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Kant prospettava l’idea di una società cosmopolita in cui sarebbe regnata una “pace perpetua”: un mondo dove gli umani, in virtù del dono che li distingue dagli animali, la ragione, fossero stati in grado di anteporre una coesistenza pacifica agli interessi, alle violenze, all’avidità dei pochi.
Un mondo dove la pace diventava condizione necessaria perché la stessa ragione potesse sussistere e sopravvivere e continuare a comprendere quello che lui definì “il sublime”, l’infinita piccolezza dell’uomo, la sua superiorità sulla materia non cosciente.
Il problema della pace come corrente di pensiero vero e proprio ha trovato in Gandhi un forte teorico e fautore; i suoi principi, grazie ai mezzi di comunicazione di massa e a personaggi dello spettacolo, si diffusero nel mondo occidentalizzato e numerosi movimenti nacquero. I moti dell’autunno caldo in fondo si muovevano anche su questo principio.
Discutere oggi sul significato della pace sembra apparire una discussione per molti sorpassata, soprattutto per molti pacifisti radicali, convinti che la pace è per forza di cose l’unica via. Eppure lo stesso Gandhi ammetteva il ricorso alla violenza in caso di legittima difesa.
Alla base del discorso della non violenza e di chi la sostiene, vi sta un problema di fondo che molto spesso noi non ci poniamo: la pace è davvero la migliore delle soluzioni?
Apparentemente si, tendiamo a rispondere. Ma se ci pensiamo un attimo, si può intendere come la nostra risposta in realtà sia falsa, priva di fondamenti concreti. Innanzitutto il termine guerra con la nostra vita non è mai entrato davvero in contatto. Sappiamo che è un momento in cui gente muore, per lo più innocenti civili, che provoca dolore e morte. Da questa considerazione tendiamo, da buoni ipocriti cristiani che siamo, a scacciare il pensiero della guerra. In realtà il nostro comportamento non è quello del medico che cura il paziente malato, bensì quello del medico che preferisce lasciarlo ad un altro collega.
Il pacifismo è spesso dunque una posizione di comodo adottata da noi occidentali per non sentire il problema stesso della guerra e adattarsi alle convinzioni civili di una convivenza pacifica, senza in realtà capire il perché.
Ma qui non è una questione solo di adattamento pratico al mondo che ci circonda, ma addirittura mentale. Molta gente, magari incosciamente, sceglie il pacifismo perché è ritenuto un principio assoluto e come tale difficilmente contestabile.La chiesa lo appoggia (almeno negli ultimi secoli, non con le crociate); la civiltà occidentale in linea di principio; la televisione lo accetta (perché nei film non si vedono spesso morti civili e soprattutto donne e bambine?). Introiettati questi presupposti affermiamo: la pace deve esserci. Basta. Il discorso cade lì.
Oppure molto spesso ricorriamo a personaggi famosi. La pace deve esserci perché come afferma Gandhi…. Oppure la pace è necessaria perché i Beatles….eccetera eccetera. Ricorriamo al passato, senza sapere a cosa ricorre il passato stesso. Giustifichiamo il tutto riferendoci ad altri senza capire necessariamente perché. “Gandhi era un mito, quindi ha ragione” “I Beatles idem”. Anche Hitler per molti era un mito, ma dubito che molti portino argomentazioni a suo riferimento.
Siamo scivolati in uno stato di debolezza mentale tremendo. Ricordo la massima secondo cui “la guerra non la fanno i militari, ma la decidono i politici”. E quei politici li eleggiamo noi.
Ma scendendo nel dettaglio, il pacifismo per principi è assurdo. Un esempio piuttosto chiaro è stata l’esperienza della bomba atomica. Essa ha ucciso migliaia di innocenti civili giapponesi, che non avevano colpe di per sé, che facevano il loro lavoro quotidiano, che credevano in qualcosa. Eppure, storicamente parlando, senza lo sgancio delle bombe atomiche, probabilmente la guerra non sarebbe finita, non possiamo dirlo. Sappiamo di per certo che la guerra grazie all’atto di Truman è finita, forse risparmiando molte più vittime innocenti. La pace in tal caso diventa qualcosa di relativo, di inapplicabile se non vi è la collaborazione tra le parti, una minima intesa sulla sua applicazione. Finchè è solo un contendente a sostenerla, rischia di trasformarsi in un masochistico sistema di autodistruzione. Il ricorso alla guerra tramite l’arma atomica è stato necessario, possiamo dirlo. Possiamo colpevolizzare Truman perché ha rifiutato in quel momento la pace?
