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Sudan: il lento cammino della pace

Diego Marani

Il 2005 per il Sudan si è aperto con un evento storico: la firma di quell'accordo di pace complessivo (noto con la sigla inglese Cpa che sta per Comprehensive Peace Agreement) che ha posto fine alla più lunga guerra civile africana.
La storia del Sudan dall'indipendenza ad oggi è stata segnata da un conflitto durato dal 1955 al 2005, con una parentesi di pace tra il 1972 e il 1983. Mezzo secolo di guerra che ha causato complessivamente almeno due milioni di morti e inenarrabili sofferenze prodotte dalle carestie, dalla povertà, dalle malattie direttamente o indirettamente legate alla guerra. Un conflitto che è stato interpretato in diversi modi: guerra tra Nord e Sud, tra musulmani e cristiani, tra arabi e africani; un conflitto per il controllo delle principali risorse economiche del Paese: l'acqua, la terra e il petrolio.
Se dunque tutto il Sudan e tutta la comunità internazionale hanno festeggiato la storica firma della pace, c'è stato bisogno di almeno sei mesi per vedere i primi cambiamenti, almeno a livello istituzionale.
Il Cpa era stato il culmine di oltre due anni e mezzo di negoziati, condotti principalmente da due uomini: Ali Osman Taha, primo vicepresidente del Sudan e plenipotenziario del generale Bashir, e John Garang, il leader storico, indiscusso e indiscutibile, dell'Spla. Sono stati questi due uomini a gestire l'accordo di pace innanzitutto come una tregua tra due avversari, il Fronte islamico nazionale (poi National Congress) e l'Spla/Splm che si combattevano militarmente e politicamente da 15 anni; la posta in palio dei colloqui di pace, e quindi il principale risultato ottenuto dal Cpa, era la definizione della suddivisone del potere politico-istituzionale e di quello economico (in particolare la spartizione della recente manna petrolifera).
Il Cpa è costituito da una complessa serie di accordi precedenti che garantiscono la suddivisione del potere tra Splm e il governo di Khartoum. Prevede un periodo di transizione di sei anni prima che il Sud del Sudan possa decidere, attraverso un referendum, se proseguire con Khartoum o scegliere l'indipendenza.
La pace firmata solo dai capi politici e militari del Nord e del Sud ha escluso, di fatto, dalla trattativa, tutti gli altri protagonisti della vita del Sudan i quali, ora, chiedono di poter contare nell’avvenuta spartizione del potere politico, economico, militare. La riprova di tale malcontento è stato il riacutizzarsi di tensioni e di crisi latenti che nel Darfur hanno fatto esplodere una vera e propria guerra, che ha conosciuto una pausa con l'accordo di maggio 2006, mentre nell’est hanno alimentato una protesta che è stata più volte sul punto di degenerare in scontro aperto e totale e che tuttora non è risolta.
Dal luglio 2005 il Sudan ha una nuova Costituzione provvisoria, legge fondamentale del Paese. La presidenza della Repubblica è affidata al presidente uscente, il generale golpista Omar el Bashir, e a due vicepresidenti, John Garang (Splm) e Ali Osman Mohamed Taha (Ncp).
Il 30 luglio 2005 Garang è morto in un incidente di elicottero, per la precisione mentre viaggiava sull'elicottero di Stato del presidente ugandese Yoveri Museveni, durante il volo di rientro da una visita ufficiale a Kampala. Non sono mancate congetture su un complotto dietro alla morte di Garang e molti sudanesi, a Khartoum come nel Sud, hanno reagito con violenza all'assassinio del leader. Tutte le inchieste ufficiali hanno però finora confermato la tesi dell'incidente). La morte di Garang costituisce una svolta storica, non solo per l'Spla e il Sud ma per l'intero Paese. Il suo posto viene preso dal numero 2 dell'Splm, Salva Kirr, che diventa dunque vicepresidente del Sudan. Il nuovo governo di unità nazionale entra in carica a settembre 2005 ed è composto da un assistente e 12 consiglieri del presidente, 28 ministri federali e 33 ministri di Stato. Tra i ministeri federali, 15 sono stati mantenuti dall'Ncp mentre 8 sono andati all'Splm e gli altri a formazioni minori, tra cui l'Nda.
In questo modo, dopo oltre 20 anni di guerra, l'Splm arriva a Khartoum a occupare posizioni di responsabilità e di gestione del potere a livello nazionale.
Il 20 settembre 2005 il nuovo primo vicepresidente nazionale, Salva Kirr, nomina ufficialmente l'Assemblea legislativa provvisoria del Sud Sudan, cioè il Parlamento del Sud Sudan: è composto di 161 deputati, di cui ben 110 dell'Splm (e 25 del Ncp). Il governo del Sud Sudan viene formato in dicembre. Il Sud Sudan gode da allora di un livello di autonomia mai raggiunto in precedenza.
La lenta implementazione del processo di pace ha lasciato però molti punti ancora non toccati: soprattutto per quello che riguarda le condizioni di vita dei rifugiati e degli sfollati interni, i quali non hanno visto un cambiamento reale della loro vita quotidiana.
Secondo l'Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari, in Sudan ci sono quattro milioni di sfollati interni (senza contare il Darfur; altre fonti parlano complessivamente di sei milioni di sfollati) di cui la metà circa vivono attorno alla capitale; di questi circa 325mila vivono nei quattro campi di accoglienza ufficiali, mentre circa 1 milione e 700mila persone vivono sparsi in una trentina di insediamenti informali. Sempre secondo fonti Onu nel 2005 circa 500mila persone sono tornate spontaneamente in Sud Sudan: per lo più sfollati interni, provenienti dal Nord o da zone del Sud diverse rispetto a quelle di origine. Per il 2006 il piano di lavoro Onu prevede il ritorno di circa 680mila tra sfollati e rifugiati.
Inoltre né il Nord né il Sud hanno compiuto alcun progresso nel definire dove passi, con precisione, la frontiera tra Nord e Sud. Un passo imprescindibile sia per arrivare a una precisa determinazione della suddivisione delle ricchezze e delle risorse, sia per i calcoli e il censimento da effettuare in vista delle elezioni politiche previste per il 2008 e del referendum sulla secessione o meno del Sud previsto per il 2011.

