USA: la Non-Elezione del 2004

26 gennaio 2005
Noam Chomsky (trad. P. Merciai)

Alle elezioni del Novembre 2004 è seguito un ampio dibattito, con esultanza
in alcuni quartieri, disperazione in altri, e una generale lamentela a
proposito di una "nazione divisa".
Tutto questo avrà probabilmente conseguenze in ambito polito, che saranno
particolarmente dannose per l'opinione pubblica nell'arena domestica, ma
anche per il mondo intero, per lo meno per quanto riguarda la
"trasformazione delle forze militari", che ha portato alcuni analisti
politici di spicco a mettere in guardia sulla "rovina finale" e sperare che
il militarismo e l'aggressività Usa sia contrastata da una coalizione di
stati pacifisti guidati dalla Cina (John Steinbruner e Nancy Gallagher,
Daedalus).
Ecco a che punto siamo arrivati, se si considera che espressioni del genere
si possono leggere nei giornali più rispettabili e sobri.
Vale anche la pena di notare quanto sia profonda la disperazione da parte
degli scrittori sullo stato della democrazia Usa. Se tali giudizi siano
effettivamente meritati saranno gli attivisti a stabilirlo.

Sebbene queste elezioni portino con sé significative conseguenze, in effetti
ci dicono molto poco riguardo la situazione effettiva del paese, tantomeno
riguardo l'umore della gente.
Ci sono comunque altre fonti dalle quali possiamo imparare molto e che ci
offrono delle lezioni importanti.
L'opinione pubblica negli Stati Uniti è costantemente monitorata e se pure
moderazione e attenzione nell'interpretazione dei dati sono sempre
necessarie, esistono studi che rappresentano una valida risorsa.
Ed è facile capire perché i risultati di questi studi, sebbene di pubblico
dominio, siano però tenuti segreti dalle istituzioni dottrinali.
Questo è ciò che è accaduto agli studi più approfonditi e ricchi di
informazioni sull'opinione pubblica resi pubblici immediatamente prima delle
elezioni, in particolare quelli del Chicago Council on Foreign Relation
(CCFR), Consiglio di Chicago sulle Relazioni con l'Estero, e il Program on
International Policy Attitudes, Programma sugli Atteggiamenti di Politica
Internazionale, dell'Università del Maryland (PIPA), sui quali ritornerò più
tardi.

Una conclusione che si puà trarre è che le elezioni non hanno conferito
alcun mandato su nulla, anzi, si sono svolte a stento, per lo meno se si
intendono le elezioni nel vero senso della parola "elezione".
Questa comunque non è affatto una conclusione nuova. La vittoria di Reagan
nel 1980 rifletteva "la decadenza delle strutture dei partiti organizzati, e
l'ampio utilizzo di Dio e del denaro nel successo di un candidato un tempo
solo marginale al 'centro vitale' della vita politica americana", e
rappresentava "il continuo disintegrarsi di quelle coalizioni politiche e
strutture economiche che avevano dato alle politiche di partito una certa
stabilità e direzione nella generazione precedente"(Thomas Ferguson e Joel
Rogers, Hidden Election, 1981 [l'Elezione Nascosta, ndr.]).
Nella stessa valida raccolta di saggi, Walter Dean Burnham ha descritto
l'elezione come un'ulteriore prova della "fondamentale unicità non
comparabile ad altri del sistema politico americano: cioè la totale assenza
di un partito socialista o laburista di massa che possa svolgere il ruolo di
competitore organizzato nel mercato elettorale", la qual cosa serviva a
spiegare gran parte dei "tassi di astensionismo trasversale alle classi
sociali" e l'importanza minima delle varie questioni su cui si votava.
Così all'interno di quel 28% dell'elettorato che votò per Reagan, l'11%
indicava come principale motivazione che "lui è un vero conservatore".
Nella "vittoria a valanga" di Reagan del 1984, con un elettorato di poco
inferiore al 30%, la percentuale è poi crollata al 4% e un'ampia maggioranza
dei votanti sperava che il suo programma legislativo non sarebbe stato messo
in atto.

