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Muri e barriere si costruiscono, ma, più o meno, con la stessa facilità si possono abbattere. Costruire muri per uccidere la speranza non è possibile, a meno che l'uomo non smetta di amare e cercare la pace...

Non accettate caramelle dagli sconosciuti!

Betlemme, Palestina,Israele: Terra Santa? Si, ma solo se noi ,uomini di buona volontà, lo pretendiamo!
26 dicembre 2005 - Nadia Redoglia
Fonte: www.articolo21.info "Il Natale a Betlemme con il muro che uccide la speranza" intervista a Padre I. Faltas, a cura di G. Bonavolontà 23.12.05

Quelle che seguono sono le parole, amare, di chi in Palestina ci vive.Le ascoltiamo da G.Bonavolontà in un' intervista esclusiva rilasciata da Padre I. Faltas,parroco di Gerusalemme.

["Padre Ibrahim Faltas, frate francescano, è parroco di Gerusalemme e responsabile per i cattolici dell’organizzazione del Natale a Betlemme. Tra queste due città c’è sempre stato un rapporto storico, Gerusalemme dove giungono i pellegrini che, fin dai tempi antichi, si recano poi nel villaggio adiacente di Betlemme per pregare nella grotta della Natività. Ci sono state negli ultimi anni le difficoltà a spostarsi dovute all’occupazione israeliana e alle violenze delle intifade. Però il rapporto, la continuità tra i due centri urbani distanti appena sette chilometri l’uno dall’altro, non sono mai stati interrotti.

Padre Ibrahim, ora un muro di cemento e portoni d’acciaio sembra separare definitivamente Gerusalemme da Betlemme?
“E’ la prima volta nella storia che tra Gerusalemme e Betlemme viene eretta una barriera invalicabile. Questo sta causando tanti problemi perché nei secoli sono state praticamente una sola città. Io ho vissuto 12 anni a Betlemme. Ora, come parroco di Gerusalemme, conosco molto bene le famiglie cristiane, so di tanti matrimoni misti tra betlemiti e gerosolimitani. Ora, con questo confine di cemento, chi può immaginare la vita di una moglie di Betlemme che non può più incontrare il marito a Gerusalemme o viceversa? Se il marito vuole portare con se la moglie in auto e lei non ha il permesso israeliano commettono un reato penale. E’ incredibile. Questo muro-confine non separa solo Gerusalemme da Betlemme, separa tante famiglie, tutta una umanità abituata a vivere assieme. Ogni giorno viene da me gente della Città Santa che chiede aiuto per far passare la moglie e il figlio dall’altra parte. E pensare che per duemila anni Gerusalemme e Betlemme sono state una cosa sola. Con la costruzione del muro la gente di Betlemme ha perso ogni speranza”.

Anche se le violenze, seppure terminate, si sono perlomeno fatte sporadiche, specie a Betlemme dove sono cominciati a tornare i pellegrini. Eppure lì il sindaco continua a denunciare una crisi economica che sembra irreversibile, al pari della fuga dei cristiani ormai ridotti al trenta per cento degli abitanti la città?
“Succede perché se pure i pellegrini in questi ultimi giorni del 2005 siano tantissimi, non risiedono a Betlemme. Ci trascorrono appena due, tre ore poi scappano di nuovo a Gerusalemme. Noi francescani abbiamo cominciato a raccogliere prenotazioni per far dormire turisti a Betlemme nel 2006. Ma adesso la fuga costante dei cristiani locali è legata alla costruzione del muro. Si sentono dentro una prigione. Come possono volerci rimanere. Pensi che per far uscire i cristiani e ospitarli qualche ora a Gerusalemme devo consegnare ogni mese una lista delle nostre festività religiose e chiedere uno speciale permesso. L’altro giorno ho presentato un elenco di tremila nomi di persone di Betlemme che chiedevano di poter incontrare i loro parenti di Gerusalemme e visitare i luoghi santi in occasione del Natale. Sapesse quando hanno saputo che questo permesso gli era stato accordato come erano contenti, era come se avessero vinto migliaia di dollari alla lotteria. Si tratta perlopiù di gente che fa la fame, tantissimi lavoravano in Israele e sono rimasti senza occupazione. Chi può resistere a casa senza far nulla e senza avere cibo per sfamare i figli? Allora è chiaro che fuggono. Betlemme è diventata una prigione. Libertà e bisogno di sperare ovunque non hanno prezzo.

Eppure da entrambe le parti, israeliani e palestinesi vogliono il turismo religioso che distribuisce denari e contribuisce alla pace tra i due popoli. Ma il muro, seppure con i valichi aperti ai turisti nei giorni delle feste, non rischia di diventare un ostacolo insormontabile per questo tipo di economia?
“Quando,finito il muro che circonda Betlemme, gi israelliani inaugurato il nuovo check point, era il 15 novembre scorso, proprio il giorno in cui i palestinesi celebrano la festa della loro indipendenza. Nei primi giorni i militari israeliani facevano scendere tutti i pellegrini dai pullman, in entrata e in uscita, e li costringevano a passare a piedi sotto i metal detector. Così passavano le ore e la voglia di raggiungere Betlemme. Ci siamo mobilitati in tanti per modificare questa situazione opprimente, il Custode di Terra Santa ha scritto a tutti e il governo israeliano ha promesso che non sottoporrà più i nostri turisti a questa tortura. Speriamo che non ci ripensino passate le feste di Natale.

