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    Cronisti al fronte

    L'inarrestabile reporter tecnologico

    Nel 1991 la parabola della Cnn pesava due tonnellate, oggi un videotelefono pesa 4 chili. Ci sono almeno mille cronisti nel cosiddetto "teatro delle operazioni". Grazie ad apparati leggeri e potentissimi e' difficile impedire loro di arrivare in prima linea, ed e' quasi impossibile tenerli tutti sotto controllo. Raccontano tanto, infastidiscono molto. E pagano troppo
    9 aprile 2003 - Roberto Zanini
    Fonte: Il Manifesto

    Circa cinquecento cronisti "embedded", altri cinquecento di stanza a Baghdad - contando tutti, dai 150 reporter veri e propri a tecnici, traduttori, autisti e informatori vari senza i quali il giornalista e' un utensile perfettamente inutile. Fa un totale di oltre mille addetti alla notizia in servizio permanente effettivo nel cosiddetto "teatro delle operazioni". E' un letale sciame di mosche che si fa i fatti di chiunque, tutti muniti di satellitare o dell'onnipresente videotelefono o del ministrasmettitore parabolico. Molti senza alcun vincolo patriottico o fedelta' di bandiera editoriale, anzi con i rispettivi editori o paesi robustamente contrari alla guerra. In poche parole, questa volta i giornalisti sono, nel loro complesso, inarrestabili. E pagano un conto salato. C'e' una guerra che si combatte sul fronte dell'informazione, ma e' sul fronte vero e proprio che i giornalisti muoiono. La propaganda americana e quella irachena (con una sproporzione di mezzi analoga a quella militare) si battono anche sulla stampa e nell'etere, ma undici reporter morti in venti giorni sono tanti, tantissimi. Molti meno dei civili iracheni, rispetto ai quali i giornalisti stanno qualche gradino piu' in alto nella scala dei rischi affrontabili. Bisogna bombardare laggiu'? Che si faccia, e se ci vanno di mezzo gli edifici civili che sorgono colpevolmente sulla linea di tiro, peccato. Bisogna bombardare dall'altra parte? Fuoco, e se si rischia di prendere una macchina di giornalisti chiederemo scusa. Ma ieri a Baghdad non c'era un'auto di giornalisti, che e' una cosa piccola, semovente e chissa' chi c'e' dietro quella portiera con la scritta TV tracciata col nastro adesivo da cui spunta una telecamera che sembra un mitra. Ieri a Baghdad ce n'era un albergo pieno, fermo immobile come gli alberghi sogliono essere, notoriamente zeppo di cronisti. Provare che il carro armato americano ha sparato appositamente e' difficile. Non pensarlo e' impossibile.

    L'operazione Iraqi freedom e' la guerra piu' vista e televista della storia? In parte e' vero, nel senso che l'apparenza bellica del conflitto e' stata raccontata con un flusso di informazioni che non ha pari in nessun altro conflitto precedente. Il Pentagono ha accettato un grande numero di cronisti al seguito perche' gli "embedded", lo dicono anni di studi sul campo (ne esiste uno molto preciso sui cronisti di guerra britannici alle Falkland) tendono a identificarsi con le unita' militari a cui sono incorporati, e alla fine parlano di "noi" per definire i marines e di "loro" per gli iracheni, con positivi effetti sul racconto della guerra da parte di chi li ha imbarcati. I pregi, pero', confinano con i difetti: senza l'"embedded" che si trovava dalle parti alla tenda in cui un sergente americano impazzito ha fatto rotolare alcune bombe a mano, nessuno avrebbe saputo nulla per mesi o anni. Senza l'"embedded" del Washington Post entrato a Nassyria, mucchi di cadaveri non sarebbero mai stati descritti. Altri non sono stati cosi' coscenziosi, o non hanno voluto o potuto vedere, ma i giornalisti sono fatti cosi' e a riscattarli basta poco.

    Il fatto che i reporter spuntino dappertutto, pero', non si deve solo alla scelta politica degli eserciti in campo - che pure hanno agito in questo senso. Si deve in massima parte all'evoluzione della tecnologia dell'informazione. I cronisti radiofonici della Bbc durante la Battaglia d'Inghilterra, nel 1940, giravano con un registratore che pesava una quindicina di chili, e non trasmetteva ma incideva soltanto. In Vietnam bisognava girare come al cinema, giornalista operatore e fonico, e con gli stessi tempi di sviluppo. Nel Golfo 1991 Peter Arnett trasmetteva su quattro linee dedicate, aggirando gli snodi telefonici locali interrotti dalla guerra, e l'apparato satellitare della Cnn per le dirette pesava due tonnellate. In Iraq, oggi, il pezzo tecnologico del momento e' il videotelefono satellitare della 7-E, quello che trasmette le immagini con quel vago effetto "camminata sulla luna". Si chiama TH1 (Talking head 1), e' una valigetta di 35 centimetri per 25, funziona da dieci sottozero a sessanta gradi, si alimenta con qualsiasi cosa da 90 a 260 volt o con la batteria dell'automobile, costa da 10mila dollari in su, pesa quattro chili. Esordi' prima dell'11 settembre in Cina: con quel videotelefono la Cnn fece vedere l'equipaggio di un aereo spia atterrato per un guasto in Cina, causando una crisi mondiale. Da allora e' obbligatorio per i network.

    Per le immagini di alta qualita', invece, l'ultimo grido e' il piatto satellite Swe-Dish: 40 chili in tutto compreso il "padellone", sta in una valigia e si accende in un minuto, serve un solo operatore, costo da 100mila dollari in su. Le aziede che servono i giornalisti sono le stesse che servono il Pentagono: di stazioni satellitari per tv ne fa un modello anche la Raytheon, quella che produce le cluster bomb. Pesa appena un po' di piu' del concorrente Swe-dish, e costa uguale.

    Nella guerra tra Stati uniti e Messico l'unico reporter sul campo spediva il dispaccio con un mix di messaggero a cavallo, battello a vapore e un'innovativa tecnologia figlia dell'elettrificazione: il telegrafo. Batteva in velocita' anche i dispacci dell'esercito. Era il 1846, e l'impero era un embrione.

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