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Mariantonietta, una studentessa intenta a preparare una tesi sul pacifismo, mi ha posto alcune domande

Domande sul pacifismo

La difficoltà del movimento pacifista e le sue ragioni. Il "pacifismo" dei partiti e quello dei movimenti. La distinzione fra pacifismo e nonviolenza. La trasversalità del movimento per la pace. La storia del pacifismo. Il pacifismo "fondamentalista". Il pacifismo fra etica della responsabilità ed etica della convinzione.
31 ottobre 2005 - Alessandro Marescotti

Manifestazione per la pace a Roma (2005)

DOMANDA: Perché si viene a creare una discordanza numerica tra le manifestazioni di pace che raccolgono migliaia di adesioni e si rivelano fenomeni massicci e il numero esiguo di volontari che opera costantemente nelle organizzazioni?

RISPOSTA: La discrepanza fra adesioni di massa nei momenti di emergenza e numero esiguo di partecipanti alle campagne mirate è indice del fatto che il movimento per la pace ha un lungo percorso ancora da fare per diventare efficace. Ciò accade anche nel campo dell'ecologia quando la mobilitazione di intere città avviene solo nel momento in cui un'emergenza ambientale diviene insostenibile e allarmante.
Andrebbero compiuti studi approfonditi di psicologia sociale in quanto buona parte di questo comportamento dipende dal livello globale di coscientizzazione di una collettività. Sta di fatto che la mobilitazione si manifesta spesso quando è troppo tardi e non prima.
In questo divario alcuni pensatori nonviolenti hanno visto la differenza fra nonviolenza (dotata di capacità di previsione e organizzazione preventiva) e pacifismo (presentato come una manifestazione ritardataria e tutto sommato inconcludente). Io non sono d'accordo con questa semplificazione perché tende a dare solo risalto alla capacità di anticipazione cosciente di alcune elite nonviolente senza spiegare perché tali elite rimangono minoritarie.
Sposterei pertanto il piano di analisi sulla questione della capacità organizzativa che la società civile democratica è in grado di darsi. In questo senso la telematica per la pace sta divenendo un raccordo importante fra minoranze coscienti-organizzate e quell'opinione pubblica maggioritaria fluida ed eterogenea che comunque è contro la guerra. Ravviso pertanto nelle tecnologie della comunicazione l'elemento chiave per ridurre la divaricazione di cui parlavamo, a condizione che esse siano concepite non solo come strumento organizzativo in senso stretto ma anche come terreno di formazione collettiva "a distanza" e di promozione della consapevolezza, ossia di quella coscientizzazione di cui parla Freire.
Infine, a mio parere, la divaricazione di cui parlavamo dipende molto dalla cultura politica di una nazione. La politica, specie in Italia, dimentica i problemi e si concentra sulle formule, lascia grandi vuoti e diserta i momenti più importanti di prevenzione delle crisi, è assente sulle questioni planetarie più importanti perché sono complesse da capire e da comunicare. La politica - quella dei partiti - tende cioè a semplificare e intervenire concretamente richiese invece un investimento in intelligenza e formazione. Ecco perché nella società labirintica e specialistica della globalizzazione, in cui i problemi richiedono analisi complesse e risposte complesse, la politica che si autorappresenta sui mass media "diseduca" le masse, le impigrisce, le disabitua alla partecipazione e alla setssa comprensione anticipata delle emergenze. Occorrerebbe conoscere la geografia, l'economia, la strategia militare, il diritto internazionale e la rete delle organizzazioni non governative per intervenire in modo efficace. Ma tutto questo, pur avvicinando alle soluzioni, allontanerebbe dai partiti, i quali privilegiano visioni semplicistiche per questione di audience e di mietitura elettorale dei consensi. Accade così che diviene più produttivo in termini elettorali partecipare ai cortei ma non promuovere azioni preventive.
Se questa è la logica partitica, i movimenti devono fare appello ad una logica differente che a volte confligge con quella dei partiti. Ed è questa la ragione per cui padre Alex Zanotelli - che si fa promotore in Italia della strategia di cittadinanza attiva dal basso e di organizzazione della società civile - incontra una sorda resistenza, che sconfina a volte in un malcelato ostruzionismo da parte di vari settori della sinistra, sia moderata sia radicale.
Investire nella soluzione dei problemi "distoglierebbe" energie al classico lavoro di mietitura dei consensi in quanto i cittadini si strutturerebbero sui problemi e sulle campagne (che spesso sono trasversali) e non sui partiti.
La soluzione dei problemi richiede spesso la cucitura di maggioranze trasversali, come fa ad esempio Amnesty International, e questa trasversalità - che consente di raggiungere maggioranze schiaccianti su questioni come le mine, i bambini soldato, la cancellazione del debito, ecc. - confligge con gli interessi di bottega.
Pertanto la crescita del movimento per la pace nella mobilitazione quotidiana dipende dall'autonomia rispetto ai partiti, ma questa autonomia viene fatta pagare con una sorta di strangolamento nascosto di quelle iniziative che tentano di nascere al di fuori del controllo dei partiti. E così chi cerca la concretezza operativa rischia l'isolamento: confermando la divaricazione di cui parlavamo.

