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    Il Kossovo visto dall'Italia

    15 ottobre 1999 - Carlo Gubitosa
    Fonte: Dossier International Press Institute "The Kosovo news and propaganda war" - http://www.peacelink.it/dossier/ipi/

    In Italia l'opinione piu' diffusa tra le Organizzazioni Non Governative, le associazioni pacifiste e i volontari per la cooperazione internazionale e' che i mass-media non abbiano utilizzato tutti gli strumenti a loro disposizione per prevenire l'esplosione della violenza in Kossovo. E' possibile distinguere tre fasi, che corrispondono a tre diversi periodi storici e a tre diversi atteggiamenti dei media nei confronti del "problema Kossovo". La prima fase e' quella dell'indifferenza, la seconda quella della propaganda, la terza quella dell'assuefazione.

    Prima dei bombardamenti: scarsa attenzione verso il Kossovo

    Nel 1993 nasce in Italia la "Campagna Kossovo", una iniziativa di un cartello di associazioni pacifiste che ha denunciato le violazioni dei diritti umani subite dalla popolazione albanese del Kossovo. Nei primi anni del conflitto gli albanesi non sono stati oggetto di una vera e propria pulizia etnica, ma hanno dovuto rinunciare alla loro lingua e alla loro identita' culturale, con soprusi da parte della polizia locale e una perdita progressiva dei diritti civili. Purtroppo questo genere di atti violenti non e' stato sufficiente per attirare l'attenzione dei media e dei governanti, e per molti anni i documenti, gli appelli e le denunce della "campagna Kossovo" sono stati ignorati. Nel 1996 la "Campagna Kossovo" ha distribuito delle cartoline per chiedere la difesa dei diritti umani in Kossovo. 10.000 di queste cartoline sono state inviate al Ministro degli Esteri italiano e al presidente del Consiglio d'Europa.

    L'"Ambasciata di Pace" e l'interposizione non armata

    La "Campagna Kossovo" non e' stata l'unica iniziativa di questo genere: nel 1995 viene istituita una "Ambasciata di pace" a Pristina con compiti di mediazione e monitoraggio. Il progetto e' realizzato dal prof. A.L'Abate della Università di Firenze, che lo realizza assieme ad alcuni volontari con il finanziamento della campagna internazionale di obiezione di coscienza alle spese militari. Anche questa iniziativa non ha trovato spazio all'interno dei mezzi di informazione. Nei mesi precedenti all'escalation militare in Kossovo, diversi volontari dell'Associazione "Papa Giovanni XXIII" hanno vissuto a Pristina e nei villaggi del Kossovo per una azione di interposizione nonviolenta. In diversi casi la presenza di questi volontari e' stata una garanzia di sicurezza, e in molti casi si e' riusciti a proteggere la popolazione civile dalle rappresaglie delle milizie delle due parti in conflitto. Anche questa azione nonviolenta, denominata "Operazione Colomba" non ha avuto nessun sostegno da parte dei mezzi di informazione. Gli attivisti italiani non sono stati i soli a parlare senza essere ascoltati: probabilmente nei prossimi libri di storia, quando verra' descritto il conflitto in Kossovo, non si parlera' di tutti i gruppi che hanno lavorato per una soluzione nonviolenta: Balkan Peace Team (Germania), Peace Workers (USA), Transnational Foundation for Peace (Svezia), Conflict Prevention Network (Germania), Amis du Kosovo (Belgio), Bertelsman Foundation (Germania), Donne in nero (Belgrado), Council for Defence of Human Rights and Freedoms (Pristina). L'indifferenza dei media ha condannato queste iniziative a rimanere sconosciute.

    Il silenzio a pochi giorni dalle bombe

    Questo silenzio e questa mancanza di interesse hanno raggiunto il loro massimo livello l'8 dicembre 1998, quando a poche settimane dai bombardamenti una delegazione composta da diverse centinaia di volontari italiani si e' recata in Kossovo per attirare l'attenzione dei mass-media sul problema dei Balcani, con una marcia pacifica chiamata "I Care". Nessun organo di informazione ha commentato questa iniziativa, nonostante gli sforzi fatti dalle associazioni che organizzavano questo "viaggio di pace" per coinvolgere la stampa e la televisione. Il tutto si e' svolto quasi dietro le quinte, nel disinteresse piu' totale dei mezzi di informazione.
    E' triste che i riflettori dei mezzi di informazione si accendano su un territorio solo quando iniziano a parlare le armi. La pace purtroppo non fa notizia. I problemi piccoli e risolvibili vengono ignorati dai media, fino a quando non crescono abbastanza da meritare attenzione a livello mondiale.
    I conflitti interstatali vengono descritti solo quando sono abbastanza spettacolari, solo quando assumono le dimensioni della tragedia, del massacro, della deportazione di massa, dell'azione militare internazionale.
    In questo modo i media italiani, rincorrendo unicamente le notizie piu' sensazionali, hanno rinunciato in partenza al loro ruolo di prevenzione dei conflitti e al loro ruolo di strumenti efficaci per la ricerca di una soluzione pacifica.

