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La Francia doveva intervenire nella guerra in Mali?

11 febbraio 2013 - Jean-Marie Muller (Filosofo e scrittore, autore del Dictionnaire de la non-violence, Le Relié Poche)
Fonte: Institut de recherche sur la Résolution Non-violente des Conflits - 27 gennaio 2013

Lo sapevamo tutti, da lunghi mesi, che gruppi armati facevano regnare il terrore tra le popolazioni civili del Nord del Mali. Volendosi adepti di un islamista estremista, queste milizie volevano imporre la sharia, ordinando molteplici divieti e non esitando a ricorrere ad amputazioni e a lapidazioni per punire i recalcitranti.

Mali: la guerra francese per l'uranio.

Il Nord del Mali è popolato da più etnie, tra cui i Tuareg, i quali, dopo l’indipendenza del Mali nel 1960, aspirano all’autonomia. Nel gennaio 2012, una ribellione è stata scatenata dal Movimento Nazionale per la liberazione dell’Azawad (MNLA), che raggruppa le tre regioni del nord del Mali (Kidal, Timbuctù e Gao). L’MNLA beneficia del ritorno al loro paese dei Tuareg, che si erano arruolati nell’esercito libico e che si ritrovano senza lavoro dalla caduta di Gheddafi. E rivengono con più armi che bagagli. In un primo momento, l’MNLA si allea con la brigata Ansar Eddine, a maggioranza tuareg, e la formazione jihadista Al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI) di cui numerosi membri provengono dall’Algeria. Anche un terzo gruppo è presente: il Movimento per l’unicità e la jihad in Africa dell’Ovest (MUJAO), il quale è uno degli attori maggiori nel traffico di droga nella regione. Dopo il colpo di Stato militare del 22 marzo 2012 che rovescia il presidente maliano, queste quattro formazioni mettono in fuga l’esercito maliano e occupano le principali città della regione. Il 6 aprile 2012, l’MNLA proclama l’indipendenza dell’Azawad, ma questa è rifiutata dall’Unione africana e dai suoi stati membri. Anche la Francia e l’Unione europea condannano questa proclamazione d’indipendenza.

Intanto, l’MNLA che disapprova le efferatezze dovute alla rigida applicazione della sharia, si trova superato dai movimenti islamisti. La rottura arriverà nel giugno 2012. Ansar Eddine controlla Timbuctù e, all’inizio del mese di luglio, i suoi membri distruggono i principali mausolei della “città dei 333 santi”, che essi considerano luoghi d’“idolatria”. Tali distruzioni provocheranno proteste nel mondo intero, ma la comunità internazionale rifiuterà d’intervenire.

Infine, il 20 dicembre 2012, il Consiglio di sicurezza dell’ONU adotta una risoluzione che domanda “agli Stati membri e alle organizzazioni regionali e internazionali di fornire alle Forze maliane un sostegno coordinato sotto forma d’aiuto, di competenze specializzate, di formazione e di rinforzo delle capacità allo scopo di ristabilire l’autorità dello Stato maliano sulla totalità del territorio nazionale”. Il Consiglio “decide di autorizzare lo spiegamento della Missione internazionale di sostegno al Mali sotto una guida Africana  (MISMA) in Mali”. Tale forza dovrà aiutare a ricostituire le capacità delle forze dell’esercito maliano per riprendere le zone del Nord controllate da gruppi estremisti. Lo spiegamento della MISMA è affidato alla Comunità Economica Degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO).

Tutto lascia pensare che affidare anche all’esercito maliano la missione di ristabilire l’autorità dello Stato sul Nord del Mali è un errore politico rilevante. La riconquista delle regioni del Nord da parte dell’esercito maliano non poteva avvenire che pagando il prezzo di una guerra di rivincita e di vendetta a spese delle popolazioni civili. Aminata Traoré, in un testo intitolato “Femmes du Mali, Disons ‘NON’ à la guerre par procuration” (“Donne del Mali, diciamo “no” alla guerra per procura”), cita questa dichiarazione dell’International Crisis Group: “Nel contesto attuale, una offensiva maliana appoggiata dalle forze della CEDEAO e/o da altre forze può provocare molte più vittime civili al Nord, aggravare l’insicurezza e le condizioni economiche e sociali in tutto il paese, radicalizzare  le comunità etniche, favorire l’espressione violenta di tutti i gruppi estremisti e, infine, trascinare tutta la regione in un conflitto multiforme senza linea di fronte nel Sahara” (www.crisisgroup.org, 18 luglio 2012). Procedendo in questo modo, la comunità internazionale non ha fatto che deresponsabilizzarsi.

