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    USA: la Non-Elezione del 2004

    26 gennaio 2005 - Noam Chomsky (trad. P. Merciai)

    Alle elezioni del Novembre 2004 è seguito un ampio dibattito, con esultanza
    in alcuni quartieri, disperazione in altri, e una generale lamentela a
    proposito di una "nazione divisa".
    Tutto questo avrà probabilmente conseguenze in ambito polito, che saranno
    particolarmente dannose per l'opinione pubblica nell'arena domestica, ma
    anche per il mondo intero, per lo meno per quanto riguarda la
    "trasformazione delle forze militari", che ha portato alcuni analisti
    politici di spicco a mettere in guardia sulla "rovina finale" e sperare che
    il militarismo e l'aggressività Usa sia contrastata da una coalizione di
    stati pacifisti guidati dalla Cina (John Steinbruner e Nancy Gallagher,
    Daedalus).
    Ecco a che punto siamo arrivati, se si considera che espressioni del genere
    si possono leggere nei giornali più rispettabili e sobri.
    Vale anche la pena di notare quanto sia profonda la disperazione da parte
    degli scrittori sullo stato della democrazia Usa. Se tali giudizi siano
    effettivamente meritati saranno gli attivisti a stabilirlo.

    Sebbene queste elezioni portino con sé significative conseguenze, in effetti
    ci dicono molto poco riguardo la situazione effettiva del paese, tantomeno
    riguardo l'umore della gente.
    Ci sono comunque altre fonti dalle quali possiamo imparare molto e che ci
    offrono delle lezioni importanti.
    L'opinione pubblica negli Stati Uniti è costantemente monitorata e se pure
    moderazione e attenzione nell'interpretazione dei dati sono sempre
    necessarie, esistono studi che rappresentano una valida risorsa.
    Ed è facile capire perché i risultati di questi studi, sebbene di pubblico
    dominio, siano però tenuti segreti dalle istituzioni dottrinali.
    Questo è ciò che è accaduto agli studi più approfonditi e ricchi di
    informazioni sull'opinione pubblica resi pubblici immediatamente prima delle
    elezioni, in particolare quelli del Chicago Council on Foreign Relation
    (CCFR), Consiglio di Chicago sulle Relazioni con l'Estero, e il Program on
    International Policy Attitudes, Programma sugli Atteggiamenti di Politica
    Internazionale, dell'Università del Maryland (PIPA), sui quali ritornerò più
    tardi.

    Una conclusione che si puà trarre è che le elezioni non hanno conferito
    alcun mandato su nulla, anzi, si sono svolte a stento, per lo meno se si
    intendono le elezioni nel vero senso della parola "elezione".
    Questa comunque non è affatto una conclusione nuova. La vittoria di Reagan
    nel 1980 rifletteva "la decadenza delle strutture dei partiti organizzati, e
    l'ampio utilizzo di Dio e del denaro nel successo di un candidato un tempo
    solo marginale al 'centro vitale' della vita politica americana", e
    rappresentava "il continuo disintegrarsi di quelle coalizioni politiche e
    strutture economiche che avevano dato alle politiche di partito una certa
    stabilità e direzione nella generazione precedente"(Thomas Ferguson e Joel
    Rogers, Hidden Election, 1981 [l'Elezione Nascosta, ndr.]).
    Nella stessa valida raccolta di saggi, Walter Dean Burnham ha descritto
    l'elezione come un'ulteriore prova della "fondamentale unicità non
    comparabile ad altri del sistema politico americano: cioè la totale assenza
    di un partito socialista o laburista di massa che possa svolgere il ruolo di
    competitore organizzato nel mercato elettorale", la qual cosa serviva a
    spiegare gran parte dei "tassi di astensionismo trasversale alle classi
    sociali" e l'importanza minima delle varie questioni su cui si votava.
    Così all'interno di quel 28% dell'elettorato che votò per Reagan, l'11%
    indicava come principale motivazione che "lui è un vero conservatore".
    Nella "vittoria a valanga" di Reagan del 1984, con un elettorato di poco
    inferiore al 30%, la percentuale è poi crollata al 4% e un'ampia maggioranza
    dei votanti sperava che il suo programma legislativo non sarebbe stato messo
    in atto.