    Durante i bombardamenti: un atteggiamento acritico e superficiale

    In guerra l'informazione si chiama propaganda, soprattutto quando questa informazione proviene da una delle parti direttamente coinvolte nel conflitto. Durante i giorni dei bombardamenti sul Kossovo anche in Italia i mezzi di informazione si sono trasformati in strumenti di propaganda, che hanno affermato con forza una idea, presentandola come una verita' oggettiva: "l'unica soluzione possibile al conflitto tra i cittadini serbi e albanesi del Kossovo e' un intervento militare, in particolare un massiccio bombardamento aereo".

    Gli strumenti della propaganda

    Gli strumenti usati per rendere moralmente accettabili i bombardamenti sono stati numerosi: la scelta preferenziale di alcune fonti, l'utilizzo di immagini con un forte impatto emotivo (bambini, donne, profughi), l'omissione di alcune informazioni, e in particolare l'omissione di tutte le alternative possibili alla guerra, l'utilizzo strumentale di un linguaggio e di un vocabolario favorevoli all'utilizzo delle armi, la personificazione del conflitto (guerra CONTRO Milosevic e non PER il Kossovo), una informazione veloce che lascia poco spazio alla riflessione, al dubbio e all'approfondimento, la produzione di una informazione semplificata che non ha bisogno di ulteriori analisi, la produzione di tesi gia' dimostrate che non hanno bisogno di una ulteriore verifica delle ipotesi.

    Per quanto riguarda la scelta preferenziale delle fonti, va fatto notare il maggiore credito e la maggiore fiducia che si e' data alle informazioni provenienti dalla Nato rispetto a quelle provenienti dalla Repubblica Federale Jugoslava (RFJ). L'Italia e i giornalisti italiani hanno deciso sin dall'inizio di credere alla versione dei fatti fornita dai propri alleati, senza sforzarsi troppo per ricercare delle informazioni imparziali e al di sopra delle parti. In molte occasioni i dati forniti dalla Nato, o piu' correttamente dai vertici militari degli Stati Uniti, sono stati utilizzati dai giornali e dalle televisioni italiane senza neppure citarne la fonte, e spesso senza nessuna verifica, mentre i dati provenienti dalla Repubblica Federale Jugoslava (RFJ) sono stati sempre presentati come informazioni "di fonte serba".

    Un altro esempio di informazione poco corretta lo ha dato il settimanale italiano "Panorama", che il 9 aprile 1999 ha pubblicato delle foto di un tragico massacro, immagini molto violente, in grado di esercitare un forte impatto emotivo sui lettori. Queste immagini sono state descritte come una operazione di pulizia etnica avvenuta 48 ore prima. In realta' quelle stesse foto erano gia' state pubblicate dal settimanale italiano "l'Espresso" il 19 marzo 1998. I giornalisti di "Panorama" si sono scusati con i loro lettori dicendo che l'importante era la sostanza dell'articolo, e che quelle immagini comunque "documentano perche' con Milosevic non si puo' e non si deve trattare". Una affermazione che non ha certamente favorito l'attivita' diplomatica, ma al contrario ha esasperato la contrapposizione tra le parti in guerra.

    Informazione a senso unico

    Per lunghe settimane quotidiani, riviste e televisioni hanno impiegato tutte le loro energie per dimostrare la brutalita' e la violenza criminale delle azioni di Milosevic, e questo ha reso piu' difficile l' analisi di tutte le possibili alternative all'azione armata della Nato. Inoltre la descrizione approfondita dei crimini commessi dai serbi ai danni degli albanesi non e' stata accompagnata da una descrizione altrettanto precisa della natura criminale dell'UCK, (Ushtria Clirimtare e Kosoves), l'"Esercito di Liberazione del Kossovo". Solo pochissimi quotidiani hanno segnalato i rapporti del Geopolitical Drug Watch, l'osservatorio europeo sulle droghe, e della DEA (Drug Enforcement Administration), l'organizzazione americana per la lotta al narcotraffico, rapporti in cui si denunciano le connessioni dell'Uck con la criminalita' organizzata, con il traffico della droga e con i mercanti di armi.

