USA: la Non-Elezione del 2004
Alle elezioni del Novembre 2004 è seguito un ampio dibattito, con esultanza in alcuni quartieri, disperazione in altri, e una generale lamentela a proposito di una "nazione divisa". Tutto questo avrà probabilmente conseguenze in ambito polito, che saranno particolarmente dannose per l'opinione pubblica nell'arena domestica, ma anche per il mondo intero, per lo meno per quanto riguarda la "trasformazione delle forze militari", che ha portato alcuni analisti politici di spicco a mettere in guardia sulla "rovina finale" e sperare che il militarismo e l'aggressività Usa sia contrastata da una coalizione di stati pacifisti guidati dalla Cina (John Steinbruner e Nancy Gallagher, Daedalus). Ecco a che punto siamo arrivati, se si considera che espressioni del genere si possono leggere nei giornali più rispettabili e sobri. Vale anche la pena di notare quanto sia profonda la disperazione da parte degli scrittori sullo stato della democrazia Usa. Se tali giudizi siano effettivamente meritati saranno gli attivisti a stabilirlo. Sebbene queste elezioni portino con sé significative conseguenze, in effetti ci dicono molto poco riguardo la situazione effettiva del paese, tantomeno riguardo l'umore della gente. Ci sono comunque altre fonti dalle quali possiamo imparare molto e che ci offrono delle lezioni importanti. L'opinione pubblica negli Stati Uniti è costantemente monitorata e se pure moderazione e attenzione nell'interpretazione dei dati sono sempre necessarie, esistono studi che rappresentano una valida risorsa. Ed è facile capire perché i risultati di questi studi, sebbene di pubblico dominio, siano però tenuti segreti dalle istituzioni dottrinali. Questo è ciò che è accaduto agli studi più approfonditi e ricchi di informazioni sull'opinione pubblica resi pubblici immediatamente prima delle elezioni, in particolare quelli del Chicago Council on Foreign Relation (CCFR), Consiglio di Chicago sulle Relazioni con l'Estero, e il Program on International Policy Attitudes, Programma sugli Atteggiamenti di Politica Internazionale, dell'Università del Maryland (PIPA), sui quali ritornerò più tardi. Una conclusione che si puà trarre è che le elezioni non hanno conferito alcun mandato su nulla, anzi, si sono svolte a stento, per lo meno se si intendono le elezioni nel vero senso della parola "elezione". Questa comunque non è affatto una conclusione nuova. La vittoria di Reagan nel 1980 rifletteva "la decadenza delle strutture dei partiti organizzati, e l'ampio utilizzo di Dio e del denaro nel successo di un candidato un tempo solo marginale al 'centro vitale' della vita politica americana", e rappresentava "il continuo disintegrarsi di quelle coalizioni politiche e strutture economiche che avevano dato alle politiche di partito una certa stabilità e direzione nella generazione precedente"(Thomas Ferguson e Joel Rogers, Hidden Election, 1981 [l'Elezione Nascosta, ndr.]). Nella stessa valida raccolta di saggi, Walter Dean Burnham ha descritto l'elezione come un'ulteriore prova della "fondamentale unicità non comparabile ad altri del sistema politico americano: cioè la totale assenza di un partito socialista o laburista di massa che possa svolgere il ruolo di competitore organizzato nel mercato elettorale", la qual cosa serviva a spiegare gran parte dei "tassi di astensionismo trasversale alle classi sociali" e l'importanza minima delle varie questioni su cui si votava. Così all'interno di quel 28% dell'elettorato che votò per Reagan, l'11% indicava come principale motivazione che "lui è un vero conservatore". Nella "vittoria a valanga" di Reagan del 1984, con un elettorato di poco inferiore al 30%, la percentuale è poi crollata al 4% e un'ampia maggioranza dei votanti sperava che il suo programma legislativo non sarebbe stato messo in atto. Quello che questi eminenti scienziati della politica descrivono fa parte di quel potente contraccolpo contro la terrificante "crisi della democrazia" degli anni '60, che aveva minacciato di democratizzare la società e, nonostante gli enormi sforzi per distruggere questa minaccia contro l'ordine e la disciplina, essa