    Quello che questi eminenti scienziati della politica descrivono fa parte di
    quel potente contraccolpo contro la terrificante "crisi della democrazia"
    degli anni '60, che aveva minacciato di democratizzare la società e,
    nonostante gli enormi sforzi per distruggere questa minaccia contro l'ordine
    e la disciplina, essa ha avuto degli effetti a lungo raggio sulla
    consapevolezza personale e sulle abitudini sociali. L'era successiva agli
    '60 è stata segnata da una sostanziale crescita dei movimenti popolari che
    si dedicano alla promozione di una maggiore giustizia e libertà e rifiutano
    di tollerare il ricorso a brutali aggressioni e violenza alla quale
    precedentemente si era lasciata la briglia sciolta.
    La guerra del Vietnam è un drammatico esempio, naturalmente messo a tacere a
    causa della lezione che insegna sull'impatto e sul potere di civilizzazione
    della mobilitazione popolare. La guerra contro il Vietnam del Sud lanciata
    da JFK nel 1962, dopo che anni di terrorismo di Stato appoggiato dagli Stati
    Uniti aveva già ucciso decine di migliaia di persone, fu brutale e barbara
    fin dall'inizio: bombardamenti e guerra chimica per distruggere i raccolti
    così da poter ridurre alla fame la popolazione civile e la sua possibilità
    di appoggiare la resistenza indigena, insieme a programmi per mandare
    milioni di persone in quelli che non erano altro che campi di concentramento
    o baracche urbane per eliminare la base popolare della resistenza. Nel
    momento in cui le proteste raggiunsero un livello considerevole, Bernard
    Fall,specialista sul Vietnam ampiamente rispettato nonché storico militare
    piuttosto acuto, si domandava se "il Viet-nam in quanto entità storica e
    culturale" sarebbe sfuggito all'"estinzione" dato che "la campagna sta
    letteralmente morendo sotto i colpi della più imponente macchina militare
    mai impiegata su un'area di questa ampiezza" - in particolare il Vietnam del
    Sud, che ha sempre rappresentato l'obiettivo principale degli assalti Usa.
    Quando poi la protesta riuscì finalmente ad organizzarsi, seppure con troppi
    anni di ritardo, fu diretta per lo più contro i crimini periferici: legati
    all'espandersi della guerra contro il Sud al resto dell'Indocina, crimini
    terribili ma pur sempre minori.

    I dirigenti di Stato sono perfettamente consapevoli di non potersi più
    prendere certe libertà. Le guerre contro "nemici molto più deboli", cioè gli
    unici obiettivi accettabili, devono essere vinte "in maniera decisiva e
    rapida", hanno consigliato i servizi di intelligence di Bush. Ogni ritardo
    potrebbe infatti "disgregare il sostegno politico", che si ammette essere
    piuttosto fragile. Qesto fatto dunque testimonia un grande cambiamento dai
    tempi dell'attacco all'Indocina nel periodo Kennedy-Johnson: questo, pur non
    riuscendo mai ad incontrare il favore popolare, per molti anni sollevò ben
    poche reazioni. Ma si continua a tener fede a quelle conclusioni nonostante
    i terribili crimini di guerra commessi a Falluja, che ricalcano la
    distruzione di Grozny da parte dei russi avvenuta dieci anni fa, compresi i
    crimini sbattuti sulle prime pagine dei giornali, per i quali i dirigenti
    della società civile, in base alla legge sui Crimini di Guerra passata dal
    Congresso Repubblicano nel 1966, sarebbero soggetti alla pena di morte -
    uno degli episodi più disgraziati negli annali del giornalismo Usa.

