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La rivoluzione siriana

Ossamah Al Tawel, del Coordinamento nazionale siriano per il Cambiamento Democratico racconta la rivoluzione siriana, l'azione dei nonviolenti e le prospettive future
28 giugno 2012 - Ossamah Al Tawel (membro del direttivo europeo del CNSCD)

La primavera siriana è la rivoluzione più importante che sia scoppiata forse negli ultimi due o tre secoli per l’importanza geopolitica della Siria nello scacchiere mondiale. E’ stata una rivoluzione spontanea, pacifica, repressa nel sangue dal regime, che sparava sulla folla.

Il regime fin dall’inizio ha anche cercato di spingere la gente verso una risposta violenta, specie a Daraa, mettendo armi nelle moschee ma le persone riportavano queste armi al governo. A parte il fatto che in Siria le famiglie hanno ancora una mentalità tribale e hanno quasi tutte le armi in casa. Ma la gente non ha risposto con le armi al regime, le ha rifiutate e questo vale per un paese che ha 26 religioni, è comandato da una famiglia che appartiene a una confessione minoritaria (gli alawiti), e in cui metà della popolazione vive fuori dal suo stato spesso per esilio o dissidenza (ma anche per lavoro). I giovani che manifestavano mettevano indosso lenzuola bianche: “progetto martire” perché i morti in Siria li avvolgiamo in lenzuola bianche. La gente andava consapevole a mani nude di fronte al martirio. Però col tempo, dopo aver visto tanti bambini uccisi, tante madri uccise, la gente ha iniziato a difendersi anche con le armi, specie a Homs e Idlib, è logico che accada così. Ed è scattata una risposta armata, ancora prima dei disertori. E in questa rivoluzione non c’entrano le appartenenze. I sunniti sono il 70% della popolazione, hanno una  classe borghese che ha molti interessi con il regime alawita e quindi spesso loro stessi si oppongono alla rivoluzione. Nell’esercito i soldati alawiti sparano contro i loro parenti alawiti che manifestano: gli alawiti non devono essere identificati con il regime; peraltro, gli alawiti che si oppongono al regime vengono trattati peggio di altri. E poi ci sono stati i disertori, soldati che si son rifiutati di sparare sulla gente e per questo sapevano che sarebbero andati incontro alla morte; allora alcuni di loro hanno formato dei gruppi per difendersi. I primi disertori erano alawiti di Daraa, che sono stati massacrati.

 

Si è formato il Libero Esercito Siriano (LES), che non è un vero esercito, è solo una sigla per i media. Questo esercito non è solo siriano, contiene libici, sauditi, turchi, iracheni e libanesi. Ci sono anche dei soldati francesi, come i tre arrestati nei mesi scorsi. Nella città di Homs, nei mesi scorsi sono stati contati decine di morti non siriani, che vengono soprattutto da Turchia e Libano. C’è anche Al Qaeda infiltrata nel LES, a cui si devono i vari attentati-bomba a Damasco. Il LES è comandato da un colonnello dell’aeronautica, Riyadh al-Asaad, che vive in Turchia e che è legato ai servizi segreti turchi. Ma non tutti i soldati del LES riconoscono la sua leadership. Molti soldati del LES credono in buonafede di combattere per volere del popolo siriano, non possiamo dire che siano traditori, hanno adottato questa scelta armata per la loro condizione sociale, culturale, caratteriale. Nel LES però ci sono anche milizie che non si riconoscono a vicenda e che, come è già successo, si combattono l’una contro l’altra per motivi di appartenenze etniche. In pratica, il LES in quanto tale non esiste, è una invenzione mediatica di Al Jazeera e Al Arabiya, con cui si definiscono questi 7000 soldati irregolari (7 000 e non 70 000 come vogliono fare credere quelle due emittenti televisive). A Homs nei mesi scorsi ci sono stati crimini commessi dal LES contro civili, denunciati (in ritardo) anche da Human Rights Watch. Ad aprile 2012 i morti uccisi erano circa 9000, di cui circa 3500 militari dell’esercito, questo significa che i civili uccisi dal regime erano circa 5500 perché i civili uccisi dal LES erano in numero esiguo. Ora i morti uccisi in totale sono cresciuti a circa 12 000.