Quello che questi eminenti scienziati della politica descrivono fa parte di
quel potente contraccolpo contro la terrificante "crisi della democrazia"
degli anni '60, che aveva minacciato di democratizzare la società e,
nonostante gli enormi sforzi per distruggere questa minaccia contro l'ordine
e la disciplina, essa ha avuto degli effetti a lungo raggio sulla
consapevolezza personale e sulle abitudini sociali. L'era successiva agli
'60 è stata segnata da una sostanziale crescita dei movimenti popolari che
si dedicano alla promozione di una maggiore giustizia e libertà e rifiutano
di tollerare il ricorso a brutali aggressioni e violenza alla quale
precedentemente si era lasciata la briglia sciolta.
La guerra del Vietnam è un drammatico esempio, naturalmente messo a tacere a
causa della lezione che insegna sull'impatto e sul potere di civilizzazione
della mobilitazione popolare. La guerra contro il Vietnam del Sud lanciata
da JFK nel 1962, dopo che anni di terrorismo di Stato appoggiato dagli Stati
Uniti aveva già ucciso decine di migliaia di persone, fu brutale e barbara
fin dall'inizio: bombardamenti e guerra chimica per distruggere i raccolti
così da poter ridurre alla fame la popolazione civile e la sua possibilità
di appoggiare la resistenza indigena, insieme a programmi per mandare
milioni di persone in quelli che non erano altro che campi di concentramento
o baracche urbane per eliminare la base popolare della resistenza. Nel
momento in cui le proteste raggiunsero un livello considerevole, Bernard
Fall,specialista sul Vietnam ampiamente rispettato nonché storico militare
piuttosto acuto, si domandava se "il Viet-nam in quanto entità storica e
culturale" sarebbe sfuggito all'"estinzione" dato che "la campagna sta
letteralmente morendo sotto i colpi della più imponente macchina militare
mai impiegata su un'area di questa ampiezza" - in particolare il Vietnam del
Sud, che ha sempre rappresentato l'obiettivo principale degli assalti Usa.
Quando poi la protesta riuscì finalmente ad organizzarsi, seppure con troppi
anni di ritardo, fu diretta per lo più contro i crimini periferici: legati
all'espandersi della guerra contro il Sud al resto dell'Indocina, crimini
terribili ma pur sempre minori.

I dirigenti di Stato sono perfettamente consapevoli di non potersi più
prendere certe libertà. Le guerre contro "nemici molto più deboli", cioè gli
unici obiettivi accettabili, devono essere vinte "in maniera decisiva e
rapida", hanno consigliato i servizi di intelligence di Bush. Ogni ritardo
potrebbe infatti "disgregare il sostegno politico", che si ammette essere
piuttosto fragile. Qesto fatto dunque testimonia un grande cambiamento dai
tempi dell'attacco all'Indocina nel periodo Kennedy-Johnson: questo, pur non
riuscendo mai ad incontrare il favore popolare, per molti anni sollevò ben
poche reazioni. Ma si continua a tener fede a quelle conclusioni nonostante
i terribili crimini di guerra commessi a Falluja, che ricalcano la
distruzione di Grozny da parte dei russi avvenuta dieci anni fa, compresi i
crimini sbattuti sulle prime pagine dei giornali, per i quali i dirigenti
della società civile, in base alla legge sui Crimini di Guerra passata dal
Congresso Repubblicano nel 1966, sarebbero soggetti alla pena di morte -
uno degli episodi più disgraziati negli annali del giornalismo Usa.

Il mondo è piuttosto terribile oggi, ma è di gran lunga migliore di ieri,
non solo perché non tollera aggressioni, ma anche sotto molti altri aspetti,
che però oggi tendiamo a dare per scontati.
Ci sono lezioni molto importanti da imparare, che dovrebbero sempre essere
presenti in primo piano nelle nostre menti, per la stessa ragione per cui
esse invece sono soppresse nella culture di elite.

Ritornando alle elezioni, nel 2004 Bush ha ricevuto i voti di poco più del
30% dell'elettorato, Kerry un po' meno. Gli schemi del voto somigliano a
quelli del 2000, con quasi lo stesso scacchiere di Stati "rossi" e "blu",
qualunque significato gli si voglia dare. Un piccolo cambiamento nelle
preferenze dell'elettorato avrebbe portato Kerry alla Casa Bianca, e ci
avrebbe comunque detto molto poco a proposito del paese e delle
preoccupazioni pubbliche.

