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Gli italiani, le truppe italiane e la guerra in Iraq

Sondaggio Demos: 63 per cento per il ritiro. E il 46 per cento è pronto a scendere in piazza

Ecco l'Italia dei pacifisti. "No alla guerra, sempre". Il 63% non la ritiene giustificabile in alcuna circostanza. Solo una persona su tre - il 33% - afferma vi siano situazioni in cui la scelta bellica diventa ineluttabile.
28 maggio 2004 - FABIO BORDIGNON

Guerra e pace: una frattura ormai profonda all'interno della società italiana; rilevante dal punto di vista sociale e politico; cruciale, potenzialmente, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Una frattura determinata dalla guerra in Iraq, ma la cui portata supera, oggi, il giudizio sull'intervento: la guerra, qualsiasi guerra appare sbagliata alla maggioranza degli italiani. E le possibili conseguenze sul comportamento di voto non possono, ad oggi, essere trascurate.

Inoltre, in una fase in cui è il confronto politico a catalizzare l'attenzione, le persone riscoprono il desiderio di far sentire la propria voce, di manifestare in favore della pace. A segnalarlo sono i dati della quarta indagine dell'Osservatorio sul Capitale Sociale, curata da Demos in collaborazione con Coop, di cui presentiamo, in questa pagina, alcuni risultati.

Il "no" dell'opinione pubblica italiana all'intervento in Iraq è stato costantemente registrato, dai sondaggi, nel corso dell'ultimo anno. Una netta maggioranza della popolazione ha espresso, a più riprese, la propria opposizione verso l'iniziativa militare degli Usa e delle forze alleate.

Ma il sentimento pacifista pare estendersi, oggi, ben oltre il conflitto mediorientale; assumendo toni perentori. Agli occhi degli italiani, la guerra è sempre sbagliata: il 63% non la ritiene giustificabile in alcuna circostanza. Solo una persona su tre - il 33% - afferma vi siano situazioni in cui la scelta bellica diventa ineluttabile. Una quota residuale, poi, assume uno sguardo freddo e distaccato, giudicandola, semplicemente, un metodo "legittimo" per risolvere le tensioni tra paesi sullo scenario internazionale (3%).

Il dato generale nasconde, tuttavia, importanti distinzioni interne, che sembrano proporre, innanzitutto, una radicalizzazione delle contrapposizioni politiche. Tra gli elettori del centrosinistra è il 72% a far proprio il totale rifiuto dell'opzione militare (con una punta del 90% tra i simpatizzanti di Rifondazione). Tra gli elettori della Casa delle Libertà, per contro, lo stesso indicatore scende al 42%, mentre il 52% ritiene che l'uso delle armi rappresenti, in alcuni casi, una strada obbligata. Tale frattura appare particolarmente rilevante - almeno potenzialmente - in chiave elettorale. Lo evidenziano le posizioni di un gruppo (cospicuo) di elettori del centrodestra, nel 2001, ma oggi ancora incerti. In questa porzione di elettorato - le cui scelte saranno fondamentali il prossimo 12-13 giugno - si osservano opinioni non molto distanti da quelle del centrosinistra (ben il 60% è contrario alla guerra: sempre e comunque).

Oltre che dal punto di vista politico, i pacifisti "senza se e senza ma" si caratterizzano per un profilo ben definito anche per quanto riguarda i tratti sociali. Fanno parte di questo gruppo soprattutto le donne (69%), le persone con titolo di studio basso (68%), appartenenti alle fasce d'età estreme: raggiungono il 68-69% sia tra i giovanissimi (15-17 anni) che tra i più anziani (sopra i 65 anni).

Questo identikit si distingue, in modo sostanziale, da quello di chi, nell'ultimo anno, si è mobilitato contro il conflitto iracheno. E' circa il 32% delle persone, mediamente, ad aver preso parte, nel corso degli ultimi dodici mesi, ad iniziative in favore della pace. Tale percentuale, tuttavia, tocca i suoi valori massimi tra i più giovani e tra le persone con un elevato livello d'istruzione. Particolarmente evidente è soprattutto la relazione con l'età del rispondente: si va dal 61% dei giovanissimi al 15% degli anziani, con le altre classi a disporsi, ordinatamente, tra questi due estremi. Sembrano aver optato, invece, per un pacifismo di tipo "privato" le donne: hanno partecipato alle manifestazioni in misura leggermente inferiore agli uomini (29%, contro il 33%), ma in moltissime hanno esposto la bandiera arcobaleno al proprio balcone (40%, contro il 30% degli uomini).