Tutto sommato, la risoluzione dell’ONU che domanda la creazione della MISMA è rimasta lettera morta. La sua messa in opera non era prevista prima di ottobre 2013. Da allora, i gruppi armati estremisti – i “terroristi”, come vengono chiamati – hanno continuato a occupare il terreno. E quello che doveva accadere è arrivato. L’8 gennaio i jihadisti fanno saltare l’ultima serratura davanti alla base di Sévaré e la città di Mopti. Il 10, s’impadroniscono della città di Konna e si aprono la rotta verso Bamako. L’11 gennaio, François Hollande dichiara: “Il Mali affronta un’aggressione di elementi terroristi, che vengono dal Nord, di cui il mondo conosce ormai la brutalità e il fatalismo. (…) Ho quindi risposto, in nome della Francia, alla richiesta di aiuto del presidente del Mali, appoggiata dai paesi africani occidentali. Di conseguenza, le forze armate francesi hanno apportato questo pomeriggio il loro sostegno alle unità Maliane per lottare contro tali elementi terroristi. (…) I terroristi devono sapere che la Francia sarà sempre presente lì dove si tratta non dei suoi propri interessi fondamentali, ma dei diritti di una popolazione, quella del Mali, che vuole vivere libera e in democrazia.” I media francesi hanno approvato all’unanimità questa dichiarazione di guerra, facendo valere che non c’è “altra soluzione” per evitare il peggio e tutto lascia pensare che l’opinione pubblica li abbia seguiti. Con la forza gli attacchi aerei francesi hanno fermato l’avanzata dei gruppi armati verso il sud e la città di Bamako è stata messa in sicurezza.

Eppure, la dichiarazione di guerra di François Hollande pone diverse questioni. Parlare unilateralmente di “terroristi” per indicare i gruppi armati del Nord non può non dare adito a confusioni ingannevoli e fallaci. I Tuareg che chiedono l’autonomia dell’Arzawag e hanno affrontato l’armata maliana sono ribelli, ma non sono “terroristi”. Inoltre, le forze maliane alle quali le forze armate francesi offrono appoggio non danno alcuna garanzia circa il rispetto al quale le popolazioni civili hanno diritto.

In occasione di una conferenza stampa del 15 gennaio 2012 a Dubai, François Hollande, interrogato sulla sorte che sarà riservata ai “terroristi”, ha dichiarato: “Lei mi chiede cosa faremo dei terroristi quando li troveremo? Li distruggeremo”. Come avendo preso coscienza dell’inconvenienza di questo proposito, ha aggiunto per sfumare un po’: “Li faremo prigionieri se possibile, e faremo in modo che non possano più nuocere nell’avvenire”. Ma resta il fatto che le prime parole di risposta espresse e che gli sono venute in mente per prime sono molto significative e completamente inaccettabili. Crede veramente che sia “distruggendo i terroristi” che la Francia potrà ristabilire la pace e la democrazia nel Sahel? Certi propositi ricordano la retorica guerriera dei politici e dei militari americani estremisti in occasione del loro intervento in Afghanistan: “Dobbiamo – dicevano – uccidere il più gran numero di Talebani…”. Oggi sappiamo che questa politica omicida è un fallimento totale. I soldati occidentali lasciano un Afghanistan distrutto da anni di guerra e consegnato alla più grande corruzione. Dobbiamo imparare da questo fallimento: non c’è soluzione militare ai conflitti politici che oppongono le etnie del Sahel. Come scriveva Jean-François Bayart su Le Monde il 23 gennaio 2013, politicamente la sfida maliana è da temere: “La classe dirigente maliana si è scomposta invece di immaginare un nuovo modello di Stato-nazione che accordi al Nord una vera autonomia e un largo trasferimento di competenze, e che giunga a trovare un nuovo equilibro tra la laicità della Repubblica e l’islamizzazione crescente della società”.