Solitamente le campagne elettorali sono condotte dall'industria delle
Pubbliche Relazioni, che per sua vocazione naturale vende dentifricio,
medicine per migliorare lo stile di vita, automobili e altri prodotti. Il
suo principio guida è l'inganno. Il suo compito è quello di minare quegli
stessi "liberi mercati" che ci hanno insegnato ad onorare: delle mitiche
entità nelle quali consumatori informati fanno scelte razionali. In un
sistema così difficilmente immaginabile, le aziende dovrebbero fornire
informazioni sui loro prodotti: conveniente, facile, semplice. Ma non è
certo un segreto che queste non fanno nulla del genere. Piuttosto, cercano
di convincere i consumatori a scegliere il loro prodotto invece che qualche
altro virtualmente identico.
La GM non rende semplicemente di dominio pubblico le caratteristiche dei
modelli dell'anno successivo. Piuttosto investe enormi somme per creare
immagini con le quali ingannare i consumatori, facendo vedere stelle dello
sport, modelle sexy, macchine che si inerpicano su scogliere a picco e si
avviano verso un futuro paradisiaco e così via. Il mondo degli affari non
spende centinaia di miliardi di dollari l'anno per fornire informazioni. La
famosa "iniziativa imprenditoriale" e il "libero scambio" sono realistici
quanto la scelta del consumatore informato. L'ultima cosa che chi domina la
società vuole, è il fantasioso mercato delle teorie e delle dottrine
economiche. Ma tutto questo in effetti dovrebbe oramai essere anche troppo
familiare per meritare una lunga discussione.

Qualche volta la volontà di inganno è abbastanza scoperta. I recenti
negoziati Usa-Australia sull'"accordo per il libero scambio" erano sostenuti
dalla preoccupazione di Washington a proposito del sistema di copertura
sanitaria dell'Australia, forse il più efficiente al mondo. In particolare,
i prezzi delle medicine sono solo una frazione di quelli degli Usa: le
stesse medicine, prodotte dalle stesse società, fanno guadagnare profitti
importanti in Australia, anche se si tratta di profitti che non hanno niente
a che vedere con quelli ricavati negli Usa, spesso sulla base del pretesto
che sono necessari per la cosiddetta R&D, vale a dire Research and
Development, Ricerca e Sviluppo, ecco dunque un altro esempio di pratica
dell'inganno.
Parte dei motivi dell'efficienza del sistema australiano sta nel fatto che,
come altri paesi, l'Australia si basa su procedure che il Pentagono usa
quando deve comprare le graffette per la carta: il potere di acquisto del
governo è usato per negoziare i prezzi, fatto però illegale negli Usa.
Un'altra ragione è che l'Australia per la vendita di prodotti farmaceutici
si è attenuta a procedure "basate su prove". I negoziatori Usa però le hanno
denunciate come interferenze di mercato: le società farmaceutiche in tal
modo sarebbero private dei loro legittimi diritti se dovessero portare delle
prove quando affermano che il loro ultimo prodotto è migliore di qualche
altra alternativa più economica, oppure quando fanno passare annunci
pubblicitari nei quali qualche eroe dello sport o qualche modella dice al
pubblico di chiedere al proprio dottore se quella medicina è "quella giusta
per te (in ogni caso è quella giusta per me)", tutto questo spesso senza
neanche preoccuparsi di dire a che cosa dovrebbe servire.
Il diritto di ingannare evidentemente deve essere garantito a tutte quelle
persone immensamente potenti e patologicamente immortali create
dall'attivismo dal giudizio radicale per guidare la società.

Quando le viene affidato il compito di "vendere" dei candidati, l'industria
delle Pubbliche Relazioni naturalmente ricorre alle solite tecniche di base,
così da assicurarsi che la politica rimanga "l'ombra del grande business
sulla società", secondo una definizione creata parecchio tempo fa da John
Dewey, il principale filosofo americano della società, per descrivere i
risultati del "feudalesimo industriale". L'inganno è usato per minare la
democrazia, proprio allo stesso modo in cui rappresenta lo strumento
naturale per scardinare i mercati. Gli elettori sembra che ne siano
consapevoli.

Infatti poco prima delle elezioni del 2000, il 75% circa dell'elettorato le
considerava come un gioco per i ricchi contribuenti, i dirigenti di partito
e l'industria delle Pubbliche Relazioni, che prepara i candidati a
proiettare immagini e affermare frasi prive di significato che possono
guadagnare qualche voto. Molto probabilmente è per questo che la popolazione
prestò poca attenzione alla questione delle "elezioni rubate", ampiamente
sviscerata nei settori più acculturati. Ed è per questo che con ogni
probabilità presteranno ben poca attenzione anche alle rivendicazioni
riguardo la presunta frode del 2004. Ma quando si lancia la moneta per
decidere chi è il Re, non ci si preoccupa molto se la moneta è prevenuta.

