversario non ci arrivi. E l'avversario che resta fuori è illimitato.
    Questo ci grida, con calma e spietatezza, Norma. Non credo siano molti i critici che hanno «tv amiche», qualche occhio di riguardo per qualcuno. Norma Rangeri non lo ha per nessuno, e non deve esserle facile. Dalla sua eroica postazione di sei ore al giorno - e poi si dice lavori usuranti - davanti al malefico piccolo schermo vi dice tutto quel che vede e il molto che non si vede. Cosa di cui i diversi direttori, presidenti, consiglieri perlopiù non hanno fatto. Se ci fosse un partito serio, che non concepisse viale Mazzini come riserva di caccia, la prenderebbe in parola. Domani, subito.

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