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...

    E' riportato, limitatamente alle considerazione sulla situazione in Italia, il testo della relazione sui rischi di violazione della libertà di informazione approvato qualche giorno fa al Parlamento Europeo.

    Relazione sui rischi di violazione, nell'UE e particolarmente in Italia, della libertà di espressione e di informazione (articolo 11, paragrafo 2 della Carta dei diritti fondamentali)

    24 aprile 2004 - Parlamento Europeo

    RELAZIONE sui rischi di violazione, nell'UE e particolarmente in Italia, della
    libertà di espressione e di informazione (articolo 11, paragrafo 2 della
    Carta dei diritti fondamentali)
    (2003/2237(INI))
    estratto......
    [ http://www.europarl.eu.int/home/default_it.htm ]
    Situazione in Italia

    56. rileva che il tasso di concentrazione del mercato audiovisivo in
    Italia è oggi il più elevato d'Europa e che, nonostante l'offerta
    televisiva italiana consti di dodici canali nazionali e da dieci a
    quindici canali regionali e locali, il mercato è caratterizzato dal
    duopolio tra RAI e Mediaset, che complessivamente detengono quasi il 90%
    della quota totale di telespettatori e raccolgono il 96,8% delle risorse
    pubblicitarie, contro l'88% della Germania, l'82% della Gran Bretagna, il
    77% della Francia e il 58% della Spagna;

    57. rileva che il gruppo Mediaset, che fa capo a Silvio Berlusconi, è il
    più importante gruppo privato italiano nel settore delle comunicazioni e
    dei media televisivi e uno dei maggiori a livello mondiale, controllando
    tra l'altro reti televisive (RTI S.p.A.) e concessionarie di pubblicità
    (Publitalia '80), entrambe riconosciute formalmente in posizione dominante
    e in violazione della normativa nazionale (legge 249/97) dall'Autorità per
    la garanzia delle comunicazioni (delibera 226/03);

    58. rileva che uno dei settori nel quale più evidente è il conflitto di
    interessi è quello della pubblicità, tanto che il gruppo Mediaset nel 2001
    ha ottenuto i 2/3 delle risorse pubblicitarie televisive, pari ad un
    ammontare di 2500 milioni di euro, e che le principali società italiane
    hanno trasferito gran parte degli investimenti pubblicitari dalla carta
    stampata alle reti Mediaset e dalla Rai a Mediaset

    59. rileva che Silvio Berlusconi, dalla sua nomina alla carica di
    Presidente del Consiglio nel 2001, non ha risolto il suo conflitto di
    interessi, come si era esplicitamente impegnato, bensì ha incrementato la
    sua quota di controllo societario della società Mediaset (dal 48,639% al
    51,023%): questa ha così ridotto drasticamente il proprio indebitamento
    netto, attraverso un sensibile incremento degli introiti pubblicitari a
    scapito delle entrate (e degli indici di ascolto) della concorrenza e,
    soprattutto, del finanziamento pubblicitario della carta stampata;

    60. lamenta le ripetute e documentate ingerenze, pressioni e censure
    governative nell'organigramma e nella programmazione del servizio
    televisivo pubblico Rai (perfino nei programmi di satira), a partire
    dall'allontanamento di tre noti professionisti (Enzo Biagi, Michele
    Santoro e Daniele Luttazzi) su clamorosa richiesta pubblica del Presidente
    del Consiglio nell'aprile 2002 - in un quadro in cui la maggioranza
    assoluta del consiglio di amministrazione della Rai e dell'apposito organo
    parlamentare di controllo è composta da membri dei partiti di governo;
    tali pressioni sono state poi estese anche su altri media non di sua
    proprietà, che hanno condotto fra l'altro, nel maggio 2003, alle
    dimissioni del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli;

    61. rileva pertanto che il sistema italiano presenta un'anomalia dovuta a
    una combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle
    mani di un solo uomo, l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri
    italiano, Silvio Berlusconi, e al fatto che il governo italiano è,
    direttamente o indirettamente, in controllo di tutti i canali televisivi
    nazionali;

    62. prende atto del fatto che in Italia da decenni il sistema
    radiotelevisivo opera in una situazione di assenza di legalità, accertata
    ripetutamente dalla Corte costituzionale e di fronte alla quale il
    concorso del legislatore ordinario e delle istituzioni preposte è
    risultato incapace del ritorno ad un regime legale; Rai e Mediaset
    continuano a controllare ciascuna tre emittenti televisive analogiche
    terrestri, malgrado la Corte costituzionale, con la sentenza n. 420 del
    1994, avesse statuito che non è consentito ad uno stesso soggetto di
    irradiare più del 20% dei programmi televisivi su frequenze terrestri in
    ambito nazionale (vale a dire più di due programmi), ed avesse definito il
    regime normativo della legge n. 223/90 contrario alla Costituzione
    italiana, pur essendo un "regime transitorio"; nemmeno la legge 249/97
    (Istituzione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e norme sui
    sistemi delle telecomunicazioni e radiotelevisivo) aveva accolto le
    prescrizioni della Corte costituzionale che, con la sentenza 466/02, ne
    dichiarò l'illegittimità costituzionale limitatamente all'articolo 3,
    comma 7, "nella parte in cui non prevede la fissazione di un termine
    finale certo, e non prorogabile, che comunque non oltrepassi il 31
    dicembre 2003, entro il quale i programmi, irradiati dalle emittenti
    eccedenti i limiti di cui al comma 6 dello stesso articolo 3, devono
    essere trasmessi esclusivamente via satellite o via cavo";

