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    Guerra all'Iraq era tutto un imbroglio

    L'inesistenza delle prove addotte per attaccare l'Irak sembra sempre piu' evidente, e cio' sta mettendo in difficolta' sia Blair che Bush
    6 giugno 2003 - Siegmund Ginzberg
    Della «pistola fumante» non c’è traccia. Ma di fumo tanto da affumicare mezzo mondo. George W. Bush e Tony Blair sono sempre più insistentemente chiamati a spiegare (l’uno dalla stampa, se non dall'opinione pubblica americana, già convinta del contrario dalle tv di Rupert Murdoch, l’altro anche dal Parlamento britannico) perché ci hanno venduto una guerra per disarmare Saddam Hussein delle sue armi proibite quando già gli risultava che molto probabilmente non le aveva più. Inizialmente avevano preso la faccenda sottogamba. Autorevoli opinionisti avevano cominciato a spiegare che, visto com'è andata la guerra, che si fosse fatta per il motivo addotto o per un motivo inventato deliberatamente non faceva più grande differenza. I sondaggi li confortavano ampiamente in questo senso. Secondo quello della Gallup per la Cnn e Usa Today il 79% degli americani riteneva che la guerra fosse giustificata anche se non si trovava alcuna prova di presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, solo il 19% riteneva che ci fosse bisogno di qualche «prova». Che non venissero fuori era un pochino imbarazzante, ma non più di tanto, e comunque non di fronte ai loro elettori. Dei dubbi degli altri non gli poteva importare meno. Era passato, se non proprio inosservato, come realistica constatazione di come vanno le cose di questo mondo che la 75th Exploitation Task Force, mandata nell'Iraq liberato per trovare la pistola fumante se ne fosse tornata a casa senza concludere nulla. Potevano permettersi di prenderla alla leggera. Il capo del Pentagono Donald Rumsfeld aveva tranquillamente detto, parlando al prestigioso forum del Council on Foreign Relations di New York che era ben possibile «che Saddam Hussein avesse deciso di distruggere (le armi proibite) prima dell'inizio del conflitto». Il suo numero due, l'ideologo dei falchi neo-conservatori Paul Wolfowitz, aveva tagliato corto con un argomento ancora più cinico, e probabilmente molto più vicino al vero: in un'intervista alla rivista Vanity Fair aveva detto chiaro e tondo, come se la cosa fosse la più normale al mondo, che la faccenda delle armi di distruzione di massa era un «pretesto burocratico» per fare la guerra («La verità è che, per ragioni che hanno molto a che fare con la burocrazia del governo Usa, ci siamo concentrati come motivazione centrale sulla questione su cui fra tutte tutti potevano trovarsi d'accordo, quella delle armi di distruzione di massa», suona il testo). Poi, di fronte all'accumularsi delle rivelazioni, anche loro hanno dovuto ricredersi e correggere un po' il tiro. È venuto fuori che non solo non vi era traccia dei 25.000 litri di antrace, 38.000 litri di tossine al botulino, 500 tonnellate di gas sarin, mostarda e agenti nervini, delle 30.000 testate capaci di inviarle a destinazione, tantomeno delle atomiche che lamentavano come mancanti all'inventario, ma sapevano benissimo che non c'erano. Insomma, che quando Rumsfeld diceva (in gennaio) che «non ho il minimo dubbio che hanno attualmente armi biologiche e chimiche» e il vicepresidente Cheney diceva (in marzo) «riteniamo che (Saddam) abbia ricostituito di fatto armi nucleari», esageravano - se vogliamo usare un eufemismo- di proposito. In una serie di articoli documentatissimi, (l'ultimo pubblicato ieri col titolo «No smoking gun»), il Financial Times di Londra, che certo non è un giornale di sinistra o pacifista, ha fornito particolari agghiaccianti su come sia maturato il grande inganno e come sia stata costruita la tavolino la grande spaccatura transatlantica, e tra le «vecchia» Europa del no alla guerra e la «nuova» Europa amica senza se e senza ma dell'amministrazione Bush. Viene fuori che lo stesso Colin Powell era così poco convinto delle «prove» che avrebbe presentato tanto eloquentemente all'Onu, che ad un certo punto aveva gettato in aria i rapporti che gli venivano presentati, urlando: «Non potete rifilarmi questa spazzatura». Il Guardian ha riferito che Powell e il suo omologo britannico Jack Straw si erano scambiati in una conversazione privata i dubbi sulle «prove» che si accingevano a presentare. Dalla Cia e dall'intelligence britannica sono venute «soffiate» sulle pressioni che avevano ricevuto per presentare le cose in modo gradito alla Casa Bianca, Pentagono e a Downing street. «La guerra ci è stata venduta sulla base di quel che veniva descritto come attacco preventivo, colpire Saddam prima che lui potesse colpire noi, ma è chiaro ora che tanto per cominciare Saddam non aveva nulla con cui colpirci», il modo in cui chiede spiegazioni al premier Blair il suo ex ministro degli Esteri Robin Cook, dimessosi proprio per i dubbi sulla guerra. Di «armi di sparizione di massa», parla acidamente il settimanale americano Time. Ora corrono ai ripari, cercano di spiegarsi, sono venute meno le ironie e la strafottenza della prima ora. Cia e Pentagono si stanno sbracciando a dichiarare che non hanno subito ed esercitato «pressioni» per esagerare la minaccia. Bush in visita in Europa anziché dire «non rompetemi», come faceva sostanzialmente finora, ha dichiarato alla tv polacca che le armi proibite si troveranno certamente, anzi, meglio, «le abbiamo già trovate». «Abbiamo trovato laboratori biologici (si riferisce a un paio di rimorchi che potrebbero, ma potrebbero anche non essere serviti a questo)... Sono illegali. Sono contro le risoluzioni delle Nazioni unite. E ne troveremo altri col passare del tempo. Quelli che dicono che non abbiamo trovato strumenti o armi proibite, sono in errore, le abbiamo trovate...». Una visione «realistica» della politica mondiale può benissimo giungere alla conclusione che gli Stati uniti non avevano affatto bisogno della scusa delle armi proibite per fare la guerra all'Iraq (anche se questo specifico casus belli gli faceva comodo quando puntavano ad un'autorizzazione dell'Onu). Avevano altri seri motivi (anche se non sarebbe male cercare di capire quali: il «cambio di regime»? l'esempio da dare per ridisegnare la mappa del Medio Oriente? La vendetta per l'11 settembre, visto che Osama non riescono a beccarlo? Lezioni da dare a Russia, Cina e altri?). Un intellettuale francese, Emmanuel Todd, aveva evocato per spiegare la strategia americana la favola del lupo e dell'agnello di La Fontaine: il lupo snocciola una scusa dopo l'altra, poi si mangia l'agnello solo perché lo vuole e lo può fare (non è accecamento anti-americano, l'argomento ritorna, in altri modi, in molti commenti sulla stampa Usa). Saddam non era certo un agnello. Le armi proibite ce le aveva, e le ha anche usate in passato. Non le ha usate stavolta, e non è incoraggiante doversi porre il trilemma: perché non gli conveniva?, perché non le aveva più?, o perché le ha date a qualcuno di ancora meno raccomandabile? Gli Stati Uniti non sono il lupo. Ma possibile che Bush e Blair non si rendano conto che da uno come Saddam è accettabile, anzi scontato, che mentisse, ma non dai governanti della più antica e più solida democrazia occidentale?
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