ha avuto degli effetti a lungo raggio sulla consapevolezza personale e sulle abitudini sociali. L'era successiva agli '60 è stata segnata da una sostanziale crescita dei movimenti popolari che si dedicano alla promozione di una maggiore giustizia e libertà e rifiutano di tollerare il ricorso a brutali aggressioni e violenza alla quale precedentemente si era lasciata la briglia sciolta. La guerra del Vietnam è un drammatico esempio, naturalmente messo a tacere a causa della lezione che insegna sull'impatto e sul potere di civilizzazione della mobilitazione popolare. La guerra contro il Vietnam del Sud lanciata da JFK nel 1962, dopo che anni di terrorismo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti aveva già ucciso decine di migliaia di persone, fu brutale e barbara fin dall'inizio: bombardamenti e guerra chimica per distruggere i raccolti così da poter ridurre alla fame la popolazione civile e la sua possibilità di appoggiare la resistenza indigena, insieme a programmi per mandare milioni di persone in quelli che non erano altro che campi di concentramento o baracche urbane per eliminare la base popolare della resistenza. Nel momento in cui le proteste raggiunsero un livello considerevole, Bernard Fall,specialista sul Vietnam ampiamente rispettato nonché storico militare piuttosto acuto, si domandava se "il Viet-nam in quanto entità storica e culturale" sarebbe sfuggito all'"estinzione" dato che "la campagna sta letteralmente morendo sotto i colpi della più imponente macchina militare mai impiegata su un'area di questa ampiezza" - in particolare il Vietnam del Sud, che ha sempre rappresentato l'obiettivo principale degli assalti Usa. Quando poi la protesta riuscì finalmente ad organizzarsi, seppure con troppi anni di ritardo, fu diretta per lo più contro i crimini periferici: legati all'espandersi della guerra contro il Sud al resto dell'Indocina, crimini terribili ma pur sempre minori. I dirigenti di Stato sono perfettamente consapevoli di non potersi più prendere certe libertà. Le guerre contro "nemici molto più deboli", cioè gli unici obiettivi accettabili, devono essere vinte "in maniera decisiva e rapida", hanno consigliato i servizi di intelligence di Bush. Ogni ritardo potrebbe infatti "disgregare il sostegno politico", che si ammette essere piuttosto fragile. Qesto fatto dunque testimonia un grande cambiamento dai tempi dell'attacco all'Indocina nel periodo Kennedy-Johnson: questo, pur non riuscendo mai ad incontrare il favore popolare, per molti anni sollevò ben poche reazioni. Ma si continua a tener fede a quelle conclusioni nonostante i terribili crimini di guerra commessi a Falluja, che ricalcano la distruzione di Grozny da parte dei russi avvenuta dieci anni fa, compresi i crimini sbattuti sulle prime pagine dei giornali, per i quali i dirigenti della società civile, in base alla legge sui Crimini di Guerra passata dal Congresso Repubblicano nel 1966, sarebbero soggetti alla pena di morte - uno degli episodi più disgraziati negli annali del giornalismo Usa. Il mondo è piuttosto terribile oggi, ma è di gran lunga migliore di ieri, non solo perché non tollera aggressioni, ma anche sotto molti altri aspetti, che però oggi tendiamo a dare per scontati. Ci sono lezioni molto importanti da imparare, che dovrebbero sempre essere presenti in primo piano nelle nostre menti, per la stessa ragione per cui esse invece sono soppresse nella culture di elite. Ritornando alle elezioni, nel 2004 Bush ha ricevuto i voti di poco più del 30% dell'elettorato, Kerry un po' meno. Gli schemi del voto somigliano a quelli del 2000, con quasi lo stesso scacchiere di Stati "rossi" e "blu", qualunque significato gli si voglia dare. Un piccolo cambiamento nelle preferenze dell'elettorato avrebbe portato Kerry alla Casa Bianca, e ci avrebbe comunque detto molto poco a proposito del paese e delle preoccupazioni pubbliche. Solitamente le campagne elettorali sono condotte dall'industria delle Pubbliche Relazioni, che per sua vocazione naturale vende dentifricio, medicine per migliorare lo stile di vita, automobili e altri prodotti. Il suo principio guida è l'inganno. Il