Certo, la superiorità aerea letteralmente “schiacciante” delle forze armate francesi permetterà di cacciare i gruppi armati che occupano le città del Nord. Finiranno per battere in ritirata, ripiegarsi e disperdersi. Ma, malgrado le perdite incorse, non saranno distrutte e la loro potenziale nocività non sarà sradicata. C’è da temere la recrudescenza delle prese di ostaggi e degli attentati. E nelle città “liberate” chi potrà evitare i regolamenti di conti?

Chiedere alla nonviolenza di farsi valere?

In queste condizioni, che posizione deve prendere un cittadino che ha scelto la nonviolenza come forma di saggezza e come strategia? Anzitutto, mi sembra che convenga stabilire un principio: quando, su un dato territorio, in un tempo dato, tutti gli attori presenti non vogliono ricorrere che ai metodi della violenza e nessuno considera di adoperare quelli della nonviolenza, è inconcepibile chiedere alla nonviolenza di farsi valere. Non perché la nonviolenza è inconcepibile, ma perché non esiste alcun attore che la concepisca nel tempo e nel luogo specifici. Gandhi stesso ha riconosciuto che, talvolta, l’uomo, preso nello scontro di forze violente non sa evitare, per necessità, di compromettersi con la violenza. “Credo davvero, afferma, che laddove non c’è che la scelta tra la viltà e la violenza, consiglierei la violenza1”.  

Allo stato attuale delle cose, gli Stati, non disponendo dei mezzi d’azione nonviolenti e non essendo dotati che di mezzi d’azione violenti, non possono intervenire che facendo ricorso alle armi, sempre che queste siano davvero in grado di evitare il peggio. Nel qual caso, la scelta per lo Stato non è quindi tra la violenza e la nonviolenza, ma tra la viltà e la violenza. Così, quello che opta per la nonviolenza non sa valutare la necessità per lo Stato di ricorrere alla violenza riferendosi alle esigenze della filosofia politica della nonviolenza e alle possibilità offerte dalla strategia dell’azione nonviolenta, di conseguenza lo Stato sottovaluta e ignora completamente questa filosofia e la sua strategia.

A partire dall’ideologia della violenza come necessaria, legittima e onorevole che domina nelle nostre società, la violenza è la sola forza organizzata di cui lo Stato dispone. I soli attori, che sono preparati e disponibili per agire e che dispongono di reali mezzi d’azione, sono i militari. È per questo che, secondo la logica in cui lo Stato si colloca, la contro-violenza può apparire in effetti come il “male minore”, per cui l’altra possibilità è quella di non intervenire affatto e di lasciare libero corso ai fomentatori della violenza. 

Chi ha scelto l’opzione della nonviolenza, quando si tratta per lui di valutare la necessità, nella quale lo Stato può trovarsi, di intervenire facendo ricorso alle armi della violenza per tentare di evitare il peggio, non sa quindi collocarsi rispetto al riferimento etico della nonviolenza che è la propria, ma che non è quella dello Stato perché non è quella della maggioranza dei cittadini.

Egli non dovrebbe far proprio il dilemma di coscienza che lo Stato si pone.  Se lo facesse, si rinchiuderebbe in un dilemma insolubile che, in realtà, non ha ragion d'essere. Riferendosi alla problematica definita da Gandhi riguardo la scelta tra la viltà, la violenza e la nonviolenza, quello stesso  che ha scelto l’opzione della nonviolenza può pensare che, tutto sommato, è preferibile e quindi auspicabile, che quelli che “credono alla violenza” – all’occorrenza, i decisori che guidano l’azione dello Stato in nome della maggioranza dei cittadini – facciano uso delle armi per evitare il peggio, senza che si sia la coscienza sporca di contraddire la propria convinzione riguardo la nonviolenza. Ciò significa che un cittadino che fa la scelta della nonviolenza può ritenere che lo Stato che non abbia fatto tale scelta è nella necessità di ricorrere alla violenza.