 

Io faccio parte del direttivo europeo del Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico (CNSCD), una organizzazione democratica eletta democraticamente (per la prima volta in Siria) che contiene 16 partiti laici, liberali e progressisti ed è sostenuta da almeno 500 artisti ed intellettuali siriani. Noi non chiediamo la caduta del regime ma ci muoviamo in modo democratico e nonviolento per una transizione dal regime di Al-Asad a una Siria democratica. Noi denunciamo ogni azione violenta, anche dell’opposizione, così come abbiamo fatto per Homs. Non dobbiamo però dimenticare che a Homs c’erano anche i cecchini dell’esercito che sparavano dall’alto dei palazzi sui civili. In un regime come il nostro, è chiaro che le minoranze religiose, per esempio i cristiani, possano sembrare a sostegno del governo, è normale che sia così, almeno in apparenza. Hanno paura che un cambiamento possa portare a un regime più intollerante a livello religioso, per esempio per opera dei Fratelli musulmani. Ma questo regime ha acuito le divisioni tra le comunità. A Homs i servizi segreti uccidevano persone di etnie diverse di quartieri diversi, in modo da alimentare una faida, e ora alawiti e cristiani non ci sono più, a Homs. Il regime ha fatto in modo che i gruppi etnico-religiosi si armassero gli uni contro gli altri. E da tempo ormai a Homs c’è la lotta per la sopravvivenza. In altre zone di frontiera il regime ha spinto la gente a migrare e ora abbiamo migliaia di profughi in Turchia, il cui confine è disseminato di mine. Molte minoranze, come quella drusa, vogliono il cambiamento del regime. I drusi contano molto perché hanno molti posti di comando nell’esercito e per questo motivo molti drusi, che spesso abitano nel sud della Siria, sono tollerati dal regime anche quando vi si oppongono. L’unico pensiero instillato fin dalla nascita nel cittadino siriano, che gli serve come collante per non sentire la divisione in tante appartenenze, è la paura di Israele. La dittatura protegge tutti da Israele ed è alimentando questo aspetto che la dittatura è riuscita per 40 anni a mantenere il potere. E ancora oggi non sembra sul punto di cadere per mano esterna. Al-Asad non cade perché non ci sono segnali da parte della Russia e della Cina (e anche dell’Iran) in tale senso. Questi paesi sostengono anche con le armi la Siria ma l’esercito siriano è forte di suo. La Siria potrebbe essere il ponte per arrivare all’Iran per l’Occidente. Ma per ora è l’avamposto della Russia a Occidente. E per questo non può essere toccata.

 

Dal CNSCD si è l’estate scorsa staccato Burhan Ghalioun, francese, che ha fondato Il Consiglio Nazionale Siriano, il CNS. Il CNS quasi non ha nulla di siriano. Eppure i media occidentali e arabi fino a poco tempo fa quando parlavano di opposizione siriana si riferivano sempre al CNS o al LES, due organismi che non rappresentano in alcun modo il popolo siriano. Noi del CNSCD siamo la maggioranza all’interno della Siria, siamo democratici, costituiti da molti partiti e persone civili e intellettuali, e organizziamo le attività contro il regime. Burhan Ghalioun è stato vicepresidente del CNSCD all’esterno della Siria. Ci siamo riuniti ad agosto 2011 come CNSCD nel Qatar, e l’emiro ha cercato di comprarci tutti. Ha cercato di comprare anche me, che sono in quota come druso nel direttivo del CNSCD, lo ha fatto cercando di comprarsi così il sostegno dei drusi. È riuscito a comprare solo Burhan Ghalioun. Il presidente del CNSCD, Haytam Manna, ha detto all’emiro di guardare se portava scritto qualcosa sulla schiena: non essendoci nulla, gli ha consigliato di tornare quando trovasse scritto “in vendita”. Haytam Manna è un uomo integerrimo, presidente del Comitato per i diritti umani arabi. A causa del suo rifiuto verso l’emiro del Qatar, ora il CNSCD è da considerare come un nemico per Al Jazeera. Noi del CNSCD abbiamo scelto il nostro leader democraticamente, per la prima volta nella storia della Siria, e la stessa cosa volevamo fare fuori dalla Siria, a Berlino. Io stesso dovevo organizzare quella elezione, e per quell’occasione telefonai varie volte a Burhan Ghalioun per chiedergli di partecipare, per dirgli ci vediamo a Berlino. Fino all’ultimo mi disse di sì. E invece poi andò a Istanbil a fondare il CNS. Il CNS è formato per il 99% dai Fratelli musulmani, ma si è costituito all’estero e non può rappresentare la Siria. Io sono favorevole alla partecipazione dei Fratelli musulmani in ogni organo democratico, sia chiaro, anche perché se isolati rischiano di darsi al fondamentalismo. In ogni caso non è possibile che la Siria possa diventare un paese con una dittatura religiosa, perché il 50% dei sunniti sono laici. Il CNS con i Fratelli musulmani purtroppo sono stati da subito favorevoli sia all’intervento militare esterno sia ad armare il LES, hanno fondato un ufficio apposito per questo scopo. Non c’è guerra senza Egitto, non c’è pace senza Siria, recita un detto arabo, e questo spiega da solo l’importanza che ha la Siria in Medio Oriente. La Siria, che è un paese solo con il Libano, pur essendo divisi in due stati. La Siria, nel mondo arabo, è la chiave del Medio Oriente. È la bandiera dell’apertura e del progresso. Damasco e Baghdad sono considerate le due città più illuminate del mondo arabo. Ecco perché la rivoluzione siriana è la più importante, da due secoli a questa parte, tra tutte quelle avvenute sulla terra. La nostra rivoluzione, per l’importanza geopolitica della Siria, si sta svolgendo con il popolo siriano contro il suo dittatore e contro tutto il mondo, perché nessuno ci sostiene. Abbiamo il Golfo arabo (persico) cioè l’Arabia saudita e il Qatar che vogliono fare cadere il regime per instaurare una dittatura come la loro, perché hanno paura che, se in Siria vince la democrazia, la rivoluzione si estenda alla loro penisola. E toccare l’Arabia significa toccare gli interessi dell’Occidente.