    Il mondo è piuttosto terribile oggi, ma è di gran lunga migliore di ieri,
    non solo perché non tollera aggressioni, ma anche sotto molti altri aspetti,
    che però oggi tendiamo a dare per scontati.
    Ci sono lezioni molto importanti da imparare, che dovrebbero sempre essere
    presenti in primo piano nelle nostre menti, per la stessa ragione per cui
    esse invece sono soppresse nella culture di elite.

    Ritornando alle elezioni, nel 2004 Bush ha ricevuto i voti di poco più del
    30% dell'elettorato, Kerry un po' meno. Gli schemi del voto somigliano a
    quelli del 2000, con quasi lo stesso scacchiere di Stati "rossi" e "blu",
    qualunque significato gli si voglia dare. Un piccolo cambiamento nelle
    preferenze dell'elettorato avrebbe portato Kerry alla Casa Bianca, e ci
    avrebbe comunque detto molto poco a proposito del paese e delle
    preoccupazioni pubbliche.

    Solitamente le campagne elettorali sono condotte dall'industria delle
    Pubbliche Relazioni, che per sua vocazione naturale vende dentifricio,
    medicine per migliorare lo stile di vita, automobili e altri prodotti. Il
    suo principio guida è l'inganno. Il suo compito è quello di minare quegli
    stessi "liberi mercati" che ci hanno insegnato ad onorare: delle mitiche
    entità nelle quali consumatori informati fanno scelte razionali. In un
    sistema così difficilmente immaginabile, le aziende dovrebbero fornire
    informazioni sui loro prodotti: conveniente, facile, semplice. Ma non è
    certo un segreto che queste non fanno nulla del genere. Piuttosto, cercano
    di convincere i consumatori a scegliere il loro prodotto invece che qualche
    altro virtualmente identico.
    La GM non rende semplicemente di dominio pubblico le caratteristiche dei
    modelli dell'anno successivo. Piuttosto investe enormi somme per creare
    immagini con le quali ingannare i consumatori, facendo vedere stelle dello
    sport, modelle sexy, macchine che si inerpicano su scogliere a picco e si
    avviano verso un futuro paradisiaco e così via. Il mondo degli affari non
    spende centinaia di miliardi di dollari l'anno per fornire informazioni. La
    famosa "iniziativa imprenditoriale" e il "libero scambio" sono realistici
    quanto la scelta del consumatore informato. L'ultima cosa che chi domina la
    società vuole, è il fantasioso mercato delle teorie e delle dottrine
    economiche. Ma tutto questo in effetti dovrebbe oramai essere anche troppo
    familiare per meritare una lunga discussione.

    Qualche volta la volontà di inganno è abbastanza scoperta. I recenti
    negoziati Usa-Australia sull'"accordo per il libero scambio" erano sostenuti
    dalla preoccupazione di Washington a proposito del sistema di copertura
    sanitaria dell'Australia, forse il più efficiente al mondo. In particolare,
    i prezzi delle medicine sono solo una frazione di quelli degli Usa: le
    stesse medicine, prodotte dalle stesse società, fanno guadagnare profitti
    importanti in Australia, anche se si tratta di profitti che non hanno niente
    a che vedere con quelli ricavati negli Usa, spesso sulla base del pretesto
    che sono necessari per la cosiddetta R&D, vale a dire Research and
    Development, Ricerca e Sviluppo, ecco dunque un altro esempio di pratica
    dell'inganno.
    Parte dei motivi dell'efficienza del sistema australiano sta nel fatto che,
    come altri paesi, l'Australia si basa su procedure che il Pentagono usa
    quando deve comprare le graffette per la carta: il potere di acquisto del
    governo è usato per negoziare i prezzi, fatto però illegale negli Usa.
    Un'altra ragione è che l'Australia per la vendita di prodotti farmaceutici
    si è attenuta a procedure "basate su prove". I negoziatori Usa però le hanno
    denunciate come interferenze di mercato: le società farmaceutiche in tal
    modo sarebbero private dei loro legittimi diritti se dovessero portare delle
    prove quando affermano che il loro ultimo prodotto è migliore di qualche
    altra alternativa più economica, oppure quando fanno passare annunci
    pubblicitari nei quali qualche eroe dello sport o qualche modella dice al
    pubblico di chiedere al proprio dottore se quella medicina è "quella giusta
    per te (in ogni caso è quella giusta per me)", tutto questo spesso senza
    neanche preoccuparsi di dire a che cosa dovrebbe servire.
    Il diritto di ingannare evidentemente deve essere garantito a tutte quelle
    persone immensamente potenti e patologicamente immortali create
    dall'attivismo dal giudizio radicale per guidare la società.