suo compito è quello di minare quegli stessi "liberi mercati" che ci hanno insegnato ad onorare: delle mitiche entità nelle quali consumatori informati fanno scelte razionali. In un sistema così difficilmente immaginabile, le aziende dovrebbero fornire informazioni sui loro prodotti: conveniente, facile, semplice. Ma non è certo un segreto che queste non fanno nulla del genere. Piuttosto, cercano di convincere i consumatori a scegliere il loro prodotto invece che qualche altro virtualmente identico. La GM non rende semplicemente di dominio pubblico le caratteristiche dei modelli dell'anno successivo. Piuttosto investe enormi somme per creare immagini con le quali ingannare i consumatori, facendo vedere stelle dello sport, modelle sexy, macchine che si inerpicano su scogliere a picco e si avviano verso un futuro paradisiaco e così via. Il mondo degli affari non spende centinaia di miliardi di dollari l'anno per fornire informazioni. La famosa "iniziativa imprenditoriale" e il "libero scambio" sono realistici quanto la scelta del consumatore informato. L'ultima cosa che chi domina la società vuole, è il fantasioso mercato delle teorie e delle dottrine economiche. Ma tutto questo in effetti dovrebbe oramai essere anche troppo familiare per meritare una lunga discussione. Qualche volta la volontà di inganno è abbastanza scoperta. I recenti negoziati Usa-Australia sull'"accordo per il libero scambio" erano sostenuti dalla preoccupazione di Washington a proposito del sistema di copertura sanitaria dell'Australia, forse il più efficiente al mondo. In particolare, i prezzi delle medicine sono solo una frazione di quelli degli Usa: le stesse medicine, prodotte dalle stesse società, fanno guadagnare profitti importanti in Australia, anche se si tratta di profitti che non hanno niente a che vedere con quelli ricavati negli Usa, spesso sulla base del pretesto che sono necessari per la cosiddetta R&D, vale a dire Research and Development, Ricerca e Sviluppo, ecco dunque un altro esempio di pratica dell'inganno. Parte dei motivi dell'efficienza del sistema australiano sta nel fatto che, come altri paesi, l'Australia si basa su procedure che il Pentagono usa quando deve comprare le graffette per la carta: il potere di acquisto del governo è usato per negoziare i prezzi, fatto però illegale negli Usa. Un'altra ragione è che l'Australia per la vendita di prodotti farmaceutici si è attenuta a procedure "basate su prove". I negoziatori Usa però le hanno denunciate come interferenze di mercato: le società farmaceutiche in tal modo sarebbero private dei loro legittimi diritti se dovessero portare delle prove quando affermano che il loro ultimo prodotto è migliore di qualche altra alternativa più economica, oppure quando fanno passare annunci pubblicitari nei quali qualche eroe dello sport o qualche modella dice al pubblico di chiedere al proprio dottore se quella medicina è "quella giusta per te (in ogni caso è quella giusta per me)", tutto questo spesso senza neanche preoccuparsi di dire a che cosa dovrebbe servire. Il diritto di ingannare evidentemente deve essere garantito a tutte quelle persone immensamente potenti e patologicamente immortali create dall'attivismo dal giudizio radicale per guidare la società. Quando le viene affidato il compito di "vendere" dei candidati, l'industria delle Pubbliche Relazioni naturalmente ricorre alle solite tecniche di base, così da assicurarsi che la politica rimanga "l'ombra del grande business sulla società", secondo una definizione creata parecchio tempo fa da John Dewey, il principale filosofo americano della società, per descrivere i risultati del "feudalesimo industriale". L'inganno è usato per minare la democrazia, proprio allo stesso modo in cui rappresenta lo strumento naturale per scardinare i mercati. Gli elettori sembra che ne siano consapevoli. Infatti poco prima delle elezioni del 2000, il 75% circa dell'elettorato le considerava come un gioco per i ricchi contribuenti, i dirigenti di partito e l'industria delle Pubbliche Relazioni, che prepara i candidati a proiettare immagini e affermare frasi prive di significato che