Il Darfur
La “grande notizia” per il Darfur nel 2006 - a maggio nella capitale nigeriana Abuja - è stata la firma del Dpa (l'accordo di pace per il Darfur firmato dal nuovo governo di unità nazionale e dell'Sla, il principale gruppo ribelle), di cui per molti aspetti il Cpa è stato il modello di riferimento.
Il Darfur è la regione occidentale del Sudan, ha una popolazione stimata in 5 milioni di persone; almeno 800mila sfollati e 150mila profughi, almeno 200mila morti dall'inizio di una guerra civile scoppiata nel febbraio 2003 (ma molti non esitano a parlare di cifre assai maggiori).
La guerra del Darfur nei primi mesi del 2006 ha rischiato di trasformarsi in una guerra di frontiera con il Ciad, il campo di battaglia si è già esteso al Ciad orientale e gli scontri armati sono stati più intensi e le sofferenze dei civili più atroci proprio nel Darfur occidentale, lungo il confine con il Ciad.
Il Jem (un gruppo ribelle minore in Darfur, che molti osservatori considerano legato all'ideologo dell'estremismo islamico Hassan el Turabi) e una fazione dissidente dello Sla-m non hanno firmato. Alcuni singoli capi di questi due gruppi però hanno firmato l'accordo in una seconda fase.
A molti analisti l’accordo di pace firmato ad Abuja sembra un punto di partenza e non certo di arrivo. Tra i principali punti contenuti nelle 86 pagine di rapporto depositato dall’Unione Africana spiccano il disarmo e la gestione politica della regione, oltre a un sostegno economico per la ricostruzione.
A fine estate 2006 in Darfur nessuna milizia era ancora stata disarmata e gli scontri sono ripresi violentemente, non solo tra gruppi ribelli e forze governative, ma anche tra quei ribelli che avevano firmato il Cpa e quelli che non avevano firmato.
Inoltre si è aggravato un altro elemento, relativo a una eventuale forza di caschi blu da inviare in Darfur in sostituzione del finora inefficace contingente di soldati dell'Unione africana (soprattutto nigeriani) che non hanno saputo mantenere né tantomeno imporre la pace sul terreno. La comunità internazionale, il Consiglio di sicurezza dell'Onu e gli Stati Uniti vorrebbero al più presto, già all'inizio del 2007, migliaia di soldati Onu disposti sul terreno. Il governo di Khartoum non ne vuole nemmeno uno, avvisando che il Darfur potrebbe trasformarsi nel «cimitero dei caschi blu», per citare le parole del presidente Bashir.

Il fronte orientale
L'altra regione, troppo spesso trascurata, che ha covato una ribellione contro il governo centrale di Khartoum è l'est del Sudan, in particolare le zone attorno alle città di Port Sudan e di Kassala, e soprattutto le popolazioni beja. Questa ribellione è stata per lo più ignorata dai mezzi di informazione internazionali, eppure è stata più volte vicina a tramutarsi nell'ennesima guerra intestina del Sudan. Tra maggio e giugno 2006 sono cominciati, grazie alla determinante mediazione diplomatica dell'Eritrea, i colloqui di pace tra il governo di Khartoum e i ribelli del Fronte orientale. Un accordo per il cessate il fuoco e una dichiarazione di principi per un auspicato prossimo accordo di pace sono stati firmati a l'Asmara, il 13 giugno.
Ancora una volta la ribellione nell'Est sembra essere la dimostrazione che lo scontro tra centro e periferia rimane una delle questioni fondamentali di tutta la storia del Sudan contemporaneo. L'emarginazione delle aree periferiche, sistematicamente realizzata dal governo di Khartoum, ha provocato tensioni, proteste e ribellioni che vanno al di là delle troppo semplicistiche contrapposizioni Nord/Sud, arabi/africani, musulmani/cristiani. (In Darfur e anche nell'Est sono infatti gruppi musulmani che parlano arabo a fronteggiarsi). La convinzione di alcuni analisti e di molti esponenti della società civile è che non c'è mai stata una pace duratura in Sudan, né mai ci potrà essere, fino a quando il potere centrale non accetterà la realtà di un Sudan multietnico, multireligioso e multiculturale. Quello iniziato con i tre accordi di pace (con il Sud, con il Darfur, e con l'Est) è solo l'inizio di un cammino che si preannuncia tortuoso e pieno di ostacoli. Firmata la pace, bisogna ora metterla in pratica. Per moltissimi sudanesi questo significa, oltre che un accordo politico, ambulatori e servizi medici, scuole, vie di comunicazione, accesso all'acqua potabile, possibilità di lavoro e di coltivare la terra. E finora in Sudan si è visto ben poco di tutto questo.

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