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Afghanistan: Portando democrazia

La pesante denuncia di Emergency sulla condizione dei prigionieri nel carcere di Shebargan. Parla Kate Rowlands, responsabile dei programmi in Afghanistan
9 marzo 2004
Peacereporter

Quando sono iniziati i progetti di Emergency in favore dei prigionieri?

Il programma per i prigionieri è iniziato nel 2001.
Avevamo ricevuto un prigioniero talebano dalla linea del fronte nella piana di Shomali. Era stato portato nel nostro ospedale in condizioni molto gravi. Lo ricoverammo per un mese.
Poi, è stato trasportato in una prigione in Panshir. E' da quel momento, si può dire, che abbiamo iniziato il programma carceri.
Inizialmente nella prigione di Duab, nella valle del Panshir, dove erano detenuti circa un migliaio di prigionieri, di tutte le nazionalità.
Abbiamo fornito assistenza sanitaria, aprendo un ambulatorio, e portato aiuti, ad esempio coperte. E cibo quando necessario.
Fondamentalmente il nostro lavoro è legato ai diritti umani: il diritto alla salute, il diritto a ricevere una giusta cura, il diritto a una buona alimentazione.
All’inizio il programma riguardava i prigionieri detenuti dall’Alleanza del Nord, perciò si deve supporre che quei prigionieri fossero talebani, è così?
Sì, di diverse nazionalità. Ceceni, iracheni, afgani, pachistani: differenti nazionalità, ma tutti combattevano per i talebani.

Avete mai pensato “Stiamo aiutando dei terroristi?”

Mai. Emergency non si occupa di politica. Ci prendiamo cura di esseri umani. Di diritti umani.

Dall'altra parte del fronte c'erano i talebani, come avete cominciato a lavorare con loro?

Sia l’Alleanza del nord che i talebani ci hanno contattato.
Ci hanno chiesto di sostenere, in qualità di mediatori neutrali, la commissione ufficiale di visita ai prigionieri: delegazioni di tre persone da entrambe le parti furono autorizzate, se accompagnate da Emergency, a visitare i propri prigionieri detenuti dal nemico.
I talebani sono andati a visitare le prigioni dell’Alleanza del nord, e l’Alleanza del nord è potuta andare nelle prigioni dei talebani.
Controllare lo stato di salute dei prigionieri, portare loro dei soldi, lettere, e cose di questo tipo.
Sono stati loro a chiederci di farlo. Prima questo era compito della Croce Rossa Internazionale, ma nessuno era soddisfatto della loro commissione di scambio. Per questo hanno chiesto ad Emergency di occuparsene.

Com'erano le condizioni dei prigionieri, per quanto riguarda i diritti umani, da entrambe le parti?

All’inizio Emergency visitava soltanto le prigioni nel Panshir. E lì i detenuti erano in condizioni discrete. Potevano fare il bagno e nuotare nel fiume, ed era loro concesso pregare.
Le condizioni non erano certo ottimali, ma complessivamente lo stato di salute dei detenuti non era cattivo.

E nelle prigioni controllate dai talebani? Avete assistito a violazioni, torture, cose di questo tipo?

Non le ho viste direttamente, ma sono stata informata dai prigionieri che questo era accaduto. E le condizioni fisiche dei detenuti lo confermavano.

Che cosa è successo poi, quando Kabul è stata presa dall’Alleanza del nord?

Ci è stato di nuovo chiesto di aprire ambulatori in diverse prigioni.
Oggi lavoriamo in cinque prigioni a Kabul, e in tre di queste abbiamo ambulatori, dove il nostro personale sanitario visita i detenuti e li rifornisce regolarmente di medicinali. Distribuiamo anche cibo e generi di prima necessità in occasione delle maggiori feste religiose, che sono molto importanti per queste persone. Forniamo anche coperte e vestiti se necessario. Lavoriamo sodo per cercare di garantire i diritti umani di questa gente.

La condizione dei prigionieri è migliorata negli ultimi due anni, da quando l'Afghanistan è stato liberato?

Nelle prigioni di Kabul l’alimentazione non è un granché, ma lo standard è sufficiente, mentre a Shebargan, nel nord del Paese, è tutta un’altra storia...

Un gran numero di prigionieri detenuti a Shebergan sono di fatto i sopravvissuti del massacro di Mazar I Sharif.