Nel 2000, la "questione della consapevolezza", cioè a dire la conoscenza
delle prese di posizione sui vari argomenti da parte delle organizzazioni
che esprimevano un candidato, raggiunse il livello più basso di tutti i
tempi.
Testimonianze oggi a nostra disposizione suggeriscono che questo livello
potrebbe essere stato ancora più basso nel 2004. Il 10% circa dei votanti ha
dichiarato che avrebbe basato la propria scelta sull'"agenda, le idee, i
programmi, gli obiettivi" del candidato: il 6% di questi votava per Bush, il
13% per Kerry (Gallup). Il resto avrebbe votato per ciò che l'industra
chiama "qualità" o "valori", che sono la controparte politica delle
pubblicità per il dentifricio. Gli studi più accurati (PIPA) hanno scoperto
che l'elettorato aveva un'idea del tutto insufficiente delle opinioni del
candidato sugli argomenti che li riguardavano da vicino. Gli elettori di
Bush erano portati a credere di condividere con il candidato le stesse idee,
anche se il Partito Repubblicano le aveva rifiutate, spesso esplicitamente.
Analizzando le fonti usate in questi studi, scopriamo che lo stesso per lo
più valeva anche per gli elettori di Kerry, a meno che non vogliamo dare
delle interpretazioni particolarmente favorevoli a delle affermazioni vaghe
che la maggior parte dei votanti non aveva probabilmente neppure mai
sentito.

Gli exit polls hanno trovato che Bush ha vinto ottenuto molti voti tra chi
si preoccupava soprattutto della minaccia del terrore e dei "valori morali",
mentre Kerry ha guadagnato la maggioranza dei voti di chi si preoccupava
maggiormente dell'economia, della copertura sanitaria e di altre questioni.
Questi risultati però ci dicono molto poco.

E' facile dimostrare che per coloro che pianificano la politica di Bush, la
minaccia del terrorismo ha in effetti bassa priorità. L'invasione dell'Irak
è solo uno dei molti esempi.
Perfino le loro stesse agenzie di intelligence sono d'accordo con l'idea
diffusa tra le altre agenzie, e condivisa da esperti indipendenti, che
l'invasione avrebbe probabilmente aumentato la minaccia di atti di
terrorismo, come in effetti è accaduto, oltre alla probabile proliferazione
del nucleare, come era stato previsto.
Tali minacce semplicemente non sono delle priorità nel loro programma,
specialmente se paragonate alla necessità di stabilire le prime basi
militari sicure in uno stato cliente in posizione di dipendenza nel cuore
delle più grandi riserve di energia del mondo, una regione che è stata vista
fin dalla II Guerra Mondiale come "l'area strategicamente più importante del
mondo", "Una meravigliosa risorsa di potere strategico, e uno dei più grandi
tesori materiali della storia del mondo".
Uno storico dell'industria ha definito il controllo sui 2 terzi di quelle
che sono stimate le riserve di idrocarburi del mondo "profitti al di là dei
sogni di avidità", che naturalmente devono fluire nella giusta direzione. Ma
a parte questo tali risorse sono particolarmente economiche e facili da
sfruttare, fatto che ha portato recentemente Zbigniew Brzezinski a chiamare
tale controllo "influenza critica" sui rivali europei e asiatici, mentre
Gorge Kennan molti anni prima l'aveva definito "il potere di veto" su di
loro.
Queste sono state preoccupazioni politiche cruciali durante tutto il periodo
del dopo guerra seguito alla II guerra mondiale, e lo sono ancora di più nel
mondo di oggi, che si sta evolvendo verso un equilibrio tripolare. Esso
comporta la minaccia che l'Europa e l'Asia possano andare nella direzione di
una maggiore indipendenza, e ancora peggio, che possano unirsi: la Cina e
l'Europa infatti sono diventate nel 2004 il principale partner commerciale
l'una per l'altra, seguite dalla seconda economia più ampia al mondo
(Giappone), e queste tendenze sono destinate probabilmente ad ampliarsi.
Una mano ferma sul rubinetto riduce senz'altro questi pericoli.

