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Per la Pace occorre la Guerra

Dopo il successo del 20 marzo (qualunque cosa dicano i media con l'elmetto) una riflessione sul significato del Pacifismo.
21 marzo 2004 - Alessio Di Florio

Un Pacifista in cammino: Alex Langer. Immagine presa dal nostro server a lui dedicato
Oggi, dopo le manifestazioni del 20 marzo, qual è la caratteristica costitutiva dei movimenti? Dobbiamo definirli pacifisti, nonviolenti, rivoluzionari o antiliberisti? E questi termini cosa rappresentano a loro volta. Pacifista significa veramente essere contrari alla guerra, senza se e senza ma, anche a costo di mantenere l'attuale status quo? Nel 2004, in pieno stato di guerra permanente e totale, al quale si contrappone un terrorismo altrettanto feroce, come si è nonviolenti? E la rivoluzione, vecchio mito delle sinistre novecentesche, da Marx a Che Guevara, è ancora possibile? Come si può essere rivoluzionari? E al di là di queste definizioni, se effettivamente questo movimento globale è "la seconda superpotenza" qual è il suo "manifesto politico", il suo raggio d'azione? Sicuramente non si potrà solo manifestare all'infinito. Appare chiaro che bisogna avere caratteristiche proprie e un progetto da contrapporre alla guerra e al terrorismo. Siamo in un'era in cui la guerra è entrata prepotentemente nelle nostre vite, sconvolgendola. Diventando quasi un fatto quotidiano, non troppo dissimile da tanti altri. Fino a diventare incontrovertibile. E ad esso si contrappone un "leviatano" altrettanto brutale e criminale, il terrorismo. Terrorismo che con la sua carica di odio, disperazione e morte, sta dando vita ad una spirale criminale senza fine. Come un serpente che si morde la coda, guerra e terrorismo si alimentano a vicenda. Allora qual è il compito del pacifista? Quale la scelta per il nonviolento? Quale la modalità per la rivoluzione, se ancora possibile?
Ho volutamente separato le tre nozioni di pacifista, nonviolento e rivoluzionario. Figure che la dialettica politica corrente considera diverse. Identificando nel pacifista colui che dice semplicemente NO ALLA GUERRA. Andando a rappresentare un'aspettativa utopica, ma probabilmente irrealizzabile, di vedere semplicemente cessare le guerre. Mentre il nonviolento, che non sarebbe poi molto meno utopico, colui che crede che si possa risolvere tutto all'acqua di rose. Con trattative a tutto campo, anche con i terroristi. Infine, la figura del rivoluzionario quando non viene identificato con il terrorista tipo FARC colombiane o BR, viene considerato un nostalgico del Che. Un comunista che non ammette che Cuba sia una dittatura e l'Unione Sovietica sia caduta. La separazione di queste tre figure fa si che nessuna delle tre sia realmente qualcosa di più di un utopia. E impedisce che diventi un progetto politico.
Per questo dovremmo fondere queste figure in una sola, per trovare la collocazione giusta in un mondo profondamente ingiusto, segnato da guerre, terrorismi e oppressioni. Dobbiamo avere la forza di "rivoluzionare la rivoluzione". Il Che, in una delle sue tanti frasi celebri, disse una volta: "Non so se io e te siamo parenti, ma se tu hai nel cuore la voglia di ribellarti ad ogni ingiustizia siamo compagni, che è molto più importanti". Questa è l'idea di rivoluzione che lui portava avanti. Senza indicare una strada precisa. Allora scelse quella della guerriglia. Noi non possiamo. Perché ci collocheremmo nella dicotomia guerra/terrorismo, in uno dei due fronti. Per questo l'unica strada realmente rivoluzionaria che abbiamo davanti è quella della Pace. Per raggiungerla abbiamo solo una scelta: una rivoluzione che ci porti a nostra volta a dichiarare una guerra. Si, proprio una guerra. Non è un controsenso. Se veramente vogliamo la Pace dobbiamo fare guerra. Una guerra fatta di tante guerre.
Guerra all'ingiustizia, ovunque e comunque. Una guerra che ci porti a batterci per i diritti umani e civili, vera frontiera di quella battaglia per la libertà che da Rosa Luxemburg al Che, non è mai finita. Una guerra contro l'attuale sistema di morte. Di morte per odio, per fame. Di morte per egoismo e profitto. Se io fra dieci minuti mi facessi prendere da un attimo di follia potrei anche uscire sotto la pioggia(peccato che oggi ci sia un sole splendente!!) nudo e farmi venire una bronchite pazzesca. Tra pochi giorni guarirei tranquillamente. Invece la stessa bronchite, se venisse ad un ugandese lo stroncherebbe seduta stante. Perché lui non ha diritto ai farmaci per curarsi. Se io volessi potrei tranquillamente scendere nel supermarket sotto casa e acquistare cibo per cento euro. Poi tornare a casa e buttarlo. Domani potrei sostenere la stessa spesa. E non morirei di fame. In Africa e in India con 200 euro ci vivono per quasi un anno. E muoiono di fame. Queste sono solo alcune delle tante ingiustizie di questo mondo. Contro queste ingiustizie l'unica strada possibile e fare loro guerra. Una guerra totale, partendo proprio dal lottare contro le istituzioni di morte che oggi costruiscono le guerre. Guerre per i loro profitti, guerre per le quali devono spendere centinaia di miliardi di dollari. Miliardi di dollari che se non fossero spesi in armi e finissero nelle casseforti dei "mercanti di morte" potrebbero essere usate per ospedali, cibo, infrastrutture, scuole. Per sradicare l'ingiustizia così tanto radicata nel mondo.