E’ corretto. Sono stati trasportati in containers, chiusi dentro per più di ventiquattr’ore e poi inviati a Shebargan.
Quando hanno aperto i containers - e questo è stato verificato sia dalle autorità che dai prigionieri stessi - molti di loro erano morti o moribondi.
Molti erano feriti e non hanno ricevuto alcun trattamento, alcuni di loro, ancora oggi, hanno bisogno di interventi chirurgici che non possono essere praticati in carcere.

Ci sono dati? Quante persone sono state portate a Shebargan nei containers e quante sono morte?

Il nostro team ha cercato in ogni modo di ottenere dati certi. Io personalmente ho chiesto più volte di vedere i registri, ho chiesto più volte di vedere le statistiche del carcere per capire esattamente quanti ne fossero morti, dal loro arrivo a Shebargan fino al nostro intervento. Ma non siamo riusciti ad ottenere quei dati.

Quei prigionieri sono mai stati imputati di qualche crimine? Sono detenuti in base ad accuse specifiche?

Al nostro arrivo a Shebargan i detenuti erano circa tremila.
Fino ad oggi, per quanto ne so, non c’è stato nessun processo, nessun avvocato, nessuna giuria.

Tremila persone. La prigione è così grande?

Quando abbiamo iniziato a lavorare qui, le celle che oggi ospitano circa trenta persone ne contenevano cento, anche duecento. Era un inferno.

Chi controlla questa prigione, chi ne è il responsabile?

Le forze statunitensi e il governo degli Stati Uniti hanno molta influenza su tutti i prigionieri in Afghanistan. Noi di Emergency l’abbiamo verificato di persona, e lo abbiamo anche saputo dalla autorità.
Le forze speciali Usa hanno visitato la prigione anche la settimana scorsa, e hanno interrogato sessantasei prigionieri.

Perché, a quale titolo le forze speciali Usa entrano nelle prigioni afgane?

Entrano senza chiedere autorizzazioni, interrogano chiunque senza testimoni, e se lo ritengono necessario prelevano i detenuti e li portano nelle loro basi militari.

Ci sono stati prigionieri prelevati da Shebergan e inviati a Guantanamo?

Sì, molte persone sono state portate a Guantanamo.
Vi posso raccontare la storia di un vecchio che ci aveva chiesto libri e testi scolastici, perché voleva insegnare ai prigionieri più giovani.
Diceva che sarebbe servito per il loro futuro. Così abbiamo comprato dei libri a Kabul, e quando siamo tornati a Shebargan con i testi e una lavagna abbiamo saputo che il vecchio era stato portato via dalla forze statunitensi e mandato a Guantanamo.

Ne ricorda il nome?

Noi lo chiamavamo Haji. Era afgano. Ma vorrei sottolineare un altro punto: quando le forze speciali Usa arrivarono per la prima volta nella prigione, mi sorprese molto che non ci fosse alcun delegato della Croce Rossa Internazionale. Emergency era l’unica organizzazione umanitaria presente agli eventi come testimone indipendente, purtroppo non durante gli interrogatori. Ma siamo riusciti lo stesso a fornire sostegno psicologico ai detenuti, tutti terrorizzati, spaventati dall'idea di essere prelevati dai soldati statunitensi e portati via. E’ stato orribile vedere questi prigionieri con i piedi incatenati, ammanettati dietro la schiena, fatti camminare avanti e indietro nel cortile della prigione.

Dal modo in cui descrive la situazione, sembra che Guantanamo non sia soltanto a Cuba. Ci sono tante Guantanamo anche in Afghanistan. Anche voi avete questa impressione?

Sì, è così. Emergency è autorizzata ad entrare in ogni carcere afgano controllato dal governo. Non è così per quelle amministrate dalle forze statunitensi. Diverse volte abbiamo chiesto di poter visitare i detenuti nelle basi aeree di Bagram e di Kandahar. Abbiamo anche scritto più volte lettere ufficiali di richiesta al comandante delle forze Usa ma non abbiamo mai avuto risposta.
Solo una volta, ufficiosamente, un colonnello statunitense ci ha informato che non avremmo avuto accesso a Bagram e che avremmo ricevuto una spiegazione scritta. Dai loro avvocati.

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