Facendo questi discorsi si scopre come la pace per principio, intesa come valore assoluto, sia di difficile applicazione.
Il discorso della legittima difesa credo che renda bene l’idea; ed è, un po’ a grandi linee, ciò che fecero l’America e le democrazie occidentali con le bombe atomiche nel ’45.Prevenire è meglio che curare, anche se in quel caso prevenire era effettivamente un po’ come curare.
La pace postulata come principio non ha molto senso se al suo interno ammette casi che in realtà rivelano un’essenza utilitaristica. Se si presentasse il caso in cui al posto di uccidere mille persone se ne possono scegliere dieci e spararle, considerando queste come opzioni, il termine pace è di per sé relativo. Violenza genera violenza, e molto spesso l’unico modo per rispondere alla violenza è con altra violenza.
La pace è un’utopia dunque?
Per quanto uno guardi alla storia e, d’altronde, anche al presente, capisce che le guerre sono state e sono tutt’ora una componente della storia dell’uomo. E’ possibile vivere senza?
Io credo che sia possibile, ma ciò deve essere affiancato di pari passo con una evoluzione culturale dell’uomo. Con la crescita della tecnica l’uomo ha raffinato le armi per distruggersi, ma in tal senso non è cresciuto molto dall’epoca delle caverne. Un tempo le clave, oggi i missili terra-aria. Quello che serve cambiare è ridimensionare il nostro approccio con il mondo, con la tecnica stessa, perché la tecnologia è tutto oggi e toglierle la maschera dell’alienazione che le abbiamo modellato sarebbe un notevole passo avanti.
Quello che intendo dire è che è il mondo là fuori che è cresciuto, e non noi in sé. Sebbene la scienza abbia permesso un progresso conoscitivo dell’uomo nel corso della storia, il nostro modo di porci con gli altri e con il mondo è il medesimo. Il mondo è proiettato davanti ai nostri occhi su di uno schermo, eppure ci comportiamo esattamente come difronte ai graffiti delle caverne della preistoria. Il senso di responsabilità è qualcosa che manca, non solo da parte di chi detiene il controllo della tecnica, ma anche di noi che possediamo nuove forme di conoscenza e comunicazione. E’ necessario ridiscutere in termini morali il nostro approccio sul mondo.
La pace continuerà ad essere utopia, se non riusciremo a operare un salto di mentalità, in grado di trasportarci in un mondo dove la tecnica è al nostro servizio e non il contrario. Per far ciò servono investimenti su scala planetaria a livello educativo. La pace, come ho affermato prima, è possibile se esiste un riconoscimento reciproco, un’accettazione di parte dello stato, che permetta il raggiungimento di un’effettiva condizione migliore. Questa coscienza pacifista è possibile se tutti se ne rendono conto e ciò vuol dire che sono le masse in primis che devono essere educate a questa transazione di mentalità.
Sei ancora l’uomo dell’età della pietra, recitava Quasimodo.
Il passaggio che io intendo non è un abbandono di uno stato per un altro, bensì si avvicina di più all’idea di una sintesi hegeliana: l’uomo cosciente del proprio passato che sa guardare veramente in faccia al futuro e non con una presunzione di stampo futurista.
Ma siamo davvero sicuri che questo salto di mentalità, possa produrre davvero una generazione pacifista?
Io non posso far altro che augurarmelo, con la speranza che gli uomini futuri trovino nella condizione di pace terrena non solo un momento favorevole dal punto di vista economico, politico, e sociale, ma soprattutto un istante in cui si possa finalmente ragionare e cogliere appieno la precarietà e la futilità di questa vita.
Finchè il termine pace sarà veicolato dai mezzi di comunicazione di massa al solo scopo di mascherare la realtà del mondo, credo che, come affermò Einstein un tempo, non saremo molto lontani dal combattere la quarta guerra mondiale con i bastoni dei primati.

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