Occorre notare poi che il punto cruciale è il controllo, non l'accesso. Le
politiche Usa nei confronti del Medio Oriente erano le stesse quando
quest'ultimo era un esportatore di petrolio per un'ampia rete, e restano le
stesse oggi, che i servizi Usa ipotizzano che gli Stati Uniti potranno
valersi su risorse più stabili nel bacino atlantico. Le politiche sarebbero
probabilmente le stesse se gli Usa decidessero di passare all'energia
rinnovabile. La necessità di controllare la "splendida fonte di potere
strategico" e guadagnare "profitti ben al di là dei sogni di avidità"
rimarrebbero. Le manovre in Asia Centrale e lungo le rotte degli oleodotti
riflettono tali preoccupazioni.

Ci sono molti altri esempi della stessa mancanza di interesse per la
minaccia del terrorismo in chi pianifica la politica di Bush. Gli elettori
di Bush comunque, consapevoli o no, hanno votato per un probabile incremento
della minaccia del terrorismo, il che potrebbe essere terrificante: si
sapeva ben prima dell'11 settembre che presto o tardi i terroristi della
Jihad, organizzati dalla CIA e dai suoi affiliati negli anni '80, molto
probabilmente avrebbero potuto disporre di WMD (Weapons of Mass Destruction,
Armi di Distruzione di Massa, ndr.), con conseguenze devastanti. Eppure
perfino queste terrificanti prospettive vengono consapevolmente incrementate
dalla trasformazione dell'esercito, che contribuisce ad aumentare la
minaccia della "rovina finale" per via di una accidentale guerra nucleare.
D'altra parte essa sta anche spingendo la Russia a spostare i suoi missili
nucleari sui suoi territori enormi e per lo più non protetti per contrastare
la minaccia militare Usa. Insieme ad essa poi va considerata la minaccia di
eliminazione istantanea che è una parte fondamentale del "possesso dello
spazio" a scopo militare offensivo annunciato dall'amministrazione Bush,
insieme alla sua Strategia per la Sicurezza Nazionale della fine del 2002,
la quale ampliava significativamente i programmi di Clinton, che erano già
abbastanza azzardati, e avevano già paralizzato il Comitato per il Disarmo
delle Nazioni Unite.

Per quanto riguarda i "valori morali" invece, veniamo a sapere che fine
hanno fatto dalla stampa che si occupa di affari il giorno dopo le elezioni,
la quale riportava "euforia" nelle sale dei consigli di amministrazione,
certamente non perché CEO si opponeva ai matrimoni gay.
Ed ancora euforia per gli sforzi alla fine svelati per spostare sulle
generazioni future i costi della zelante opera dei pianificatori di Bush a
favore del privilegio e del benessere: costi fiscali e ambientali, tra gli
altri, per non parlare della minaccia della "promessa finale". A parte
questo, significa molto poco dire che la gente vota sulla base dei "valori
morali". Il punto è cosa si intende con quella frase.
Le pur limitate indicazioni che abbiamo, sono comunque di qualche interesse.
In alcune statistiche, "quando agli elettori veniva chiesto di scegliere la
più urgente crisi morale che il paese doveva affrontare, il 33 per cento
indicava 'avidità e materialismo', il 31 per cento invece 'povertà e
giustizia economica', il 16 per cento sceglieva l'aborto, e il 12 per cento
il matrimonio gay" (Pax Christi). In altre statistiche invece, "quando agli
elettori intervistati veniva richiesto di elencare le questioni morali che
avevano maggiormente influenzato il loto voto, l'Irak era al primo posto con
il 42 per cento, mentre il 13 per cento indicava l'aborto e il 9 per cento i
matrimoni gay" (Zogby).
Qualsiasi cosa volessero intendessero gli elettori con queste scelte,
difficilmente potevano essere i valori morali operativi
dell'Amministrazione, celebrati dalla stampa d'affari.

Non voglio entrare nei dettagli qui, ma un'attenta analisi indica che per lo
più le stesse cose erano vere per i sostenitori di Kerry, che pensavano di
dare un segnale di attenzione particolare all'economia, la sanità e le loro
altre preoccupazioni.
Proprio come negli ingannevoli mercati costruiti dall'industria delle
Pubbliche Relazioni, così anche nella falsa democrazia che questi guidano,
il pubblico è poco più che un osservatore irrilevante, a parte il fascino
delle immagini attentamente costruite che hanno solo la più vaga somiglianza
con la realtà.