Per quanto riguarda l’intervento militare della Francia in Mali, di fronte alla minaccia reale dei gruppi armati alle popolazioni civili del Sud, come negare la necessità nella quale si trovava lo Stato francese di mettere in opera attacchi aerei allo scopo di bloccare l’avanzata di tali gruppi? Non bisogna forse ritenere che il “lasciar fare” avrebbe dato una prova di viltà? Prendendo atto di questo ricorso puntuale alla violenza, non lo posso condannare. Eppure, questo male “minore” resta una male, e necessità non è sinonimo di legittimità. Non posso solidarizzare con questo male, ma come posso non esserne complice? Tutto sommato, in qualche modo, non ho anche io la mia parte di responsabilità nella impossibilità della nonviolenza e nella necessità della violenza? E posso lavarmene le mani in nome di un ideale che è impossibile da realizzare? Non sarebbe forse incorrere nel rimprovero – tutto sommato giustificato – che Péguy faceva a Kant “di avere le mani pure, ma di non avere le mani”?

La lotta contro “il” terrorismo?

Ma prendere atto di un intervento militare puntuale suscettibile di evitare il peggio, è come giustificare una guerra di terra prolungata che ha per fine quello di permettere all’esercito maliano di riconquistare l’intero territorio maliano. Poiché, se l’occupazione del Sud da parte dei gruppi armati sarebbe stato “il peggio”, nulla fa pensare che questa guerra, nel corso della quale i Maliani uccideranno altri Maliani con l’aiuto dell’esercito francese, sia il “male minore”. Il 12 gennaio 2013, François Holland dichiarava: “La Francia, in seguito alla domanda del presidente del Mali e nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite, si è impegnata per sostenere l’esercito maliano di fronte all’aggressione terrorista che minaccia tutta l’Africa occidentale. Già da ora, grazie al coraggio di nostri soldati, abbiamo fermato e abbiamo inflitto pesanti perdite ai nostri avversari. Ma la nostra missione non è finita. Vi ricordo che essa consiste nel preparare il dispiegamento di una forza d’intervento africana per permettere al Mali di ricoprire l’integrità del suo territorio, conformemente alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. (…) Nei giorni a venire, il nostro paese proseguirà il proprio intervento in Mali. Ho detto che esso durerà il tempo necessario, ma sono persuaso dell’efficacia delle nostre forze e del successo della nostra missione che stiamo portando avanti in nome della comunità internazionale”. Tale missione, come ho già sottolineato, rischia di essere impossibile. La nozione stessa di “integrità del territorio del Mali” non è appropriata. Non dimentichiamo che le frontiere del Mali sono state create artificialmente dall’antica potenza coloniale francese e che non accoglie la richiesta delle aspirazioni legittime del popolo tuareg (il quale è presente in cinque paesi: Niger, Mali, Libia, Algeria e Burkina Faso).

In questa dichiarazione del 12 gennaio, François Hollande ha ricordato che l’operazione francese in Mali non aveva altro scopo che “la lotta contro il terrorismo”. Ma qui ancora, dire “il” terrorismo è ricorrere a un elemento del linguaggio che semplifica abusivamente una realtà molto complessa che non esiste in abstracto. Tale semplificazione che assolutizza “il” terrorismo non può che generare una confusione politica che confonde la messa in opera delle strategie di resistenza. Torniamo alle parole forti e lucide di Aminata Traoré, con le quali denunciava in anticipo la guerra in Mali: “La guerra, ricordiamolo, è una violenza estrema contro le popolazioni civili, tra le quali ci sono le donne. Perché i potenti di questo mondo, che si preoccupano tanto della sorte delle donne africane non ci dicono nulla sulle poste in gioco minerarie, petrolifere e geostrategiche delle guerre. (…) Tutto è chiaro quindi. La guerra prevista in Mali s’iscrive nel prolungamento di quella in Afghanistan, da dove la Francia e gli Stati Uniti si ritirano progressivamente dopo undici anni di combattimenti e di pesanti perdite umane, materiali e finanziarie”.