    Quando le viene affidato il compito di "vendere" dei candidati, l'industria
    delle Pubbliche Relazioni naturalmente ricorre alle solite tecniche di base,
    così da assicurarsi che la politica rimanga "l'ombra del grande business
    sulla società", secondo una definizione creata parecchio tempo fa da John
    Dewey, il principale filosofo americano della società, per descrivere i
    risultati del "feudalesimo industriale". L'inganno è usato per minare la
    democrazia, proprio allo stesso modo in cui rappresenta lo strumento
    naturale per scardinare i mercati. Gli elettori sembra che ne siano
    consapevoli.

    Infatti poco prima delle elezioni del 2000, il 75% circa dell'elettorato le
    considerava come un gioco per i ricchi contribuenti, i dirigenti di partito
    e l'industria delle Pubbliche Relazioni, che prepara i candidati a
    proiettare immagini e affermare frasi prive di significato che possono
    guadagnare qualche voto. Molto probabilmente è per questo che la popolazione
    prestò poca attenzione alla questione delle "elezioni rubate", ampiamente
    sviscerata nei settori più acculturati. Ed è per questo che con ogni
    probabilità presteranno ben poca attenzione anche alle rivendicazioni
    riguardo la presunta frode del 2004. Ma quando si lancia la moneta per
    decidere chi è il Re, non ci si preoccupa molto se la moneta è prevenuta.

    Nel 2000, la "questione della consapevolezza", cioè a dire la conoscenza
    delle prese di posizione sui vari argomenti da parte delle organizzazioni
    che esprimevano un candidato, raggiunse il livello più basso di tutti i
    tempi.
    Testimonianze oggi a nostra disposizione suggeriscono che questo livello
    potrebbe essere stato ancora più basso nel 2004. Il 10% circa dei votanti ha
    dichiarato che avrebbe basato la propria scelta sull'"agenda, le idee, i
    programmi, gli obiettivi" del candidato: il 6% di questi votava per Bush, il
    13% per Kerry (Gallup). Il resto avrebbe votato per ciò che l'industra
    chiama "qualità" o "valori", che sono la controparte politica delle
    pubblicità per il dentifricio. Gli studi più accurati (PIPA) hanno scoperto
    che l'elettorato aveva un'idea del tutto insufficiente delle opinioni del
    candidato sugli argomenti che li riguardavano da vicino. Gli elettori di
    Bush erano portati a credere di condividere con il candidato le stesse idee,
    anche se il Partito Repubblicano le aveva rifiutate, spesso esplicitamente.
    Analizzando le fonti usate in questi studi, scopriamo che lo stesso per lo
    più valeva anche per gli elettori di Kerry, a meno che non vogliamo dare
    delle interpretazioni particolarmente favorevoli a delle affermazioni vaghe
    che la maggior parte dei votanti non aveva probabilmente neppure mai
    sentito.

    Gli exit polls hanno trovato che Bush ha vinto ottenuto molti voti tra chi
    si preoccupava soprattutto della minaccia del terrore e dei "valori morali",
    mentre Kerry ha guadagnato la maggioranza dei voti di chi si preoccupava
    maggiormente dell'economia, della copertura sanitaria e di altre questioni.
    Questi risultati però ci dicono molto poco.