Ma passiamo a delle testimonianze più serie a proposito dell'opinione
pubblica: gli studi che ho prima citato, diffusi poco prima delle elezioni
da alcune delle più rispettate e affidabili istituzioni che monitorano
regolarmente l'opinione pubblica. Ecco alcuni dei loro risultati (Chicago
Council of Foreign Relations):

La maggioranza dell'opinione pubblica crede che gli Usa dovrebbero
riconoscere la giurisdizione della Corte Criminale Internazionale e la Corte
Mondiale, firmare il protocollo di Kyoto, permettere alle Nazioni Unite di
essere a capo delle crisi internazionali, e basarsi su misure diplomatiche
ed economiche più che su azioni militari nella "guerra al terrorismo".
Simili ampie maggioranze della popolazione credono che gli Usa dovrebbero
ricorrere alla forza solo se ci fosse una "prova schiacciante che il paese
si trovi sotto l'imminente minaccia di essere attaccato", il che significa
il rifiuto del consenso bipartisan sulla "guerra preventiva" e l'adozione
della interpretazione convenzionale della Carta delle Nazioni Unite.
Una larga fetta della popolazione poi è favorevole ad un abbandono del veto
nel Consiglio di Sicurezza, al quale seguirebbe il ruolo di leader per le
Nazioni Unite che pure non rientra tra le preferenze dei dirigenti di stato
Usa. Quando sulla stampa leggiamo le parole dell'ufficiale moderato
dell'Amministrazione Colin Powell che dice che Bush "ha vinto il mandato dal
popolo americano per continuare a perseguire la sua politica estera
'aggressiva'", evidentemente questi si sta basando sul tradizionale assunto
secondo cui l'opinione popolare è irrilevante rispetto alle scelte politiche
di chi è al potere.

E' anche particolarmente istruttivo osservare più da vicino gli
atteggiamenti popolari sulla guerra in Irak, alla luce della generale
opposizione alle dottrine che hanno ottenuto consenso bipartisan di "guerra
preventiva".
Poco prima delle elezioni del 2004 "tre quarti degli americani dicono che
gli Usa non sarebbero dovuti entrare in guerra se l'Irak non aveva WMD
(Weapons of Mass Destruction, Armi di distruzione di Massa, ndr.) o se non
stava appoggiando al-Qaeda, mentre quasi metà della gente afferma ancora che
la guerra era la decisione giusta" (Stephen Kull, relaziona sugli studi PIPA
che lui dirige). Ma questo non è una contraddizione, sottolinea Kull.
Nonostante le relazioni quasi ufficiali Kay e Duelfer che scardinano queste
affermazioni, la decisione di andare in guerra "è sostenuta da credenze
diffuse in metà degli americani che l'Irak abbia dato un aiuto sostanziale
ad al-Qaeda, avesse WMD o almeno un vasto programma comprendente armi di
distruzione di massa", e perciò vede l'invasione come una difesa contro una
terribile e imminente minaccia. Studi PIPA molto precedenti avevano mostrato
che un'ampia maggioranza credeva che le Nazioni Unite, non gli Usa,
dovessero assumere il comando in materia di sicurezza, ricostruzione e
transizione politica in Irak.
Nel marzo scorso, gli elettori spagnoli sono stati duramente condannati per
aver messo da una parte la minaccia del terrorismo quando mandarono a casa
il governo che era entrato in guerra ignorando le obiezioni sollevate dal 90
per cento circa della popolazione, prendendo ordini da Crawford nel Texas, e
guadagnandosi gli applausi per la sua leadership nella "Nuova Europa" che è
speranza di democrazia.
Pochi, quasi nessuno dei commentatori notò che gli elettori spagnoli nel
marzo scorso avevano assunto quasi la stessa posizione di un'ampia
maggioranza di americani: votare per rimuovere le truppe spagnole a meno che
non fossero sotto il comando delle Nazioni Unite. Le maggiori differenze tra
i due paesi sono che in Spagna, l'opinione pubblica era conosciuta, mentre
qui occorre fare un progetto di ricerca individuale per scoprire qual è. E
in Spagna la questione è arrivata al voto, cosa quasi inimmaginabile qui,
sotto una democrazia formale che si deteriora di giorno in giorno.

Questi risultati indicano che gli attivisti non hanno fatto il loro lavoro
in maniera efficace.