L'ultimo, importante indizio fornito dal sondaggio riguarda la persistente spinta alla mobilitazione pacifista. Sebbene le manifestazioni contro la guerra, negli ultimi mesi, siano diventate meno frequenti e il dibattito si sia spostato - soprattutto nell'ultima settimana - all'interno del parlamento, rimane elevata la propensione dei cittadini a prendere parte, in prima persona, ad iniziative di natura pacifista. Circa il 46% si dice pronto a manifestare: sostanzialmente lo stesso valore osservato nel marzo 2003, a pochi giorni dai primi bombardamenti su Bagdad.

(La Repubblica 23 maggio 2004)

Note:

IL COMMENTO DI ILVO DIAMANTI

L'indagine, in primo luogo, conferma come fra gli italiani sia diffuso un atteggiamento contrario alla guerra. Non tanto e non solo alla guerra in Iraq. Ma alla guerra in sé, che circa due italiani su tre considerano inaccettabile e, peraltro, inutile. Sempre. La guerra in sé: avversata. Per principio.

Peraltro, è evidente che, mentre esprimono questo giudizio di valore, gli italiani hanno gli occhi e il cuore rivolti all'Iraq. Ma, per questo, è significativo osservare come l'opinione pubblica non abbia cambiato atteggiamento, dopo un anno dalla cacciata del regime di Saddam. Gli attentati, i rapimenti, gli scontri, le vittime, le torture che in questi mesi hanno sagomato, drammaticamente, i contorni di questa guerra (o come la si vuol chiamare) non hanno stemperato l'opposizione delle donne (delle casalinghe) e degli anziani. Componenti sociali miti, ma caparbie e determinate, nel ribadire la loro condanna della guerra. Con o senza l'Onu, non importa, dimostrano altre indagini. La "società media" non segue le distinzioni politiche e diplomatiche. Procede per semplificazioni.

Non è un'onda emotiva, ma un orientamento radicato, sedimentato, quel che si rileva nella società. Una ferita. Una frattura. Profonda. Che la "paura" contribuisce a spiegare, senza esaurirla.

Resta ampio anche il perimetro sociale del "movimento". Anche se, da qualche tempo, è "in sonno". Visto che, da un anno, le occasioni di mobilitazione sono state poche (anche se imponenti, come la manifestazione dello scorso marzo). E le stesse iniziative di protesta dimostrativa si sono rarefatte.

Tuttavia, sottolinea l'indagine di Demos, la disponibilità a scendere in piazza, per la pace, resta ampia. Coinvolge più di quattro persone su dieci. E raggiunge tassi ancor più elevati, prossimi al 60%, fra i giovanissimi e, in particolare, fra gli studenti.
Generazione critica, cresciuta alla politica attraverso la reazione alla minaccia globale. Il "movimento", allora, è "possibile", anche se non visibile, come un anno fa. E' latente, ma se scavi un poco ne indovini la consistenza.

Resiste anche il fenomeno delle bandiere arcobaleno, che avevano costituito una sorta di alternativa alla piazza, coltivata dalle donne e dai cattolici delle parrocchie. Un metodo di partecipazione "visibile", che aveva reso esplicito sul territorio, nei quartieri, il sentimento di pace di componenti tradizionalmente poco protagoniste. Oggi si sono diradate, le bandiere. E quelle che restano - ne restano ancora - appaiono sbiadite e un po' consunte. Ma è probabile che, all'occorrenza, tornerebbero a punteggiare le finestre e i balconi. Quando si impara a partecipare, a "rivelarsi", è più difficile smettere. Tornare nel grigio.

Dunque, il sentimento di pace, l'opposizione alla guerra persistono. Più impliciti. Sono i sondaggi, più delle manifestazioni, più delle bandiere, a rivelare l'orientamento dell'opinione pubblica. A farlo pesare.

Il testo integrale del commento è su http://www.repubblica.it/2004/e/sezioni/politica/iraqita6/pacidiamanti/pacidiamanti.html

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