Alla guerra e al terrore dell'odio dobbiamo rispondere con una lotta altrettanto radicale e decisa. Una guerra appunto. Ma che abbia come primo obiettivo proprio la guerra. E qui l'unico orizzonte possibile è la nonviolenza. Per questo il pacifismo non può essere un NO ALLA GUERRA, ma deve essere un'alternativa "di guerra". Alternativa che si estrinseca solo nella nonviolenza. In queste settimane si è discusso molto di ritiro dall'Iraq. Si è discusso molto tra coloro che sostengono la permanenza in Iraq, perché altrimenti "sarebbe il caos", e chi invece vuole il ritiro immediato, o a breve. Ed invece, se realmente vogliamo dirci pacifisti, costruttori di pace, dovremmo dire "più uomini per l'Iraq, per l'Uganda(a chi interessa la tragedia del Paese africano?), per tutti i teatri di guerra del mondo". Le violenze di questi giorni in Kossovo non dicono affatto che intervenire fu sbagliato. Fu sbagliato il modo in cui si intervenne. Quando negli anni Novanta ci fu la campagna per sostenere l'insurrezione (appunto se vogliamo la "rivoluzione") nonviolenta del Kossovo quanti la sostennero? Era pacifista sostenerla? E quanto il mai troppo compianto ALEX LANGER, chiedeva un intervento contro Milosevic, che preparava le sue nefandezze, chi lo ascoltò? E chi ha messo in pratica la sua risoluzione per i "corpi civili di Pace"? La risposta è sempre quella: nessun governante, nessun politico!!
Per questo prima ho affermato che il pacifista, se vuole costruire la Pace, deve rivoluzionare la rivoluzione e "fare una guerra". Che può estrinsecarsi, uscendo fuor di forzature linguistiche, solo con la lotta nonviolenta. Che non può essere solo "marce del sale" o "mani alzate di fronte a episodi violenti". Deve, invece, rivoluzionare la nostra vita. E deve essere una rivoluzione totale e completa. Se vogliamo lottare contro il sistema di oppressione capitalistica mortifera siamo pronti a rinunciare ai nostri privilegi? Nel mondo il 20% più ricco della popolazione possiede l'80% delle ricchezze. Siamo pronti a rinunciare al di più per riequilibrare la situazione? Per ottenere questo siamo pronti ad essere realmente nonviolenti? Ovvero educarci alla sobrietà dei consumi, alla solidarietà completa. L'anno prossimo probabilmente saremo di nuovo in piazza. Sarebbe bello se ad aprire le manifestazioni fossero i poveri dei nostri Paesi, i diversamente abili. Tutte le vittime del nostro egoismo. Gandhi diceva sempre "sii il cambiamento che vuoi vedere il mondo". Per questo per avere un mondo giusto, solidale, nonviolento, appunto di Pace, di Pace vera, dobbiamo essere noi giusti, solidali, nonviolenti e pacifici. Questa dev'essere l'essenza del pacifista. Creando quella connessione con il nonviolento e il rivoluzionario che permetta di rendere il pacifismo qualcosa di più di un irrealizzabile desiderio. Per questo ho provocatoriamente scritto che "per la Pace occorre la guerra". Non per spirito bellico, ma per rendere più forte la mia idea. E in questi momenti una figura profetica e incompresa si staglia nella mia mente: quella di ALEX LANGER. Che da pacifista e nonviolento integrale non disse NO ALLA GUERRA, ma si alla Pace. Costruendola nel progetto del servizio civile di Pace. Costruendola nell'impegno quotidiano per un mondo migliore, in Pace tra gli uomini e la natura. La Terra contro la quale abbiamo scatenato una guerra da decenni, che non può far altro che ritorcersi contro di noi, che ne siamo i figli. Langer ci insegna che il Pacifismo è appunto lotta, nonviolenta ma pur sempre lotta, continua. Se un anno fa al posto di dire solo No alla Guerra, avessimo creato alternative concrete nonviolente, oggi staremmo raccontando una cronaca diversa. Ma siamo ancora in tempo. A interporci in Kossovo, in Medio Oriente, In Iraq e ovunque non c'è Pace. Il Pacifismo non deve essere mantenimento dello status quo per dire No alla Guerra, ma rivoluzione dell'attuale status quo. Che come Francesco d'Assisi ci porti a sforzi continui per creare diplomazia, come Langer per creare corpi di Pace, che in maniera nonviolenta proseguano le lotte. Significa vivere sobriamente e rispettosamente. Per creare quell'economia nonviolenta, simbolo di giustizia sociale tra poveri e ricchi. Lotta per i diritti umani e la fratellanza. Per l'affermazione dei diritti umani e civili, così che nessuno possa dire che "le bombe sono umanitarie e le guerre per la democrazia". Perché avranno di fronte un'alternativa potentissima: la Pace. Pacifismo che diverebbe leva per sradicare l'ingiustizia e distruggere la dicotomia guerra/terrorismo.

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