    E' facile dimostrare che per coloro che pianificano la politica di Bush, la
    minaccia del terrorismo ha in effetti bassa priorità. L'invasione dell'Irak
    è solo uno dei molti esempi.
    Perfino le loro stesse agenzie di intelligence sono d'accordo con l'idea
    diffusa tra le altre agenzie, e condivisa da esperti indipendenti, che
    l'invasione avrebbe probabilmente aumentato la minaccia di atti di
    terrorismo, come in effetti è accaduto, oltre alla probabile proliferazione
    del nucleare, come era stato previsto.
    Tali minacce semplicemente non sono delle priorità nel loro programma,
    specialmente se paragonate alla necessità di stabilire le prime basi
    militari sicure in uno stato cliente in posizione di dipendenza nel cuore
    delle più grandi riserve di energia del mondo, una regione che è stata vista
    fin dalla II Guerra Mondiale come "l'area strategicamente più importante del
    mondo", "Una meravigliosa risorsa di potere strategico, e uno dei più grandi
    tesori materiali della storia del mondo".
    Uno storico dell'industria ha definito il controllo sui 2 terzi di quelle
    che sono stimate le riserve di idrocarburi del mondo "profitti al di là dei
    sogni di avidità", che naturalmente devono fluire nella giusta direzione. Ma
    a parte questo tali risorse sono particolarmente economiche e facili da
    sfruttare, fatto che ha portato recentemente Zbigniew Brzezinski a chiamare
    tale controllo "influenza critica" sui rivali europei e asiatici, mentre
    Gorge Kennan molti anni prima l'aveva definito "il potere di veto" su di
    loro.
    Queste sono state preoccupazioni politiche cruciali durante tutto il periodo
    del dopo guerra seguito alla II guerra mondiale, e lo sono ancora di più nel
    mondo di oggi, che si sta evolvendo verso un equilibrio tripolare. Esso
    comporta la minaccia che l'Europa e l'Asia possano andare nella direzione di
    una maggiore indipendenza, e ancora peggio, che possano unirsi: la Cina e
    l'Europa infatti sono diventate nel 2004 il principale partner commerciale
    l'una per l'altra, seguite dalla seconda economia più ampia al mondo
    (Giappone), e queste tendenze sono destinate probabilmente ad ampliarsi.
    Una mano ferma sul rubinetto riduce senz'altro questi pericoli.

    Occorre notare poi che il punto cruciale è il controllo, non l'accesso. Le
    politiche Usa nei confronti del Medio Oriente erano le stesse quando
    quest'ultimo era un esportatore di petrolio per un'ampia rete, e restano le
    stesse oggi, che i servizi Usa ipotizzano che gli Stati Uniti potranno
    valersi su risorse più stabili nel bacino atlantico. Le politiche sarebbero
    probabilmente le stesse se gli Usa decidessero di passare all'energia
    rinnovabile. La necessità di controllare la "splendida fonte di potere
    strategico" e guadagnare "profitti ben al di là dei sogni di avidità"
    rimarrebbero. Le manovre in Asia Centrale e lungo le rotte degli oleodotti
    riflettono tali preoccupazioni.

    Ci sono molti altri esempi della stessa mancanza di interesse per la
    minaccia del terrorismo in chi pianifica la politica di Bush. Gli elettori
    di Bush comunque, consapevoli o no, hanno votato per un probabile incremento
    della minaccia del terrorismo, il che potrebbe essere terrificante: si
    sapeva ben prima dell'11 settembre che presto o tardi i terroristi della
    Jihad, organizzati dalla CIA e dai suoi affiliati negli anni '80, molto
    probabilmente avrebbero potuto disporre di WMD (Weapons of Mass Destruction,
    Armi di Distruzione di Massa, ndr.), con conseguenze devastanti. Eppure
    perfino queste terrificanti prospettive vengono consapevolmente incrementate
    dalla trasformazione dell'esercito, che contribuisce ad aumentare la
    minaccia della "rovina finale" per via di una accidentale guerra nucleare.
    D'altra parte essa sta anche spingendo la Russia a spostare i suoi missili
    nucleari sui suoi territori enormi e per lo più non protetti per contrastare
    la minaccia militare Usa. Insieme ad essa poi va considerata la minaccia di
    eliminazione istantanea che è una parte fondamentale del "possesso dello
    spazio" a scopo militare offensivo annunciato dall'amministrazione Bush,
    insieme alla sua Strategia per la Sicurezza Nazionale della fine del 2002,
    la quale ampliava significativamente i programmi di Clinton, che erano già
    abbastanza azzardati, e avevano già paralizzato il Comitato per il Disarmo
    delle Nazioni Unite.