possono guadagnare qualche voto. Molto probabilmente è per questo che la popolazione prestò poca attenzione alla questione delle "elezioni rubate", ampiamente sviscerata nei settori più acculturati. Ed è per questo che con ogni probabilità presteranno ben poca attenzione anche alle rivendicazioni riguardo la presunta frode del 2004. Ma quando si lancia la moneta per decidere chi è il Re, non ci si preoccupa molto se la moneta è prevenuta. Nel 2000, la "questione della consapevolezza", cioè a dire la conoscenza delle prese di posizione sui vari argomenti da parte delle organizzazioni che esprimevano un candidato, raggiunse il livello più basso di tutti i tempi. Testimonianze oggi a nostra disposizione suggeriscono che questo livello potrebbe essere stato ancora più basso nel 2004. Il 10% circa dei votanti ha dichiarato che avrebbe basato la propria scelta sull'"agenda, le idee, i programmi, gli obiettivi" del candidato: il 6% di questi votava per Bush, il 13% per Kerry (Gallup). Il resto avrebbe votato per ciò che l'industra chiama "qualità" o "valori", che sono la controparte politica delle pubblicità per il dentifricio. Gli studi più accurati (PIPA) hanno scoperto che l'elettorato aveva un'idea del tutto insufficiente delle opinioni del candidato sugli argomenti che li riguardavano da vicino. Gli elettori di Bush erano portati a credere di condividere con il candidato le stesse idee, anche se il Partito Repubblicano le aveva rifiutate, spesso esplicitamente. Analizzando le fonti usate in questi studi, scopriamo che lo stesso per lo più valeva anche per gli elettori di Kerry, a meno che non vogliamo dare delle interpretazioni particolarmente favorevoli a delle affermazioni vaghe che la maggior parte dei votanti non aveva probabilmente neppure mai sentito. Gli exit polls hanno trovato che Bush ha vinto ottenuto molti voti tra chi si preoccupava soprattutto della minaccia del terrore e dei "valori morali", mentre Kerry ha guadagnato la maggioranza dei voti di chi si preoccupava maggiormente dell'economia, della copertura sanitaria e di altre questioni. Questi risultati però ci dicono molto poco. E' facile dimostrare che per coloro che pianificano la politica di Bush, la minaccia del terrorismo ha in effetti bassa priorità. L'invasione dell'Irak è solo uno dei molti esempi. Perfino le loro stesse agenzie di intelligence sono d'accordo con l'idea diffusa tra le altre agenzie, e condivisa da esperti indipendenti, che l'invasione avrebbe probabilmente aumentato la minaccia di atti di terrorismo, come in effetti è accaduto, oltre alla probabile proliferazione del nucleare, come era stato previsto. Tali minacce semplicemente non sono delle priorità nel loro programma, specialmente se paragonate alla necessità di stabilire le prime basi militari sicure in uno stato cliente in posizione di dipendenza nel cuore delle più grandi riserve di energia del mondo, una regione che è stata vista fin dalla II Guerra Mondiale come "l'area strategicamente più importante del mondo", "Una meravigliosa risorsa di potere strategico, e uno dei più grandi tesori materiali della storia del mondo". Uno storico dell'industria ha definito il controllo sui 2 terzi di quelle che sono stimate le riserve di idrocarburi del mondo "profitti al di là dei sogni di avidità", che naturalmente devono fluire nella giusta direzione. Ma a parte questo tali risorse sono particolarmente economiche e facili da sfruttare, fatto che ha portato recentemente Zbigniew Brzezinski a chiamare tale controllo "influenza critica" sui rivali europei e asiatici, mentre Gorge Kennan molti anni prima l'aveva definito "il potere di veto" su di loro. Queste sono state preoccupazioni politiche cruciali durante tutto il periodo del dopo guerra seguito alla II guerra mondiale, e lo sono ancora di più nel mondo di oggi, che si sta evolvendo verso un equilibrio tripolare. Esso comporta la minaccia che l'Europa e l'Asia possano andare nella direzione di una maggiore indipendenza, e ancora peggio, che possano unirsi: la Cina e l'Europa infatti sono diventate nel 2004 il principale partner commerciale l'una per l'altra, seguite dalla