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Guerra per decreto

C’è puzza di bruciato in giro. E non viene solo dal centro per l’internamento e l’espulsione degli immigrati di Lampedusa dopo l’ennesima rivolta. Sta bruciando il nostro presente, come il nostro passato prossimo già nell’oblio.
3 marzo 2009
Stefano Mencherini (autore di "Mare Nostrum" e regista RAI)

Chi ricorda ancora il ragazzo indiano a cui hanno appiccato il fuoco “per noia” sulla panchina di una stazione o il campo rom dato alle fiamme solo qualche mese fa? Chi tiene piu’ lunga di un sospiro l’attenzione all’escalation di razzismo e xenofobia dentro ai nostri confini? Chi rammenta gli infiniti atti di autolesionismo e i suicidi, i morti nei nostri “Centri di Permanenza Temporanea”? Brucia anche, allora, e non da ora, la nostra memoria.

Il Canale di Otranto fino al 2002 era esattamente ciò che oggi è quella fetta di mare-cimitero a ridosso dell’isola delle Pelagie. E la “Casa Regina pacis” considerata dalla politica e dai media “un modello” (come fino a ieri Lampedusa) era la risposta dello Stato all’ “emergenza” dell’immigrazione illegale: contenere, reprimere, espellere, anche se ai tempi si preferiva mistificare col verbo “accogliere”. Gestito per anni con i denari del popolo italiano dalla Curia di Lecce, quel centro, si rivelò una piccola Guantanamo in stile casereccio dove i diritti umani non contavano più e il loro calpestio lasciava spazio a inusitate violenze alle quali gli internati cercavano di ribellarsi con la fuga. Quel Cpt fu chiuso, unico caso in Italia, grazie a una battaglia civile compiuta anche dagli stessi immigrati che là dentro subirono “gravi violenze con sevizie e crudeltà”, come sentenziò la condanna di primo grado verso responsabili in clergiman del Cpt e vigilanti in divisa.

Così la storia (recente) si ripete, seppur con qualche variante, a ridosso di un’altra fetta di mare dopo un’infinità di rivolte e violenze in altri Cpt italiani. Li’ un’ intera comunita’, quella dei lampedusani, parla da tempo apertamente di “lager” e ne chiede la chiusura. Eppure proprio come rispose l’allora ministro dell’Interno Pisanu a chi chiedeva la chiusura dei Cpt costruendone di nuovi, da tempo fa il suo successore leghista. Il governo, giusto per non smentirsi, intensifica il tiro al piccione sempre a spese dei contribuenti e sposta dai 60 giorni attuali fino a sei mesi l’internamento in questi centri dove l’unica colpa commessa dai migranti, giova non scordarlo mai, e’ quella di fuggire da fame e conflitti. Cosi’ come chiede ai medici nel caso di cure a irregolari di abiurare al giuramento di Ippocrate oltre che a buon senso e umanita’. Poi le ronde e tutto quello che verrà. E’ guerra aperta per decreto. E il “modello” Lampedusa è diventato un falo’ con decine di feriti e intossicati: una strage sfiorata per un pelo. O soltanto rimandata. Ma possibile che in questo Paese non esista piu’ un’autorita’ in grado di bloccare un simile scempio di diritti umani ?

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