    Per quanto riguarda i "valori morali" invece, veniamo a sapere che fine
    hanno fatto dalla stampa che si occupa di affari il giorno dopo le elezioni,
    la quale riportava "euforia" nelle sale dei consigli di amministrazione,
    certamente non perché CEO si opponeva ai matrimoni gay.
    Ed ancora euforia per gli sforzi alla fine svelati per spostare sulle
    generazioni future i costi della zelante opera dei pianificatori di Bush a
    favore del privilegio e del benessere: costi fiscali e ambientali, tra gli
    altri, per non parlare della minaccia della "promessa finale". A parte
    questo, significa molto poco dire che la gente vota sulla base dei "valori
    morali". Il punto è cosa si intende con quella frase.
    Le pur limitate indicazioni che abbiamo, sono comunque di qualche interesse.
    In alcune statistiche, "quando agli elettori veniva chiesto di scegliere la
    più urgente crisi morale che il paese doveva affrontare, il 33 per cento
    indicava 'avidità e materialismo', il 31 per cento invece 'povertà e
    giustizia economica', il 16 per cento sceglieva l'aborto, e il 12 per cento
    il matrimonio gay" (Pax Christi). In altre statistiche invece, "quando agli
    elettori intervistati veniva richiesto di elencare le questioni morali che
    avevano maggiormente influenzato il loto voto, l'Irak era al primo posto con
    il 42 per cento, mentre il 13 per cento indicava l'aborto e il 9 per cento i
    matrimoni gay" (Zogby).
    Qualsiasi cosa volessero intendessero gli elettori con queste scelte,
    difficilmente potevano essere i valori morali operativi
    dell'Amministrazione, celebrati dalla stampa d'affari.

    Non voglio entrare nei dettagli qui, ma un'attenta analisi indica che per lo
    più le stesse cose erano vere per i sostenitori di Kerry, che pensavano di
    dare un segnale di attenzione particolare all'economia, la sanità e le loro
    altre preoccupazioni.
    Proprio come negli ingannevoli mercati costruiti dall'industria delle
    Pubbliche Relazioni, così anche nella falsa democrazia che questi guidano,
    il pubblico è poco più che un osservatore irrilevante, a parte il fascino
    delle immagini attentamente costruite che hanno solo la più vaga somiglianza
    con la realtà.

    Ma passiamo a delle testimonianze più serie a proposito dell'opinione
    pubblica: gli studi che ho prima citato, diffusi poco prima delle elezioni
    da alcune delle più rispettate e affidabili istituzioni che monitorano
    regolarmente l'opinione pubblica. Ecco alcuni dei loro risultati (Chicago
    Council of Foreign Relations):