seconda economia più ampia al mondo (Giappone), e queste tendenze sono destinate probabilmente ad ampliarsi. Una mano ferma sul rubinetto riduce senz'altro questi pericoli. Occorre notare poi che il punto cruciale è il controllo, non l'accesso. Le politiche Usa nei confronti del Medio Oriente erano le stesse quando quest'ultimo era un esportatore di petrolio per un'ampia rete, e restano le stesse oggi, che i servizi Usa ipotizzano che gli Stati Uniti potranno valersi su risorse più stabili nel bacino atlantico. Le politiche sarebbero probabilmente le stesse se gli Usa decidessero di passare all'energia rinnovabile. La necessità di controllare la "splendida fonte di potere strategico" e guadagnare "profitti ben al di là dei sogni di avidità" rimarrebbero. Le manovre in Asia Centrale e lungo le rotte degli oleodotti riflettono tali preoccupazioni. Ci sono molti altri esempi della stessa mancanza di interesse per la minaccia del terrorismo in chi pianifica la politica di Bush. Gli elettori di Bush comunque, consapevoli o no, hanno votato per un probabile incremento della minaccia del terrorismo, il che potrebbe essere terrificante: si sapeva ben prima dell'11 settembre che presto o tardi i terroristi della Jihad, organizzati dalla CIA e dai suoi affiliati negli anni '80, molto probabilmente avrebbero potuto disporre di WMD (Weapons of Mass Destruction, Armi di Distruzione di Massa, ndr.), con conseguenze devastanti. Eppure perfino queste terrificanti prospettive vengono consapevolmente incrementate dalla trasformazione dell'esercito, che contribuisce ad aumentare la minaccia della "rovina finale" per via di una accidentale guerra nucleare. D'altra parte essa sta anche spingendo la Russia a spostare i suoi missili nucleari sui suoi territori enormi e per lo più non protetti per contrastare la minaccia militare Usa. Insieme ad essa poi va considerata la minaccia di eliminazione istantanea che è una parte fondamentale del "possesso dello spazio" a scopo militare offensivo annunciato dall'amministrazione Bush, insieme alla sua Strategia per la Sicurezza Nazionale della fine del 2002, la quale ampliava significativamente i programmi di Clinton, che erano già abbastanza azzardati, e avevano già paralizzato il Comitato per il Disarmo delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda i "valori morali" invece, veniamo a sapere che fine hanno fatto dalla stampa che si occupa di affari il giorno dopo le elezioni, la quale riportava "euforia" nelle sale dei consigli di amministrazione, certamente non perché CEO si opponeva ai matrimoni gay. Ed ancora euforia per gli sforzi alla fine svelati per spostare sulle generazioni future i costi della zelante opera dei pianificatori di Bush a favore del privilegio e del benessere: costi fiscali e ambientali, tra gli altri, per non parlare della minaccia della "promessa finale". A parte questo, significa molto poco dire che la gente vota sulla base dei "valori morali". Il punto è cosa si intende con quella frase. Le pur limitate indicazioni che abbiamo, sono comunque di qualche interesse. In alcune statistiche, "quando agli elettori veniva chiesto di scegliere la più urgente crisi morale che il paese doveva affrontare, il 33 per cento indicava 'avidità e materialismo', il 31 per cento invece 'povertà e giustizia economica', il 16 per cento sceglieva l'aborto, e il 12 per cento il matrimonio gay" (Pax Christi). In altre statistiche invece, "quando agli elettori intervistati veniva richiesto di elencare le questioni morali che avevano maggiormente influenzato il loto voto, l'Irak era al primo posto con il 42 per cento, mentre il 13 per cento indicava l'aborto e il 9 per cento i matrimoni gay" (Zogby). Qualsiasi cosa volessero intendessero gli elettori con queste scelte, difficilmente potevano essere i valori morali operativi dell'Amministrazione, celebrati dalla stampa d'affari. Non voglio entrare nei dettagli qui, ma un'attenta analisi indica che per lo più le stesse cose erano vere per i sostenitori di Kerry, che pensavano di dare un segnale di attenzione particolare all'economia, la sanità e le loro altre preoccupazioni. Proprio