Il 21 dicembre 2012, lo scrittore maliano Moussa Ag Assarid, un responsabile del MNLA, affermava: “Noi siamo contro il concetto attuale d’intervento sul territorio dell’Azawad. In questa situazione, c’è un’inversione degli obiettivi. Il Mali sa che il MNLA l’ha cacciato dall’Azawad qualche mese fa. È un elemento che il mondo sembra aver dimenticato oggi ed eppure le autorità maliane cercano di vendicarsi. Dietro l’intervento straniero per liberare il territorio dai movimenti narco-terroristi, c’è l’obiettivo molto chiaro delle autorità maliane di “eliminare le popolazioni di pelle chiara e nomadi dell’Azawad. E in ciò, tale intervento sarà un genocidio. (…) Quella prevista è una vera guerra civile. L’esercito maliano vuole vendicarsi di quelli con la pelle chiara, ossia i Tuareg e gli Arabi. Tutti quelli con la pelle chiara sono un obiettivo per questo esercito maliano ed è in questo che tale guerra sarà un genocidio” (www.jolpress.com).

Il 21 gennaio 2013 l’ONG Human Rights Watch (HRW) ha indirizzato una lettera al presidente francese sulla situazione in Mali: “Mentre la Francia capeggia le operazioni militari per respingere l’offensiva dei gruppi islamisti verso il sud del Mali, vogliamo rendervi partecipi delle nostre inquietudini in merito alle possibili conseguenze di questa operazione per i diritti umani”. L’organizzazione denuncia le atrocità commesse tanto dai gruppi islamisti, quanto dall’esercito maliano. I gruppi islamisti, afferma HRW, “hanno reclutato, addestrato e impiegato al loro interno centinaia di bambini, da quando hanno iniziato a occupare il nord del Mali nell’aprile del 2012. A dicembre e gennaio scorsi, alcuni testimoni hanno riportato di aver visitato i campi di addestramento nella regione di Gao, nei quali diverse decine di bambini erano addestrati all’uso delle armi da fuoco e subivano allenamenti fisici. In molti di questi luoghi, sono stati visti bambini che studiavano il Corano. Alcuni di questi centri di addestramento si trovavano all’interno o nelle vicinanze delle basi militari islamiste. Alcune di queste basi sono forse già state prese di mira dagli attacchi aerei francesi o potrebbero esserlo in futuro. Alcuni testimoni fidati ci hanno riportato che molti bambini soldato figuravano tra i feriti dei recenti combattimenti a Konna e probabilmente altrove”. Per quel che riguarda il sostegno dato dall’esercito maliano per riguadagnare il controllo del suo territorio nazionale, HRW denuncia gli abusi dei quali sono responsabili gli elementi dell’esercito maliano “e in particolare il leader del colpo di Stato, diventato capo della riforma della sicurezza, il capitano Sanogo. Le truppe sotto la sua autorità sono state coinvolte in esecuzioni extragiudiziarie, in casi di tortura e di sparizioni forzate e non dovrebbero essere autorizzate a commettere nuovi abusi”. La lettera dell’HRW aggiunge: “Ci sentiamo in dovere di avvertirvi che, quando l’esercito maliano riprenderà il controllo del territorio a Nord, se mai lo farà, rischiano di avere luogo rappresaglie e omicidi generalizzati tra i civili percepiti come oppositori al governo. Le tensioni etniche sono molti forti e sia le milizie pro-governamentali, sia gruppi di giovani, hanno raccolto liste di persone che sospettano abbiano sostenuto i gruppi islamisti e il MNLA e dei quali cercano di vendicarsi. Molti di questi miliziani e i loro capi ci hanno confidato che queste liste erano state date all’esercito maliano”.

HRW trasmette allora le sue raccomandazioni al presidente francese: “La Francia deve incoraggiare l’ONU a impiegare una missione forte e competente di osservatori dei diritti umani delle Nazioni Unite al fianco della forza militare internazionale e assisterla in questo compito. (…) Tramite l’Unione europea, la Francia dovrebbe chiedere l’impiego urgente di giuristi militari, che abbiano esperienza sul campo nel diritto della guerra, per consigliare e assistere l’esercito maliano e le truppe del CEDEAO e quelle del Ciad sulle regole d’impegno che fanno dei civili e della loro protezione una priorità durante le operazioni militari. Tali problematiche dovrebbero essere al centro del programma di formazione della missione europea di formazione dell’esercito maliano (EUTM Mali)”.