DOMANDA: Ha mai pubblicato articoli su questo tema?

RISPOSTA: A questa analisi ho dedicato il mio saggio su "Bandiere di pace", un libro edito da Chimienti editore (http://web.peacelink.it/associazione/html/bandiere.html).

DOMANDA: Saprebbe delinearmi i passaggi evolutivi del concetto di pacifismo? Se si può parlare di un movimento pacifista nel primo dopoguerra, durante il periodo nazifascista, la seconda guerra mondiale e nel secondo dopoguerra? Quali connotazioni ha assunto il movimento? Quali caratteristiche ha avuto durante la guerra fredda e perché nel libro “Né un uomo, Né un soldo” gli autori, Piero Sansonetti e Antonella Marrone ritengono che il pacifismo sia entrato nella sua fase più matura? Cosa significa che dalla caduta del muro di Berlino e del comunismo reale, il fronte della guerra si è spostato dal versante ideologico ad altri fronti?

RISPOSTA: Molte risposte alle domande poste sono presenti nella Storia della Pace che si trova attualmente su http://www.italy.peacelink.org/storia

DOMANDA: Ho bisogno di una spiegazione esauriente sulla definizione e differenza del pacifismo fondamentalista e il pacifismo politico. Ma il pacifismo fondamentalista si può equiparare alla nonviolenza?

RISPOSTA: La risposta è un po' complessa. Ti inviterei a leggere la voce "pacifismo" del "Dizionario di Politica" della UTET che è curata da Norberto Bobbio e può rispondere alle domande che poni. Tuttavia il termine "pacifismo fondamentalista" non è corretto: Norberto Bobbio parla di pacifismo etico-religioso, basato su un'intima convinzione del soggetto che lo promuove. Bobbio lo distingue dal pacifismo giuridico che si pone l'attuazione della pace attraverso il diritto e la realizzazione di organizzazioni internazionali. In questo senso si può parlare di pacifismo politico, ossia di una strategia realistica che si propone scopi immediati, intermedi e a lungo termine, compromessi e alleanze, ossia tutto ciò che fa parte di un percorso politico (l'arte del possibile).
Quello che chiami pacifismo fondamentalista e che invece andrebbe definito pacifismo etico-religioso tende ad identificarsi con la nonviolenza. Tuttavia Gandhi e Capitini, per fare due esempi, vedevano nella nonviolenza non solo l'espressione delle proprie convinzioni etiche ma anche un percorso fatto di "tecniche" e di passi concreti (in ciò erano politici realisti pur mirando all'utopia).
Tutto ciò rimanda a Max Weber.
Afferma Roberto Esposito: "Max Weber distingue tra etica della responsabilità ed etica della convinzione; qual è questa differenza? Dice Weber, l'etica della convinzione è quella di chi segue rigorosamente i propri principi assoluti senza preoccuparsi delle conseguenze che avrà la propria azione, di chi non si preoccupa degli effetti della propria azione ma tiene a seguire i principi puri della morale; viceversa, colui che agisce secondo l'etica della responsabilità tiene sempre presente le conseguenze di ciò che farà, gli effetti della propria azione. E, dice Weber, solo questa seconda è un’etica veramente politica, perché l'etica della convinzione (quella che guarda ai principi puri, ai principi assoluti senza preoccuparsi delle conseguenze) è un’etica impolitica. Viceversa l'etica del politico deve essere sempre in qualche modo un'etica responsabile, cioè un'etica che tiene conto di quali saranno le conseguenze, gli effetti di ciò che si fa". (http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=386)
In conclusione quindi all'interno del pacifismo si muovono queste due visioni dell'etica, ma va detto che hanno saputo conciliarsi in Gandhi ad esempio: fu utopista e concreto al tempo stesso. Non fu un fondamentalista "acchiappanuvole".

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