come negli ingannevoli mercati costruiti dall'industria delle Pubbliche Relazioni, così anche nella falsa democrazia che questi guidano, il pubblico è poco più che un osservatore irrilevante, a parte il fascino delle immagini attentamente costruite che hanno solo la più vaga somiglianza con la realtà. Ma passiamo a delle testimonianze più serie a proposito dell'opinione pubblica: gli studi che ho prima citato, diffusi poco prima delle elezioni da alcune delle più rispettate e affidabili istituzioni che monitorano regolarmente l'opinione pubblica. Ecco alcuni dei loro risultati (Chicago Council of Foreign Relations): La maggioranza dell'opinione pubblica crede che gli Usa dovrebbero riconoscere la giurisdizione della Corte Criminale Internazionale e la Corte Mondiale, firmare il protocollo di Kyoto, permettere alle Nazioni Unite di essere a capo delle crisi internazionali, e basarsi su misure diplomatiche ed economiche più che su azioni militari nella "guerra al terrorismo". Simili ampie maggioranze della popolazione credono che gli Usa dovrebbero ricorrere alla forza solo se ci fosse una "prova schiacciante che il paese si trovi sotto l'imminente minaccia di essere attaccato", il che significa il rifiuto del consenso bipartisan sulla "guerra preventiva" e l'adozione della interpretazione convenzionale della Carta delle Nazioni Unite. Una larga fetta della popolazione poi è favorevole ad un abbandono del veto nel Consiglio di Sicurezza, al quale seguirebbe il ruolo di leader per le Nazioni Unite che pure non rientra tra le preferenze dei dirigenti di stato Usa. Quando sulla stampa leggiamo le parole dell'ufficiale moderato dell'Amministrazione Colin Powell che dice che Bush "ha vinto il mandato dal popolo americano per continuare a perseguire la sua politica estera 'aggressiva'", evidentemente questi si sta basando sul tradizionale assunto secondo cui l'opinione popolare è irrilevante rispetto alle scelte politiche di chi è al potere. E' anche particolarmente istruttivo osservare più da vicino gli atteggiamenti popolari sulla guerra in Irak, alla luce della generale opposizione alle dottrine che hanno ottenuto consenso bipartisan di "guerra preventiva". Poco prima delle elezioni del 2004 "tre quarti degli americani dicono che gli Usa non sarebbero dovuti entrare in guerra se l'Irak non aveva WMD (Weapons of Mass Destruction, Armi di distruzione di Massa, ndr.) o se non stava appoggiando al-Qaeda, mentre quasi metà della gente afferma ancora che la guerra era la decisione giusta" (Stephen Kull, relaziona sugli studi PIPA che lui dirige). Ma questo non è una contraddizione, sottolinea Kull. Nonostante le relazioni quasi ufficiali Kay e Duelfer che scardinano queste affermazioni, la decisione di andare in guerra "è sostenuta da credenze diffuse in metà degli americani che l'Irak abbia dato un aiuto sostanziale ad al-Qaeda, avesse WMD o almeno un vasto programma comprendente armi di distruzione di massa", e perciò vede l'invasione come una difesa contro una terribile e imminente minaccia. Studi PIPA molto precedenti avevano mostrato che un'ampia maggioranza credeva che le Nazioni Unite, non gli Usa, dovessero assumere il comando in materia di sicurezza, ricostruzione e transizione politica in Irak. Nel marzo scorso, gli elettori spagnoli sono stati duramente condannati per aver messo da una parte la minaccia del terrorismo quando mandarono a casa il governo che era entrato in guerra ignorando le obiezioni sollevate dal 90 per cento circa della popolazione, prendendo ordini da Crawford nel Texas, e guadagnandosi gli applausi per la sua leadership nella "Nuova Europa" che è speranza di democrazia. Pochi, quasi nessuno dei commentatori notò che gli elettori spagnoli nel marzo scorso avevano assunto quasi la stessa posizione di un'ampia maggioranza di americani: votare per rimuovere le truppe spagnole a meno che non fossero sotto il comando delle Nazioni Unite. Le maggiori differenze tra i due paesi sono che in Spagna, l'opinione pubblica era conosciuta, mentre qui occorre fare un progetto di ricerca individuale per scoprire qual è. E in Spagna la questione è