Il 23 gennaio la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH) ha pubblicato un comunicato nel quale si è detta “fortemente preoccupata per la moltiplicazione delle esecuzioni mommarie e altre violazioni dei diritti umani commesse dai soldati maliani nel contesto della contro-offensiva portata avanti dagli eserciti francese e maliano contro i jihadisti”. Secondo l’organizzazione, questi atti di violenza sarebbero stati commessi da alcuni elementi delle forze armate maliane nelle città di Sevaré, Mopti, Niono e altre località situate nelle zone di scontro. (www.jolpress.com)

D’altra parte, le operazioni militari francesi contro le città occupate dai gruppi islamisti hanno come effetto quello di spingere migliaia di Maliani a fuggire dai loro villaggi e a sfollare nei paesi limitrofi. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dall’11 al 23 gennaio, 5486 rifugiati sono arrivati in Mauritania, 2302 in Burkina Faso e 1578 in Niger. Ancora prima dell’intervento francese, si contavano 150000 rifugiati nella regione e 230000 sfollati all’interno del Mali. Tutto lascia pensare che questi spostamenti di popolazione continueranno tanto all’esterno quanto all’interno e si può temere una vera e propria catastrofe umanitaria.

Una forza internazionale d’interposizione

Così, tutto lascia pensare decisamente che la guerra non è la soluzione, ma il problema. Non soltanto la guerra franco-maliana non distruggerà i terroristi, ma nemmeno arginerà il terrorismo. Essa feconderà semmai il terreno in cui il terrorismo mette radici. Ciò che la situazione nel Nord del Mali richiedeva ieri e che esige oggi, non è l’invio di forze armate africane o straniere, ma l’impiego, sotto l’egida dell’ONU, di una forza di pace internazionale alla quale sarebbero affidate missioni di osservazione, d’interposizione, di protezione, di mediazione e di negoziazione presso le diverse parti in conflitto nella regione. Bisogna correre il rischio di creare un processo politico di ristabilimento della pace che procede da premesse totalmente differenti da quelle degli atti di guerra. Si tratta di riattualizzare le missioni affidate a “caschi blu” per i quali la regola è la “non utilizzazione della forza, salvo in caso di legittima difesa”. Nell’ambito di questa forza di pace, conviene includere missioni affidate a civili preparati a mettere in opera i metodi della risoluzione nonviolenta dei conflitti. La posta in gioco, ed è considerevole, è quella di creare le condizioni che permettano ai maliani di costruire uno Stato di diritto in Mali sull’insieme del suo territorio. Le Nazioni Unite sapranno darsi i mezzi per impiegare una tale forza di pace, rifiutando di cedere ancora alla tentazione di lasciare parlare le armi da guerra? Qui risiede la sfida che i popoli e le nazioni devono raccogliere. Senza dubbio la Francia, per il suo coinvolgimento in questa crisi, può e deve avere un ruolo diplomatico maggiore per esigere la creazione di questa forza di pace.

“È bellissima la Pace, insorgeva Georges Bernanos, ma le persone si chiedono quello che ci metterete dentro. La guerra è molto più facile da riempire che la pace2”. Finora, nelle diverse operazioni estere, gli Occidentali non hanno saputo riempire che la guerra, mentre la pace è restata disperatamente vuota. Dopo l’Iraq e l’Afghanistan, il Mali non farà probabilmente eccezione. Lo stesso Bernanos diceva ancora: “Per essere pronti a sperare in ciò che non inganna, bisogna prima non aspettarsi nulla da quello che inganna3”. Per poter sperare nella pace, bisognerebbe cominciare a non aspettarsi nulla di buono dalla guerra. Quando tutto è detto, non esiste una guerra giusta.

 

P.S. Non è secondario sottolineare che, in questa grande crisi internazionale, il possesso da parte della Francia dell’arma nucleare, che il presidente della Repubblica ci assicura essere il fondamento della potenza del nostro paese per assicurare la sua influenza sulla scena internazionale, non è all’occorrenza di alcuna utilità. Non serve assolutamente a niente. Proprio a niente.

Note:

1 Collected Works of Mahatma Gandhi, New Delhi, Publications Divison, Ministry of Information and Broadcasting, Government of India, 1965, Vol. 18, pp. 132-133.
2 Georges Bernanos, Les enfants humiliés, Parigi, Gallimard, 1949, p. 133.
3 Georges Bernanos, La liberté pour quoi faire?, Parigi, Gallimard, 1953, p. 249.

Tradotto da Noemi Del Vecchio per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
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