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Conflitto Israele-Palestina (intervento del 12 maggio 2004)

Parents’ Circle: il dolore sapiente è forza per forare la barriera del conflitto

L'associazione di genitori dei due popoli, che hanno avuto familiari vittime della violenza nel conflitto Israelo-palestinese, e lavorano insieme per la pace e riconciliazione. Elementi di teoria della riconciliazione.
6 agosto 2004 - Enrico Peyretti
Fonte: Testo preparato per la Tavola Rotonda indetta dal Centro Interateneo Studi per la Pace, Aula Magna Università di Torino, 12 maggio 2004, per accogliere i rappresentanti israeliani e palestinesi del Parents’ Circle in visita a Torino. - 12 maggio 2004

Anche oggi dobbiamo dire la stessa cosa che diceva Hannah Arendt, nel 1948 (1), cioè che l’unica strada percorribile per la soluzione del conflitto arabo-ebraico era fare appello «a quegli ebrei e a quegli arabi che sono attualmente isolati a causa della loro provata fede nella cooperazione arabo-ebraica, e chiedere loro di accordarsi per una tregua. (…). Una simile tregua, o meglio un simile accordo preliminare – stipulato anche tra gruppi non accreditati - mostrerebbe agli ebrei e agli arabi che questo si può fare»..

Scrive Angela Dogliotti Marasso, studiosa e operatrice di educazione alla pace: «È ormai molto ampia anche la documentazione delle esperienze che dal basso cercano di infrangere i confini della diffidenza, dell’odio e della vendetta, impegnandosi per una pace sostenibile, fondata sul reciproco riconoscimento e su passi concreti di ricomposizione del conflitto e di riconciliazione, anche se il deteriorarsi della situazione negli ultimi tempi ha contribuito a rendere questo conflitto sempre più drammatico e tale da interpellare profondamente la comunità internazionale e le sue istituzioni» (2).

Sami Adwan palestinese e Dan Bar-On israeliano sono due ricercatori per la pace che collaborano tra loro da vari anni (hanno per questo ricevuto anche il premio Langer nel 2001) e hanno insieme elaborato una metodologia di lavoro per affrontare le ferite profonde provocate dai conflitti cosiddetti “intrattabili”, attraverso il racconto di storie di vita fatte in gruppi misti, in particolari condizioni. Essi indicano nel lavoro di TRT (To Reflect and Trust), “working through”, il faticoso processo di elaborazione di un trauma, processo che ha il suo cardine nell’attraversare il conflitto e nel saper gestire la sofferenza che accompagna il trauma subito. Perché sia possibile la riconciliazione è necessario infatti passare attraverso il dolore e il dramma degli eventi passati e i gruppi di incontro tra persone appartenenti a parti avverse possono essere uno strumento per raggiungere questo scopo, insieme ad atti simbolici di pubblico riconoscimento e riconciliazione (3).

Il gruppo Parents’ Circle è una eminente esperienza di questo tipo, all’interno di un conflitto che studiosi come Galtung e Patfoort definirebbero appunto tecnicamente “intrattabile”. Le famiglie di questo gruppo sono accomunate, attraversando la barriera del conflitto, dal diritto alla pace e alla vita che viene in loro rafforzato dal dolore della perdita di un familiare. Queste famiglie hanno preso coscienza della loro condizione oggettivamente uguale, trasformandola in atteggiamento attivo di ascolto, dialogo, iniziativa sul conflitto stesso che le ha coinvolte, colpite, ferite. Esse elaborano, trasformano, “trattano” un conflitto che si presenta inizialmente come “intrattabile” per il grado di tensione e per l’opposizione delle memorie. Queste famiglie non accettano e non si rassegnano alla “intrattabilità”, alla insolubilità del conflitto.

L’esperienza di Parents’ Circle richiama Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese, esempio tra i più alti di «resistenza esistenziale», della quale è stato detto: «Nessuna vittima, nel Novecento, era riuscita a trasformare così il dolore in forza, il comprensibile odio in indignazione e persino in compassione» (4).

Gli studiosi della trasformazione costruttiva del conflitto indicano l’importanza della “terza parte esterna” ai contendenti e del ruolo che questa può svolgere. Queste famiglie israeliane e palestinesi sono una “terza parte interna” ai loro due popoli in conflitto politico. Il loro ruolo appare dunque di singolare significato simbolico e potenzialmente produttivo (5).

Jean-Marie Muller scrive: «Una mediazione può essere avviata solo se l’uno e l’altro dei due avversari accettano di coinvolgersi volontariamente in questo processo di conciliazione. (…) La mediazione non si preoccupa tanto di giudicare un fatto passato – ciò che fa l’istituzione giudiziaria – quanto di basarsi su di esso per superarlo e permettere agli avversari di ieri di inventare un avvenire libero dal peso del loro passato. (…) Il postulato più importante su cui si fonda la mediazione è che la risoluzione di un conflitto deve essere soprattutto l’opera dei protagonisti stessi» (6).