    L'alternativa

    Gli osservatori dell'Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) hanno piu' volte ripetuto che con un contingente piu' numeroso e con un maggiore appoggio da parte dei governi aderenti all'Osce il loro lavoro di interposizione e di monitoraggio avrebbe potuto essere molto piu' efficace, e addirittura determinante per il ripristino dei diritti umani in Kossovo, ma pochissimi quotidiani italiani hanno preso in considerazione le loro osservazioni, completamente ignorate dalla televisione.

    L'idea dominante che si e' sviluppata negli italiani e' che non avrebbe potuto esserci nessuna alternativa ai bombardamenti per riportare la giustizia in Kossovo, ma questo non e' vero. E' vero invece che i giornalisti italiani non hanno saputo descrivere in modo sufficiente le proposte alternative ai bombardamenti, e hanno scelto di dare voce solamente a diplomatici, politici ed esperti militari, persone che nella maggior parte dei casi non sono state in grado di proporre delle alternative all'azione militare, o non hanno avuto l'interesse di farlo.

    L'informazione semplificata e preinterpretata

    Un'altra caratteristica dell'informazione italiana in tempo di guerra e' quella di aver fornito soluzioni gia' pronte e definitive ad una situazione complessa come quella del Kossovo, interpretazioni che non hanno mai lasciato spazio al dubbio, pochi strumenti di analisi, molta sintesi e semplificazione. Questa sintesi e questa semplificazione hanno eliminato ogni sfumatura, ogni incertezza, ogni possibile dubbio e obiezione sull'"inevitabilita'" dell'intervento. L'immagine della guerra fornita dai mass-media e' stata una immagine piatta e in bianco e nero, l'immagine di una azione dei "buoni" contro i "cattivi", una lotta tra indiani e cow-boys. Tutto e' stato riassunto in una sola espressione: "pulizia etnica". A partire da questa espressione, ripetuta come un mantra da politici, intellettuali e giornalisti, si e' creato il consenso dell'opinione pubblica sull'intervento armato in Kossovo, un consenso inizialmente molto esteso e quasi unanime, al quale si sono sottratti
    unicamente i militanti pacifisti. Questo consenso si e' pian piano ridimensionato man mano che l'azione militare si e' protratta nel tempo, in conseguenza dei numerosi "effetti collaterali".La mancanza di analisi e di approfondimento non ha permesso di capire che la pulizia etnica e' nata anche dall'indifferenza occidentale e dai legami economici dei paesi europei con il governo di Milosevic, che hanno creato un terreno fertile per la violazione dei diritti umani.

    La Normalizzazione

    Dopo 78 giorni di guerra c'e' stato bisogno di tranquillizzare l'opinione pubblica, che iniziava ad interrogarsi sulla possibilita' di una estensione del conflitto con un coinvolgimento della Russia. Il "lieto fine" del rassicurante arrivo della "forza di pace" in Kossovo e' solo la facciata che i giornali e la televisione hanno dato a quello che e' stato solo l'inizio di una grande crisi che coinvolgera' tutti. E' un atto irresponsabile far finta che tutto sia andato a buon fine quando abbiamo scatenato una emergenza ambientale di cui pagheremo le conseguenze per decenni, quando abbiamo ricoperto i balcani di bombe a grappolo equiparate alle mine antiuomo (che sono state le prime a causare vittime all'interno della forza di pace), quando l'odio e la violenza che dividevano i serbi dagli albanesi sono stati esasperati anziche' risolti dal conflitto, quando un esercito finanziato dalla mafia e dai proventi della droga viene riconosciuto come la forza di polizia ufficiale a cui verra' consegnato il Kossovo. Io faccio parte di una categoria di persone che ha vissuto la guerra sentendosi coinvolta in prima persona, con un assorbimento di tutte
    le energie mentali e fisiche. Devo dire che per me e per tutte le persone che hanno condiviso con me questo atteggiamento e' stato davvero umiliante, durante gli ultimi giorni dei bombardamenti accendere la televisione e vedere tutti i principali telegiornali italiani che hanno dato come notizia di apertura lo scudetto vinto dal milan e come terza o quarta notizia informazioni sugli sviluppi del conflitto. E' stato un modo per dire "non preoccupatevi, tutto continua come sempre e il nostro stile di vita non cambiera'"