    La maggioranza dell'opinione pubblica crede che gli Usa dovrebbero
    riconoscere la giurisdizione della Corte Criminale Internazionale e la Corte
    Mondiale, firmare il protocollo di Kyoto, permettere alle Nazioni Unite di
    essere a capo delle crisi internazionali, e basarsi su misure diplomatiche
    ed economiche più che su azioni militari nella "guerra al terrorismo".
    Simili ampie maggioranze della popolazione credono che gli Usa dovrebbero
    ricorrere alla forza solo se ci fosse una "prova schiacciante che il paese
    si trovi sotto l'imminente minaccia di essere attaccato", il che significa
    il rifiuto del consenso bipartisan sulla "guerra preventiva" e l'adozione
    della interpretazione convenzionale della Carta delle Nazioni Unite.
    Una larga fetta della popolazione poi è favorevole ad un abbandono del veto
    nel Consiglio di Sicurezza, al quale seguirebbe il ruolo di leader per le
    Nazioni Unite che pure non rientra tra le preferenze dei dirigenti di stato
    Usa. Quando sulla stampa leggiamo le parole dell'ufficiale moderato
    dell'Amministrazione Colin Powell che dice che Bush "ha vinto il mandato dal
    popolo americano per continuare a perseguire la sua politica estera
    'aggressiva'", evidentemente questi si sta basando sul tradizionale assunto
    secondo cui l'opinione popolare è irrilevante rispetto alle scelte politiche
    di chi è al potere.

    E' anche particolarmente istruttivo osservare più da vicino gli
    atteggiamenti popolari sulla guerra in Irak, alla luce della generale
    opposizione alle dottrine che hanno ottenuto consenso bipartisan di "guerra
    preventiva".
    Poco prima delle elezioni del 2004 "tre quarti degli americani dicono che
    gli Usa non sarebbero dovuti entrare in guerra se l'Irak non aveva WMD
    (Weapons of Mass Destruction, Armi di distruzione di Massa, ndr.) o se non
    stava appoggiando al-Qaeda, mentre quasi metà della gente afferma ancora che
    la guerra era la decisione giusta" (Stephen Kull, relaziona sugli studi PIPA
    che lui dirige). Ma questo non è una contraddizione, sottolinea Kull.
    Nonostante le relazioni quasi ufficiali Kay e Duelfer che scardinano queste
    affermazioni, la decisione di andare in guerra "è sostenuta da credenze
    diffuse in metà degli americani che l'Irak abbia dato un aiuto sostanziale
    ad al-Qaeda, avesse WMD o almeno un vasto programma comprendente armi di
    distruzione di massa", e perciò vede l'invasione come una difesa contro una
    terribile e imminente minaccia. Studi PIPA molto precedenti avevano mostrato
    che un'ampia maggioranza credeva che le Nazioni Unite, non gli Usa,
    dovessero assumere il comando in materia di sicurezza, ricostruzione e
    transizione politica in Irak.
    Nel marzo scorso, gli elettori spagnoli sono stati duramente condannati per
    aver messo da una parte la minaccia del terrorismo quando mandarono a casa
    il governo che era entrato in guerra ignorando le obiezioni sollevate dal 90
    per cento circa della popolazione, prendendo ordini da Crawford nel Texas, e
    guadagnandosi gli applausi per la sua leadership nella "Nuova Europa" che è
    speranza di democrazia.
    Pochi, quasi nessuno dei commentatori notò che gli elettori spagnoli nel
    marzo scorso avevano assunto quasi la stessa posizione di un'ampia
    maggioranza di americani: votare per rimuovere le truppe spagnole a meno che
    non fossero sotto il comando delle Nazioni Unite. Le maggiori differenze tra
    i due paesi sono che in Spagna, l'opinione pubblica era conosciuta, mentre
    qui occorre fare un progetto di ricerca individuale per scoprire qual è. E
    in Spagna la questione è arrivata al voto, cosa quasi inimmaginabile qui,
    sotto una democrazia formale che si deteriora di giorno in giorno.

    Questi risultati indicano che gli attivisti non hanno fatto il loro lavoro
    in maniera efficace.