Padre Ibrahim, nei giorni dell’assedio alla Natività, tra aprile e maggio del 2002, lei si trovò a fare il giornalista perché era l’unico a raccontare con il telefonino quello che accadeva nella Basilica occupata da duecento palestinesi e circondata dai carri armati israeliani. Allora, essendo stato in un certo qual modo dalla nostra parte, lei può giudicare: pensa che la stampa italiana in genere tratti con onestà la questione mediorientale?
“Se io ho fatto il giornalista allora adesso lei scrive letteralmente quello che rispondo io: ho fatto il giornalista per colpa dei giornalisti che non c’erano, del mondo che si interessava poco di quello che accadeva in quei quaranta giorni di assedio a Betlemme. Ora succede che, dopo tre anni tranquilli, in cui non è successo niente, i giornalisti continuano a raccontare cose non vere. Dicono che è pericoloso venire in Terra Santa che invece è certamente più sicura delle città in cui abitano in Italia. Così hanno tenuto lontani i pellegrini aggravando le condizioni di vita della gente di qui, dei cristiani in particolare che, a Betlemme come a Gerusalemme, al novanta per cento dipendono dal turismo religioso. I giornalisti hanno il vizio di raccontare la realtà solo quando è nera. Non parlano quasi mai delle tante cose positive, delle iniziative per la pace che vengono prese in Israele come nei territori palestinesi.
Per esempio? Mi racconti qualcosa lei.
“Per esempio abbiamo portato gruppi di giovani palestinesi e israeliani in tanti paesi del mondo, dall’Italia al Giappone, agli Stati Uniti, per dimostrare che sono molti coloro che vogliono dialogare da buoni vicini di casa, che vogliono dimostrare possibile la convivenza. Nessuno ne ha mai raccontato. Ultimamente a Gerusalemme è stata aperta una scuola che nelle stesse classi ha alunni musulmani, ebrei e cristiani. Si chiama “Hand by Hand”, Mano nella Mano. Funziona, ma non è degna di cronaca. Esiste un comitato dei parenti delle vittime della 2° Intifada, israeliani e palestinesi insieme. Giornali e tv non gli hanno mai dato voce. Ci sono gli accordi di Ginevra, altre iniziative di pace sottoscritti da personaggi del calibro del ministro palestinese Abed Rabbo, del rettore dell’università di Gerusalemme Sari Nusseibeh, e sull’altro fronte dall’ex ministro israeliano Yossi Beilin, del capo dei servizi segreti israeliani Ami Ayalon. Se ne è parlato per un giorno ma queste sono azioni di pace quotidiane che i giornalisti veri troppo spesso ignorano]

Amo troppo questa Terra per non commentare il brano che precede.
Quelli di cui parla Padre Ibrahim, non sono i giornalisti veri. Quelli veri, infatti, vorrebbero portare alla luce la Grande Verità di quella Terra chiamata santa, ma che santa ora non è. Sono i giornalisti falsi, al servizio del fenomeno neocons, quello più distorto, che alimentano la disinformazione. Israele e Palestina (le terre sante) sono sempre state "usate" come alibi necessario per sentirsi "discolpati" dai reati perpetrati contro la Pace. Ho ricordi magnifici di quel lontano marzo 2003, quando decisi di andare laggiù a intervistare i genitori cattolici di una bimba uccisa "per caso" dalle truppe israeliane. Visitai anche i campi profughi, ove tutto parla dei disumani anni di esilio di un popolo ancora senza terra e ormai senz' "anima". Il muro stava iniziando ad alzarsi. Ho provato angoscia. Angoscia più profonda delle innumerevoli soste ai check-point dove so che molte donne sono morte di parto perchè impedito loro di andare "dall'altra parte" in tempo (la storia della Natività, a quanto pare, in questa terra santa si ripete, ma è meno dolce del primo Natale). Ricordo però splendidi murales in quei campi profughi. Mi dissero che erano dipinti di speranza. Ora stanno anche apparendo su quel muro maledetto: la speranza continua dunque. Voglio credere che non sarà uccisa. Lo voglio perchè, come giornalista, ma ancor prima, come essere umano, voglio scrivere di Verità, quella che ha dato il nome a quella Terra. Terra Santa, appunto.Ora a "proteggere" le porte di acciaio massiccio, che permettono l'accesso oltre al maledetto muro, ci sono soldati israeliani che offrono caramelle ai turisti che le varcano, per qualche ora, al fine di vedere la dolce Betlemme. Quale perversa ipocrisia! Pillole dolcificanti per indorare la vergogna che aleggia pesantemente su quella Terra chiamata Santa...Il sistema delle caramelle, secondo i detentori del potere, dovrebbe servire a fare sopravvivere per qualche ora gli abitanti di Betlemme che da sempre vivono solo di turismo, perchè alla stragrande maggioranza, cristiani e musulmani,non è stato mai consentito di accedere a lavorare in terra d'Israele! Una caramella per pretendere di convincere i pellegrini che tutto è tornato alla norma...Non credeteci pellegrini di Betlemme. E'una squallida bugia. Pellegrini che andate nella grotta non accettate le caramelle. Con un sorriso, senza astio, dite a quel soldato, in qualunque lingua sappiate parlare: "No, grazie. Preferirei non ci fossero porte di acciaio per entrare qui..."
Nadia Redoglia





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