Il decano dei peace researchers mondiali, Johan Galtung, nel capitolo Interventi nel conflitto, entro la sua opera più sistematica (7), afferma che, prima della trasformazione del conflitto dialogica, per opera della mediazione esterna, è necessaria una fase di trasformazione del conflitto autonoma, in cui le parti si rendono pronte in modo autonomo. Prima del dialogo esterno, nello spazio sociale, occorre il dialogo interno, nello spazio persona. Questa è la meditazione, premessa necessaria alla mediazione (8).

Nel caso di questa associazione di famiglie colpite da lutti inflitti dal conflitto violento, il primo mediatore, attivo nel dialogo interno, nella meditazione, è il dolore sapiente, intelligente, compassionevole, che ama la vita, che non si lascia irretire in spirali di morte. Non è positivo il dolore, ma è positiva la capacità personale e culturale di non farsi opprimere dal dolore al punto da venire assoggettati all’azione e ai disegni di chi lo infligge. È grandemente positivo saper trovare nel proprio dolore la capacità di capire il dolore dell’altro. È positiva la capacità di fare scaturire dal dolore il bisogno di vita, di gioia, di pace. Una simile reazione positiva è il vero onore reso alle vittime della violenza, che le riscatta dall’offesa. Queste risorse interiori, psicologiche e spirituali, sono autentici forti fondamentali fattori della strategia di pace. La violenza calcola di dividere e dominare infliggendo dolori personali, intimi, che dovrebbero esaurire interiormente i colpiti; la spiritualità costruttiva e pacifica rovescia questo calcolo nella solidarietà aperta e sociale, che attraversa i muri e fonda una unità superiore.

Per Pat Patfoort c’è violenza, ingiustizia, quando tra due soggetti è imposta una relazione “M-m”, Maggiore-minore. Questa situazione innesca dinamiche violente, in più direzioni, a meno che non venga attivamente trasformata in una relazione “E-E”, di equi-valenza, di affermazione dell’uguale valore dei soggetti (9). Il dolore e l’offesa vorrebbero imporre una condizione insuperabile di minorità e dipendenza, di deprivazione interiore fino alla soggezione. La coscienza personale della propria dignità mai distrutta, sostanzialmente inviolabile dall’offesa, è la tutela più forte e profonda contro la diminuzione che la violenza tenta di infliggere.

Nella esperienza forte e promettente di Parents’ Circle io penso di riconoscere queste profonde dinamiche di pace. Ogni cercatore di pace sente per queste famiglie una grande lieta sperante riconoscenza.

Enrico Peyretti, 12 maggio 2004

Note:

(1) Hannah Arendt, Salvare la patria ebraica. C’è ancora tempo, in Ebraismo e modernità, Milano Unicopli, 1986, ristampato da Feltrinelli, 4ª edizione, 2001, p. 170. La citazione è di Angela Dogliotti Marasso nell’articolo Percorsi di pace in Israele-Palestina: alcune esperienze e riflessioni, nel n. 5, Nonviolenza per Gerusalemme, giugno 2004, p. 175, della rivista scientifica Quaderni Satyagraha, Il metodo nonviolento per trascendere i conflitti e costruire la pace, Edizioni Plus, Università di Pisa.
(2) Angela Dogliotti Marasso, articolo citato.
(3) Cfr ancora l’articolo citato.
(4) Nadia Neri, Un’estrema compassione. Etty Hillesum testimone e vittima del Lager, Bruno Mondadori, Milano 1999, 4ª di copertina.
(5) Emanuele Arielli, Giovanni Scotto, I conflitti. Introduzione a una teoria generale, Bruno Mondadori, Milano 1998, pp. 190-197. Una edizione ampiamente revisionata è uscita presso lo stesso editore nel 2003 col titolo Conflitti e mediazione.
(6) Jean-Marie Muller, Le principe de non-violence. Parcours philosophique, Desclée de Brouwer, Paris 1995, pp. 189, 189-190, 190). La traduzione italiana è annunciata per l'ottobre 2004 presso le edizioni Plus dell’Università di Pisa.
(7) Johan Galtung, Pace con mezzi pacifici, Esperia edizioni, Milano 2000, pp. 189-207; traduzione di Momi Zanda dall’opera originale Peace by Peaceful Means: Peace and Conflict, Development and Civilization, Sage Publications, London – Thousand Oaks – New Delhi, 1996.
(8) Joahn Galtung, op. cit., p. 196.
(9) Pat Patfoort, Costruire la nonviolenza. Per una pedagogia dei conflitti, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari) 2000. Mi avvalgo inoltre di appunti personali e di dattiloscritti che raccolgono lezioni e seminari della Patfoort.

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