Spostandoci ad altre questioni, maggioranze schiaccianti dell'opinione
pubblica sono a favore di un allargamento dei programmi domestici:
innanzitutto la copertura sanitaria (80%), ma anche aiuti per l'educazione e
Social Security. Risultati simili sono stati trovati in questi studi già da
tempo (CCFR). Altre statistiche di ampia diffusione riportano che l'80% è a
favore di una copertura sanitaria garantita anche se questa provocherebbe un
reale aumento delle tasse, un sistema di copertura sanitaria probabilmente
ridurrebbe considerevolmente le spese, permetterebbe di evitare i pesanti
costi della burocrazia, dei controlli, documentazioni scritte e così via,
che sono alcuni dei fattori che rendono il sistema privatizzato Usa il più
inefficiente di tutto il mondo industriale.
L'opinione pubblica è da lungo tempo sulle stesse posizioni, con percentuali
variabili a seconda di come le domande gli sono rivolte. I dati sono
talvolta discussi sulla stampa, con indicate le preferenze del pubblico, ma
immediatamente messe da parte e bollate come "politicamente impossibili".
Questo è successo di nuovo all'alba delle elezioni 2004. Qualche giorno
prima (31 ottobre), il New York Times riportava che "c'è così poco appoggio
politico per un intervento del governo sul mercato della copertura sanitaria
negli Stati Uniti che il senatore John Kerry si è premurato in un recente
dibattito presidenziale di dire che il suo piano per espandere l'accesso
all'assicurazione sanitaria non avrebbe creato un nuovo programma di
governo", che era ciò che però la maggioranza voleva, a quanto pare. Ma si
tratta di qualcosa che è "politicamente impossibile" ed ha [troppo] poco
sostegno politico", il che significa che le compagnie assicurative, le HMO,
le industrie farmaceutiche, Wall Street etc. si oppongono.

E' interessante notare come tali punti di vista sono portati avanti da
persone completamente isolate.
Si sentono raramente e non è improbabile che la controparte guardi le loro
stesse opinioni come idiosincratiche. Le loro preferenze non entrano nelle
campagne politiche e solo marginalmente ricevono qualche rinforzo in
opinioni articolate sui media e sui giornali. Lo stesso vale anche in altri
campi.

Quale sarebbe stato il risultato delle elezioni se i partiti, qualunque
partito, fosse stato disponibile ad affrontare le preoccupazioni della gente
su questioni che questi considerano di vitale importanza? O se queste
questioni potessero entrare nella discussione pubblica di ampia diffusione?
Possiamo solo fare delle ipotesi, ma sappiamo che questo non accade e che i
fatti vengono a malapena riportati. Non sembra difficile immaginare quali
siano le ragioni.

In breve, noi impariamo molto poco e di scarsa importanza dalle elezioni, ma
possiamo imparare molto da quegli studi sulle opinioni della gente che sono
tenuti nell'ombra. Sebbene sia naturale per i sistemi dottrinali di tentare
di instillare il pessimismo, la sfiducia e la disperazione, le lezioni reali
sono abbastanza diverse. Ci incoraggiano e ci rendono pieni di speranza.
Infatti mostrano che esistono opportunità concrete per l'educazione e
l'organizzazione, compreso lo sviluppo di potenziali alternative elettorali.
Come in passato, i diritti non saranno garantiti dalle benevole autorità, o
vinti da azioni intermittenti, come qualche ampia dimostrazione dopo la
quale si va a casa, e neppure spingendo una leva in quella stravaganza
quadriennale personalizzata che viene dipinta come "politica democratica".
Come sempre anche in passato, il compito richiede un impegno giorno per
giorno per, in parte creare, e ricreare le basi di una cultura democratica
funzionante nella quale l'opinione pubblica giochi un ruolo nel determinare
le politiche, non soltanto nell'arena politica dalla quale è largamente
esclusa, ma anche nella cruciale area economica, dalla quale è esclusa per
principio.

Note: traduzione di Paola Merciai per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte e l'autore


Noam Chomsky è linguista, un critico sociale, e autore di numerosi articoli
e libri, tra cui Hegemony or Survival (Egemonia o Sopravvivenza, ndr.),
Owl/Metropolitan Books, 2003; e Pirates and Emperors, Old and New (Pirati e
Imperatori, Vecchi e Nuovi), South End Press, 2002
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