    63. prende atto del fatto che la Corte costituzionale italiana, nel
    novembre 2002 (causa 466/2002), ha dichiarato che "...la formazione
    dell'esistente sistema televisivo italiano privato in ambito nazionale ed
    in tecnica analogica trae origine da situazioni di mera occupazione di
    fatto delle frequenze (esercizio di impianti senza rilascio di concessioni
    e autorizzazioni), al di fuori di ogni logica di incremento del pluralismo
    nella distribuzione delle frequenze e di pianificazione effettiva
    dell'etere ... La descritta situazione di fatto non garantisce, pertanto,
    l'attuazione del principio del pluralismo informativo esterno, che
    rappresenta uno degli "imperativi" ineludibili emergenti dalla
    giurisprudenza costituzionale in materia... In questo quadro la
    protrazione della situazione (peraltro aggravata) già ritenuta illegittima
    dalla sentenza n° 420 del 1994 ed il mantenimento delle reti considerate
    ancora "eccedenti" dal legislatore del 1997 esigono, ai fini della
    compatibilità con i principi costituzionali, che sia previsto un termine
    finale assolutamente certo, definitivo e dunque non eludibile", e del
    fatto che ciononostante il termine per la riforma del settore audiovisivo
    non è stato rispettato e che il Presidente della Repubblica ha rinviato
    alle Camere la legge per la riforma del settore audiovisivo per un nuovo
    esame in quanto non conforme ai principi dichiarati dalla Corte
    costituzionale;

    64. prende atto altresì del fatto che gli indirizzi stabiliti dalla
    commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei
    servizi radiotelevisivi per la concessionaria unica del servizio pubblico
    radiotelevisivo, come pure le numerose delibere, che certificano
    violazioni di legge da parte delle emittenti, adottate dall'Autorità per
    le garanzie nelle comunicazioni (incaricata di far rispettare le leggi nel
    settore radiotelevisivo), non vengono rispettati dalle emittenti stesse
    che continuano a consentire l'accesso ai media televisivi nazionali in
    modo sostanzialmente arbitrario, persino in campagna elettorale;

    65. auspica che la definizione legislativa, contenuta nel progetto di
    legge per la riforma del settore audiovisivo (Legge Gasparri, articolo 2,
    lettera G), del "sistema integrato delle comunicazioni" quale unico
    mercato rilevante non sia in contrasto con le regole comunitarie in
    materia di concorrenza, ai sensi dell'articolo 82 del trattato CE e di
    numerose sentenze della Corte di giustizia, e non renda impossibile
    una definizione chiara e certa del mercato di riferimento;

    66. auspica altresì che il "sistema di assegnazione delle frequenze",
    previsto dal progetto di legge Gasparri, non costituisca una mera
    legittimazione della situazione di fatto e che non si ponga in contrasto
    in particolare con la direttiva quadro 2002/21/CE, con l'articolo 7 della
    direttiva autorizzazioni 2002/20/CE e con la direttiva 2002/77/CE, le
    quali prevedono, fra l'altro, che l'attribuzione delle frequenze radio per
    i servizi di comunicazione elettronica si debba fondare su criteri
    obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati;

    67. sottolinea la sua profonda preoccupazione circa la non applicazione
    della legge e la non esecuzione delle sentenze della Corte costituzionale,
    in violazione del principio di legalità e dello Stato di diritto, nonché
    circa l'incapacità di riformare il settore audiovisivo, in conseguenza
    delle quali da decenni risulta considerevolmente indebolito il diritto dei
    cittadini a un'informazione pluralistica, diritto riconosciuto anche nella
    Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea;

    68. esprime preoccupazione per il fatto che la situazione vigente in
    Italia possa insorgere in altri Stati membri e nei paesi in via di
    adesione qualora un magnate dei media, come Rupert Murdoch, decidesse di
    entrare in politica;

    69. si rammarica che il Parlamento italiano non abbia ancora approvato una
    normativa per risolvere il conflitto di interessi del Presidente del
    Consiglio, così come Silvio Berlusconi aveva promesso di fare entro i
    primi cento giorni del suo governo;

    70. ritiene che l'adozione di una riforma generale del settore audiovisivo
    possa essere facilitata qualora contenga salvaguardie specifiche e
    adeguate volte a prevenire attuali o futuri conflitti di interessi nelle
    attività dei responsabili locali, regionali o nazionali che detengono
    interessi sostanziali nel settore audiovisivo privato;

    71. auspica inoltre che il disegno di legge Frattini sul conflitto di
    interessi non si limiti ad un riconoscimento di fatto del conflitto di
    interessi del Premier, ma preveda dispositivi adeguati per evitare il
    perdurare di questa situazione;

    72. si rammarica del fatto che, se gli obblighi degli Stati membri di
    assicurare il pluralismo dei media fossero stati definiti dopo il Libro
    verde sul pluralismo del 1992, probabilmente si sarebbe potuta evitare
    l'attuale situazione in Italia;

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