arrivata al voto, cosa quasi inimmaginabile qui, sotto una democrazia formale che si deteriora di giorno in giorno. Questi risultati indicano che gli attivisti non hanno fatto il loro lavoro in maniera efficace. Spostandoci ad altre questioni, maggioranze schiaccianti dell'opinione pubblica sono a favore di un allargamento dei programmi domestici: innanzitutto la copertura sanitaria (80%), ma anche aiuti per l'educazione e Social Security. Risultati simili sono stati trovati in questi studi già da tempo (CCFR). Altre statistiche di ampia diffusione riportano che l'80% è a favore di una copertura sanitaria garantita anche se questa provocherebbe un reale aumento delle tasse, un sistema di copertura sanitaria probabilmente ridurrebbe considerevolmente le spese, permetterebbe di evitare i pesanti costi della burocrazia, dei controlli, documentazioni scritte e così via, che sono alcuni dei fattori che rendono il sistema privatizzato Usa il più inefficiente di tutto il mondo industriale. L'opinione pubblica è da lungo tempo sulle stesse posizioni, con percentuali variabili a seconda di come le domande gli sono rivolte. I dati sono talvolta discussi sulla stampa, con indicate le preferenze del pubblico, ma immediatamente messe da parte e bollate come "politicamente impossibili". Questo è successo di nuovo all'alba delle elezioni 2004. Qualche giorno prima (31 ottobre), il New York Times riportava che "c'è così poco appoggio politico per un intervento del governo sul mercato della copertura sanitaria negli Stati Uniti che il senatore John Kerry si è premurato in un recente dibattito presidenziale di dire che il suo piano per espandere l'accesso all'assicurazione sanitaria non avrebbe creato un nuovo programma di governo", che era ciò che però la maggioranza voleva, a quanto pare. Ma si tratta di qualcosa che è "politicamente impossibile" ed ha [troppo] poco sostegno politico", il che significa che le compagnie assicurative, le HMO, le industrie farmaceutiche, Wall Street etc. si oppongono. E' interessante notare come tali punti di vista sono portati avanti da persone completamente isolate. Si sentono raramente e non è improbabile che la controparte guardi le loro stesse opinioni come idiosincratiche. Le loro preferenze non entrano nelle campagne politiche e solo marginalmente ricevono qualche rinforzo in opinioni articolate sui media e sui giornali. Lo stesso vale anche in altri campi. Quale sarebbe stato il risultato delle elezioni se i partiti, qualunque partito, fosse stato disponibile ad affrontare le preoccupazioni della gente su questioni che questi considerano di vitale importanza? O se queste questioni potessero entrare nella discussione pubblica di ampia diffusione? Possiamo solo fare delle ipotesi, ma sappiamo che questo non accade e che i fatti vengono a malapena riportati. Non sembra difficile immaginare quali siano le ragioni. In breve, noi impariamo molto poco e di scarsa importanza dalle elezioni, ma possiamo imparare molto da quegli studi sulle opinioni della gente che sono tenuti nell'ombra. Sebbene sia naturale per i sistemi dottrinali di tentare di instillare il pessimismo, la sfiducia e la disperazione, le lezioni reali sono abbastanza diverse. Ci incoraggiano e ci rendono pieni di speranza. Infatti mostrano che esistono opportunità concrete per l'educazione e l'organizzazione, compreso lo sviluppo di potenziali alternative elettorali. Come in passato, i diritti non saranno garantiti dalle benevole autorità, o vinti da azioni intermittenti, come qualche ampia dimostrazione dopo la quale si va a casa, e neppure spingendo una leva in quella stravaganza quadriennale personalizzata che viene dipinta come "politica democratica". Come sempre anche in passato, il compito richiede un impegno giorno per giorno per, in parte creare, e ricreare le basi di una cultura democratica funzionante nella quale l'opinione pubblica giochi un ruolo nel determinare le politiche, non soltanto nell'arena politica dalla quale è largamente esclusa, ma anche nella cruciale area economica, dalla quale è esclusa per principio.
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