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    Tre giornalisti uccisi dal fuoco americano

    Cannonata sull'hotel dei reporter: due vittime. Il Pentagono: "C'erano cecchini". Muore inviato di Al Jazira
    9 aprile 2003 - Lorenzo Cremonesi
    Fonte: Corriere della Sera

    Affacciati alle nostre finestre, vediamo la battaglia sul lungo Tigri risalire verso la zona dei palazzi presidenziali e dei ministeri, sino a che i tank americani si appostano sui ponti nel cuore della citta'. Nuvole di fumo nero, scoppi, sferragliare di carri armati, sventagliate di mitragliatrici pesanti, il tutto a meno di due chilometri da noi. Una scena da non mancare per i cameramen e i fotografi. La grande maggioranza si affolla ai piani alti del Palestine. Qualcuno scende in strada per avvicinarsi alla zona piu' calda. E' il caso della troupe dell'emittente araba Al Jazira , che raggiunge il suo ufficio non lontano dal ministero dell'Informazione. Verso le sette le prime vittime. Una bomba americana raggiunge due giornalisti di Al Jazira : uno, Tarek Ayoub, muore sul colpo (sua moglie Dima Tahboub ieri notte ha dichiarato che "la mia preghiera e' che il suo sangue sia una maledizione per chiunque aiuti gli americani, gli ebrei e gli inglesi che stanno colpendo le nostre famiglie in Iraq e in Palestina). L'altro e' ferito. Poco dopo ancora spari: rimane leggermente ferito alla testa un fotografo della televisione di Abu Dhabi. Poi la cannonata sul Palestine. Noi ci troviamo alla camera 1627, assieme alla televisione tedesca Rtl . Vediamo i carri armati tentare l'attraversamento del ponte Al Jumurya, sparano un paio di cannonate sulle posizioni irachene nell'altra sponda, poi rallentano e si fermano. Allora scendiamo al nono piano per guardare dall'altra parte, sulla scena del campo militare iracheno catturato due giorni fa, dove ogni tanto si vedono ancora fanti iracheni in fuga. E' in quel momento che arriva la cannonata americana contro il Palestine. Una tv francese mostra con nitidezza il carro a circa un chilometro che posiziona il cannone verso l'hotel, si ferma, attende, poi spara. E' colpito il muro esterno tra il 14° e il 15° piano. Nell'ufficio televisivo della Reuters , nella camera 1503, la devastazione appare totale. Le schegge fanno scempio dei colleghi vicino alla telecamera. Uno, Taras Protsyuk, un ucraino di 35 anni reduce dalle battaglie nella ex Jugoslavia, e' letteralmente sventrato dall'esplosione. Il suo stomaco diventa una poltiglia rossastra sparsa sul pavimento: perde conoscenza sul colpo e muore nella vettura che lo conduce al vicino ospedale Ibn al Nafis. Al piano inferiore c'e' l'ufficio dell'emittente spagnola Telecinco . E' colpito Jose' Couso, un collega di 37 anni, veterano del Kosovo e di tante campagne giornalistiche in Medio Oriente. Era qui da parecchie settimane. Come tanti di noi diceva poche ore prima: "Ormai e' quasi finita, Domani gli americani sono qui e noi ce ne torniamo a casa".
    Invece le schegge lo investono alle cosce. Una gamba e' praticamente tagliata di netto. L'altra penzola inerte. Perde litri e litri di sangue. I medici iracheni lo stabilizzano con le trasfusioni. Una gamba e' amputata in sala operatoria. L'altra gliela riattaccano. "Sembra a posto. Se passa le prossime 24 ore e' salvo", ci dice il chirurgo che lo ha operato verso le tre del pomeriggio. Ma sara' una pura chimera. Mezz'ora dopo Couso entra in coma, il cuore si ferma, collassa e tace per sempre davanti ai nostri occhi. L'ufficio della Reuters e' decimato. Solo tre giorni fa le autorita' irachene avevano espulso ad Amman il capo desk, Nadim Ladki. La spiegazione: "Ostile al regime". Se ne era parlato con John Fisher Burns, l'inviato del New York Times , minacciato personalmente dai servizi segreti iracheni, che pochi giorni fa gli avevano fra l'altro derubato 5.000 dollari e sequestrato computer e telefoni satellitari. "Ora arriveranno gli americani e saremo tutti salvi, non ci saranno piu' ricatti o pressioni per i visti in Iraq", aveva detto Burns, riferendosi alla vicenda di Ladki. Ma in questo caso l'arrivo degli americani ricorda quella famosa scena del libro di Curzio Malaparte, "La pelle", dove l'entusiasmo della folla al sopraggiungere degli Sherman liberatori si gela nel tragico quando un tank schiaccia sull'asfalto una bella ragazza che cercava di baciare i marines.
    Anche Samia Lahoud, la reporter quarantunenne della Reuters che ora e' ricoverata con due schegge nel cervello, attendeva l'entrata dei marines per tornarsene in famiglia a Beirut. Samia era salita da pochi minuti alla 1503. "Torna ai computer", le avevano chiesto appena prima dello scoppio dalla stanza-ufficio al quarto piano. Ma lei si era ostinata a seguire la scena dei combattimenti dall'alto. Ora le sue condizioni sono incerte, come del resto quelle di Paul Pasquali, l'altro reporter della Reuters Tv colpito a cassa toracica e gambe. E' invece ferito solo leggermente attorno agli occhi il fotografo, Falah Kheiber. Tra i giornalisti si apre il dibattito. Chi e' stato a sparare? I francesi insistono: colpa degli americani. Ma tanti ritengono che possano essere state le squadracce delle milizie irachene, che sempre piu' violente pattugliano le vie della capitale.
    Non e' difficile cogliere il desiderio di vendetta, la sensazione che qualsiasi feddayn di Saddam possa vedere in ogni occidentale un simbolo del nemico e farlo fuori senza pensarci due volte. Ma poi l'ammissione dei portavoce del Pentagono scatena rabbia e orrore fra la nostra comunita' di giornalisti. E sono in tanti a sentirsi presi in giro dalla prima spiegazione americana: "C'erano cecchini al Palestine". Rinforzata dalle dichiarazioni del Comando centrale alleato: "Ci rammarichiamo, ma i soldati hanno risposto al fuoco secondo il loro diritto all'autodifesa. Avevano ricevuto significativo fuoco nemico dall'Hotel Palestine". Non ci sono testimonianze di spari dal Palestine. E se anche ci fossero stati, giustificherebbe una cannonata contro un hotel pieno di civili e giornalisti? Con il calare del buio, cresce l'inquietudine. L'albergo e' sempre piu' sulla linea del fronte. Un fronte peraltro estremamente mobile, indefinibile. Per le strade del centro le milizie del Baath e degli uomini armati di guardia agli incroci sono sparite, volatilizzate. Anche i ponti sono sguarniti. Se volessero, i tank americani potrebbero arrivare da noi in dieci minuti. Un gruppo di cannoni pesanti della fanteria irachena sotto i ponti presso l'ospedale neurologico sono stati abbandonati. L'aviazione americana ormai fa il bello e il cattivo tempo, sorvola a bassa quota il quartiere Mansur, dove anche ieri ha colpito quello che si ritiene potesse essere un rifugio di Saddam senza che si oda neppure un colpo della contraerea irachena.

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