    Il ruolo dei mezzi di informazione alternativi

    Forse questa e' la prima guerra della storia che si e' combattuta anche nel "Cyberspazio", con la creazione di un circuito alternativo di informazione attravero l'Internet. Accanto all'informazione "ufficiale" delle agenzie di stampa, dei giornali e della televisione, si e' sviluppata una informazione popolare, su iniziativa di cittadini e gruppi di volontari interessati ad approfondire i problemi del Kossovo con un atteggiamento critico, che hanno voluto assumere un ruolo attivo nel processo di creazione delle informazioni. Sull' Internet hanno potuto essere diffuse informazioni troppo estese per i giornali o per la televisione, come ad esempio il testo integrale degli accordi di Rambouillet o i dossier scientifici sugli effetti dell'uranio impoverito contenuto nei proiettili anticarro, informazioni che hanno aiutato ad approfondire i meccanismi con cui si e' arrivati allo scontro militare e le conseguenze dei bombardamenti. Grazie ad una maggiore disponibilita' di informazioni, c'e' stata anche una maggiore possibilita' di verificare le affermazioni e i dati forniti dalle due parti in conflitto. Per la prima volta nella storia, le popolazioni civili coinvolte in una guerra hanno potuto parlarsi direttamente, attraverso la posta elettronica, senza il controllo dei governi o dei vertici militari.
    Gli effetti dei bombardamenti sono stati raccontati in tempo reale, direttamente dalle persone che scrivevano messaggi di posta elettronica mentre ascoltavano le sirene dei bombardamenti o il rumore dei vetri che esplodevano per l'onda d'urto provocata dalle bombe. Le due testimonianze piu' efficaci sono state i "diari di guerra" scritti su internet da Sasa Zograf, disegnatore di fumetti che vive e lavora a Pancevo, e da Djordje Vidanovic, professore di linguistica dell'Universita' di Nis, che in uno dei suoi messaggi ha dato la sua testimonianza diretta dei fatti avvenuti al mercato di Nis il 7 maggio 1999, quando le bombe a grappolo della Nato, che avrebbero dovuto colpire l'aeroporto situato a 6 chilometri di distanza, hanno causato decine di vittime civili. L'utilizzo della posta elettronica ha permesso anche una azione piu' coordinata e piu' efficace di tutte le associazioni e i movimenti per la pace, che hanno potuto condividere le loro informazioni e organizzarsi a distanza con costi bassissimi.

    L'efficace utilizzo dell'internet come strumento per compensare la propaganda di guerra ha dimostrato che nella societa' dell'informazione la guerra non ha piu' una vita propria, non puo' piu' nascere da sola, ma ha bisogno di essere legittimata e sostenuta da ragioni umanitarie, ha bisogno di trovare un motivo accettabile e morale per la propria esistenza. In una societa' dove i mass-media giocano un ruolo sempre piu' determinante, il potere non risiede piu' solo nel controllo dei mezzi di produzione, ma anche nel controllo dei mezzi di informazione, e per le guerre del nuovo millennio il sostegno acritico e fedele dei mezzi di informazione sara' indispensabile tanto quanto il sostegno dell'industria delle armi.

    Un futuro incerto

    In Italia la propaganda massiccia e capillare a favore dell'azione armata ha concentrato l'attenzione dei mass-media quasi esclusivamente sull'area balcanica, con un duplice effetto negativo. Oltre a legittimare i bombardamenti Nato, l'effetto della propaganda di guerra e' stato anche quello di distogliere l'attenzione dell'Europa dalle altre emergenze del pianeta, dalle violazioni dei diritti umani che avvengono ogni giorno in molti stati del mondo, compresi gli stessi stati della Nato per i quali i diritti umani sono un ottimo prodotto di esportazione, ma un pessimo prodotto per uso interno. Da diversi anni, ad esempio, i rapporti annuali di Amnesty International denunciano le gravi violazioni dei diritti umani nelle carceri dell'America e della Turchia, la diffusione dello schiavismo in Sudan, lo sfruttamento del lavoro minorile di molti paesi asiatici, emergenze che non possono essere certamente risolte con delle azioni militari "umanitarie" estese su scala mondiale.

    L'azione politica dovrebbe anticipare e prevenire i conflitti, ed avere un respiro mondiale, mentre attualmente la politica insegue con la sua azione le zone maggiormente illuminate dai riflettori dei mass-media. I governanti italiani, che per quasi tre mesi si sono occupati unicamente del Kossovo, corrono il rischio di non accorgersi di quei conflitti e di quelle violazioni dei diritti umani che oggi non meritano l'onore della prima pagina, e che domani potrebbero esplodere con la stessa violenza con cui e' degenerata la situazione nei Balcani.

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