    Spostandoci ad altre questioni, maggioranze schiaccianti dell'opinione
    pubblica sono a favore di un allargamento dei programmi domestici:
    innanzitutto la copertura sanitaria (80%), ma anche aiuti per l'educazione e
    Social Security. Risultati simili sono stati trovati in questi studi già da
    tempo (CCFR). Altre statistiche di ampia diffusione riportano che l'80% è a
    favore di una copertura sanitaria garantita anche se questa provocherebbe un
    reale aumento delle tasse, un sistema di copertura sanitaria probabilmente
    ridurrebbe considerevolmente le spese, permetterebbe di evitare i pesanti
    costi della burocrazia, dei controlli, documentazioni scritte e così via,
    che sono alcuni dei fattori che rendono il sistema privatizzato Usa il più
    inefficiente di tutto il mondo industriale.
    L'opinione pubblica è da lungo tempo sulle stesse posizioni, con percentuali
    variabili a seconda di come le domande gli sono rivolte. I dati sono
    talvolta discussi sulla stampa, con indicate le preferenze del pubblico, ma
    immediatamente messe da parte e bollate come "politicamente impossibili".
    Questo è successo di nuovo all'alba delle elezioni 2004. Qualche giorno
    prima (31 ottobre), il New York Times riportava che "c'è così poco appoggio
    politico per un intervento del governo sul mercato della copertura sanitaria
    negli Stati Uniti che il senatore John Kerry si è premurato in un recente
    dibattito presidenziale di dire che il suo piano per espandere l'accesso
    all'assicurazione sanitaria non avrebbe creato un nuovo programma di
    governo", che era ciò che però la maggioranza voleva, a quanto pare. Ma si
    tratta di qualcosa che è "politicamente impossibile" ed ha [troppo] poco
    sostegno politico", il che significa che le compagnie assicurative, le HMO,
    le industrie farmaceutiche, Wall Street etc. si oppongono.

    E' interessante notare come tali punti di vista sono portati avanti da
    persone completamente isolate.
    Si sentono raramente e non è improbabile che la controparte guardi le loro
    stesse opinioni come idiosincratiche. Le loro preferenze non entrano nelle
    campagne politiche e solo marginalmente ricevono qualche rinforzo in
    opinioni articolate sui media e sui giornali. Lo stesso vale anche in altri
    campi.

    Quale sarebbe stato il risultato delle elezioni se i partiti, qualunque
    partito, fosse stato disponibile ad affrontare le preoccupazioni della gente
    su questioni che questi considerano di vitale importanza? O se queste
    questioni potessero entrare nella discussione pubblica di ampia diffusione?
    Possiamo solo fare delle ipotesi, ma sappiamo che questo non accade e che i
    fatti vengono a malapena riportati. Non sembra difficile immaginare quali
    siano le ragioni.

    In breve, noi impariamo molto poco e di scarsa importanza dalle elezioni, ma
    possiamo imparare molto da quegli studi sulle opinioni della gente che sono
    tenuti nell'ombra. Sebbene sia naturale per i sistemi dottrinali di tentare
    di instillare il pessimismo, la sfiducia e la disperazione, le lezioni reali
    sono abbastanza diverse. Ci incoraggiano e ci rendono pieni di speranza.
    Infatti mostrano che esistono opportunità concrete per l'educazione e
    l'organizzazione, compreso lo sviluppo di potenziali alternative elettorali.
    Come in passato, i diritti non saranno garantiti dalle benevole autorità, o
    vinti da azioni intermittenti, come qualche ampia dimostrazione dopo la
    quale si va a casa, e neppure spingendo una leva in quella stravaganza
    quadriennale personalizzata che viene dipinta come "politica democratica".
    Come sempre anche in passato, il compito richiede un impegno giorno per
    giorno per, in parte creare, e ricreare le basi di una cultura democratica
    funzionante nella quale l'opinione pubblica giochi un ruolo nel determinare
    le politiche, non soltanto nell'arena politica dalla quale è largamente
    esclusa, ma anche nella cruciale area economica, dalla quale è esclusa per
    principio.

    Note:

    traduzione di Paola Merciai per www.peacelink.it
    Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
    fonte e l'autore

    Noam Chomsky è linguista, un critico sociale, e autore di numerosi articoli
    e libri, tra cui Hegemony or Survival (Egemonia o Sopravvivenza, ndr.),
    Owl/Metropolitan Books, 2003; e Pirates and Emperors, Old and New (Pirati e
    Imperatori, Vecchi e Nuovi), South End Press, 2002

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