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Le mie ragioni contro l’intervento militare in Siria

8 settembre 2013 - Francesca Borri

Francesca Borri in Siria

Trentatré anni, primi tentativi di giornalismo con PeaceLink ed ora corrispondente per Il Fatto Quotidiano dal Medio Oriente, Francesca Borri al momento vive tra Libano e Turchia, alla frontiera con la Siria.  Fino a recente era vissuta come giornalista embedded tra i ribelli siriani per oltre un anno, sposando la loro causa – almeno fin quando, lentamente e dolorosamente, non ha cominciato a capire le strumentalizzazioni in atto.  Con un coraggio ed un rigore morale non da tutti, ci racconta questa sua resa dei conti con la realtà.

 

 

Francesca Borri
(ad Aleppo assediata)

Abbiamo iniziato a raccontare la Siria, era il febbraio 2012, perché credevamo fosse stata superata la linea rossa: le manifestazioni contro Assad venivano spianate via da proiettili e mortai. Ma gli scontri tra il regime e il neonato Esercito Libero, poco più che ragazzi in infradito e kalashnikov, sono presto precipitati: e ci siamo ritrovati di là da un’altra linea rossa, quella della guerra. Strada per strada, feroce: metro a metro. Altrettanto presto i morti hanno cominciato ad accumularsi a centinaia, a migliaia. E alle redazioni abbiamo cominciato a dire: prima di chiudere, chiamate che aggiorniamo le cifre. Poi, all’improvviso, sono comparsi i primi combattenti stranieri. E ci è sembrata un’altra linea rossa: quella della Siria ostaggio di battaglie, strategie altrui. Fino a quando non sono cominciati a pioverci addosso missili. Fino a quando non abbiamo visto il comando dell’Esercito Libero, ad Aleppo, sostituito da quello di Jabhat al-Nusra, gli islamisti legati ad al-Qaeda. Fino a quando non ci siamo imbattuti in siriani sempre più magri, gialli, stravolti dalla fame e dal tifo – mentre neppure più registravamo il conto dei morti, tanti erano quelli che nessuno recuperava dalle macerie.

L’ultima linea rossa l’avevamo archiviata un mese fa: due bambini fucilati per una frase contro l’Islam. Perché la verità è che l’unica linea rossa, in Siria, è la scia di sangue e carne dei feriti, dei loro pezzi trascinati via nella polvere: quando dopo i missili, dopo i mortai, è il turno dei cecchini che sparano sui soccorritori.

Le analisi e le opinioni sull’attacco chimico che il 21 agosto, alla periferia est di Damasco, ha asfissiato centinaia di siriani sono come sempre opposte. Che senso aveva per il regime, dicono i difensori di Assad? Dopo la conquista di Qusayr, e con l’ormai esplicito sostegno di Hezbollah, Assad era in netta ripresa: perché regalare agli Stati Uniti il pretesto per intervenire, e proprio con gli ispettori ONU a Damasco? A Damasco, tra l’altro, per indagare su un altro attacco chimico: quello vicino Aleppo del 13 marzo, per cui i maggiori indiziati, invece, sono i ribelli. Che avrebbero così deviato altrove l’attenzione internazionale. Ma nell’area colpita il regime era in difficoltà, ribattono gli oppositori di Assad. E soprattutto, come le intercettazioni confermerebbero, siamo convinti che Assad abbia un controllo ferreo della situazione, mentre per sua stessa ammissione non è vero: il regime, è noto, è da anni in via di sfaldamento. Con Bashar affiancato, assediato, da una molteplicità di centri di potere. E l’attacco chimico potrebbe dunque essere stato eseguito senza accordo con i vertici, o ordinato da vertici in competizione con Bashar – a partire da suo fratello Maher. In realtà: ma è davvero decisivo capire chi sia stato? Qualcuno ancora dubita che il regime compia crimini contro l’umanità, e i ribelli crimini di guerra? Perché c’è un’altra linea rossa che abbiamo attraversato, ormai mesi fa: quando i siriani hanno cominciato a fuggire non solo dalle aree controllate dal regime, ma anche da quelle cosiddette liberate, e in preda a un’anarchia di saccheggi, esecuzioni sommarie, sequestri, e improvvisate corti islamiche.