 

 

Cosa può succedere ora? È difficile fare previsioni. Le possibilità sono molte. Un colpo di stato dell’esercito siriano che deponga Al-Asad e faccia una transizione. Un intervento armato dell’ONU o della NATO, ma mi sembra impossibile, tutti vogliono che Al-Asad resti al potere. Cina e Russia hanno la Siria come base avanzata in Occidente, così come Israele è la base avanzata dell’Occidente in Medio Oriente… se la Nato interviene c’è il rischio di una terza guerra mondiale perché la Russia non le permetterà di impossessarsi della Siria. Forse la possibilità più realistica è che Iran, Russia, Cina inizino a mettere in atto un processo lento di cambiamento del regime siriano. Noi siamo già stati in questi paesi per discutere di questo, per fare in modo che i loro governi ci aiutino a smontare il regime pezzo a pezzo, non a farlo crollare improvvisamente in modo armato. Il CNS dopo la conferenza di Tunisi chiamata “Amici della Siria” (ma noi l’abbiamo chiamata “Nemici della Siria” perché volevano un intervento militare esterno), è fallito e ora è diviso in mille pezzi. Oggi è solo un organismo di facciata. L’esercito siriano è molto forte, non può cadere sotto le azioni del LES, ma forse può sgretolarsi dall’interno. Di recente molti comandanti drusi ad Alsoweida si sono dissociati dall’esercito e questo mi sembra un segno di caduta del regime. Noi abbiamo invitato già da molto il regime al dialogo, ponendo tre condizioni: il rilascio dei prigionieri politici, il permesso al popolo di manifestare senza esercito, il portare in Siria i caschi verdi (cioè arabi) con armamento leggero per presidiare le zone calde delle città dove ci sono scontri armati civili. Ma il regime non ha accettato. Noi del CNSCD siamo l’opposizione nonviolenta al regime; non diciamo di essere gli unici a rappresentare la rivoluzione ma siamo un organismo pluralista, democratico e che è realmente presente in Siria. Siamo contrari ad ogni azione armata, il nostro leader Manna non accetta nessun intervento armato e per questo è considerato talvolta “traditore” dai manifestanti che vogliono essere protetti dal LES quando manifestano, perché il regime spara con i cecchini sullo folla. Abbiamo organizzato noi la missione ONU di Kofi Annan, rifiutata dal CNS, e ora speriamo ancora che la missione degli osservatori continui ma la situazione è degenerata e la sua riuscita non dipende più solo dal regime e dagli insorti armati, ormai ci sono troppi interessi stranieri sul campo.

Noi ci auguriamo che questo regime venga smantellato con una graduale transizione che preveda riforme concordate come quelle proposte da Kofi Annan, oppure con una transizione dovuta a uno sgretolamento interno del regime favorito da Russia e Cina.

Note:

Intervista a cura di Lorenzo Galbiati

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