Cosa importa che siano armi chimiche o armi convenzionali? Oltre 100mila morti: è tempo di agire, in Siria – il padre del mio amico Fahdi, alawita, morto a Latakia per mancanza di medicine, è morto di cancro o di guerra? Solo che come era solito dire Antonio Cassese, il giurista senza cui oggi non avremmo i tribunali penali internazionali, citando Mark Twain, esiste sempre una soluzione semplice ai problemi complessi: quella sbagliata.

In tanti, in queste ore, richiamano il precedente del Kosovo. Ma l’unica analogia con quei 78 giorni di bombardamenti, era il 1999, è il veto russo, che oggi come allora blocca l’ONU e il suo Consiglio di Sicurezza. Per il resto, il contesto è radicalmente altro. La contrapposizione tra maggioranza albanese e minoranza serba era niente in confronto al groviglio di diversità, alla pluralità di attori e interessi che è la Siria: la questione di fondo, qui, è che l’opposizione è eterogenea e divisa, con gli islamisti come gruppo dominante. Quale sarebbe dunque l’obiettivo dei bombardamenti, dal momento che la ragione vera dell’inazione internazionale non è il veto russo ma l’assenza di una alternativa ad Assad? La guerra in Kosovo si è conclusa con un protettorato durato anni. E’ stata l’opposto, ha ricordato il generale Wesley Clark, all’epoca alla guida della Nato, di un’operazione shock and awe, di due giorni di bombardamenti come quelli di cui si parla. In ogni guerra, ha ricordato, bisogna avere chiari obiettivi politici, e soprattutto, essere pronti all’escalation – esattamente come in Kosovo: due giorni che sono diventati 78, fino a quando Milosevic non ha ceduto. Solo che il contesto di questa possibile escalation non è la Jugoslavia: è un Medio Oriente in cui ovunque si guardi è tutto un golpe, un drone, un’autobomba – scrivo da Ramallah, una delle città più anestetizzate, in questo momento: eppure, sono stati uccisi tre palestinesi, l’altro giorno, e in un minuto si è incendiata l’intera West Bank.

In tanti interpretano questo intervento come una difesa della credibilità dell’Occidente: l’uso di armi chimiche non può rimanere impunito. In realtà, sembra tutto molto in continuità con il nostro ruolo in Siria fino a oggi. Perché non è affatto vero, naturalmente, che siamo stati assenti: fino a oggi, la strategia è stata armare e sostenere i ribelli, ma non troppo, non fino in fondo: solo fino al punto di scalzare Assad attraverso una transizione che fosse insieme rinnovamento e stabilità – con l’accento sulla stabilità: quella stabilità che nonostante la retorica garantisce a Israele il suo confine più sicuro. Solo che non ha funzionato: perché l’opposizione si è rivelata un disastro, perché è sbarcata al-Qaeda, perché Assad ha scelto di distruggere la Siria piuttosto che capitolare. Niente di nuovo, dunque. Contrariamente alle apparenze, gli imminenti bombardamenti non sono che l’ennesimo “sì, ma anche no” che non risponde alla domanda di fondo: qual è l’alternativa ad Assad? Uno fa un milione di bambini rifugiati, gli altri i bambini li fucilano.

Quanto alla credibilità – le armi chimiche, vietate dal diritto internazionale consuetudinario, sono state escluse dalla giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Perché costituiscono una categoria unica, quella delle armi di distruzione di massa, insieme alle armi biologiche, e soprattutto nucleari – i cui padroni sono noti. E così, siamo qui a indignarci per una linea rossa che non abbiamo classificato come crimine di guerra per essere liberi di superarla noi.

E forse allora è opportuno ricordare che esistono i crimini internazionali, cioè i crimini che comportano responsabilità penale individuale, ma esiste anche la fattispecie di complicità in crimini internazionali. Per esempio, la vendita di armi a chi poi con queste armi compie crimini internazionali. Tutti reati non soggetti a prescrizione. Bisogna fare attenzione, a difendere la propria credibilità. Un giorno si potrebbe essere presi sul serio.

Note:

Fonte: Pressenza del 31.8.2013 -- http://www.pressenza.com/it/2013/08/le-mie-ragioni-lintervento-militare-siria/

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