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Alcuni stralci di un articolo di Christian Rocca

Cosa dice esattamente il candidato Kerry sulla guerra?

Il rivale di Bush su ogni argomento Kerry ha tre posizioni: sì, no, aspettiamo-un-po'-e-vediamo-che-succede. Lo chiamano flip flopper, uno che cambia spesso idea.
Secondo il Washington Post, "Kerry resiste alla tentazione di distinguersi da Bush con coraggiose ma irresponsabili proposte di abbandonare la missione in Iraq".
23 agosto 2004 - Redazione

John Forbes Kerry (JFK), sessantunenne senatore Democratico del Massachusetts, è un mistero. Nessuno può veramente giurare che tipo di presidente sarebbe se il 2 novembre prossimo riuscisse a battere George W. Bush e a insediarsi alla Casa Bianca. Il suo record da senatore dice tutto e il contrario di tutto.

John Kerry è contrario alla pena di morte, favorevole con juicio all'aborto e alla ricerca scientifica sulle cellule staminali, vuole aumentare la paga minima sindacale e ha sempre detto di no agli aumenti di spesa militare imposti da Ronald Reagan per sconfiggere l'impero sovietico. Ma, contemporaneamente, Kerry è anche uno dei senatori più centristi e meno ultrà di Washington, tanto da essersi guadagnato in campagna elettorale l'appellativo di "Bush light", una versione pallida di Bush, definizione coniata dal suo avversario di partito Howard Dean. Kerry, infatti, ha votato sia per il Patriot Act, la legge che la sinistra americana rumorosamente definisce liberticida, sia per il No Child Left Behind Act, la legge per far recuperare i ragazzi rimasti indietro con gli studi, sia per la guerra in Iraq, cioè per tre dei quattro pilastri della politica di Bush.

Sull'Iraq la posizione di Kerry non è lineare, anzi è confusa. E' stato uno dei pochi senatori che nel 1990/91 si oppose alla prima guerra del Golfo, e infatti i repubblicani dicono che se fosse dipeso da Kerry, Saddam non solo sarebbe ancora a Baghdad ma governerebbe anche a Kuwait City. Negli anni di Bill Clinton, però, JFK fu uno dei più audaci sostenitori dell'Iraq Liberation Act, la legge approvata dal Congresso per finanziare l'opposizione irachena, cioè Ahmed Chalabi, e che stabilì il regime change, cioè il cambio di regime, come la politica ufficiale degli Stati Uniti nei confronti di Baghdad.
L'anno scorso, con il suo voto al Senato, JFK ha autorizzato Bush a invadere l'Iraq, ma nei mesi delle primarie ha dovuto fronteggiare la stella pacifista di Howard Dean, e per farlo è stato costretto a rimodulare la sua posizione. Che è diventata questa: ho votato per la guerra, ma solo con un ampio coinvolgimento internazionale. Nel 1991 la motivazione del suo no all'intervento fu opposto: allora, secondo Kerry, Bush padre aveva pensato troppo alle alleanze internazionali e non aveva coinvolto gli americani.

Lo chiamano flip flopper, uno che cambia spesso idea. Quando ha incontrato Nader, i comici televisivi hanno fatto battute di questo tipo: "Oggi si sono visti Kerry e Nader, le due posizioni contrapposte sulla guerra sono state messe a confronto, poi ha parlato Nader".

Su ogni argomento Kerry ha tre posizioni: sì, no, aspettiamo-un-po'-e-vediamo-che-succede. Non trova mai un lato di una questione che non gli dispiaccia, dicono nel suo partito. Quando nel 1991 si oppose alla guerra del Golfo, inviò lettere con due posizioni diverse. A Wallace Carter, il 22 gennaio 1991, scrisse di condividere le sue preoccupazioni pacifiste tanto da aver votato contro la guerra, ma nove giorni dopo gli spedì un'altra lettera dicendo di sostenere inequivocabilmente l'intervento in Iraq.
JFK ha votato contro la pena di morte per i terroristi, ma ora dice di essere favorevole. Vuole cacciare gli "interessi particolari" dalla Casa Bianca, ma è il senatore che negli ultimi 15 anni ha ricevuto più finanziamenti dalle lobby.

La sindrome Vietnam

La carriera politica di John Kerry è nata nella stagione del Vietnam. In Indocina ha combattuto con onore, anche se il gruppo dei "Veterans against Kerry" lo mette in dubbio. L'eroe del Vietnam, in ogni caso, è diventato uno dei più efficaci portavoce dei "Veterani contro la guerra", un pacifista. Nel 1971 Kerry contribuì a organizzare la grande marcia pacifista di Washington nel corso della quale si tolse pubblicamente le decorazioni dalla divisa, salvo poi recuperarle e conservarle in attesa di tempi migliori, cioè questi in cui si candida alla presidenza degli Usa da eroe di guerra. Kerry è l'emblema della sinistra americana che non riesce a liberarsi dalla sindrome del Vietnam. In una famosa audizione al Senato del 1971 denunciò le torture, gli stupri e le nefandezze dei soldati americani sulla popolazione vietnamita. La gran parte dei veterani non gliel'ha mai perdonata, lui ora ammette che molte di quelle accuse si sono rivelate false. Nel 1992, quando i repubblicani attaccavano Clinton per non aver combattuto in Vietnam, Kerry disse che non c'era "alcun bisogno di dividere l'America tra chi ha fatto il militare e chi no". Ora invece lascia che i suoi accusino Bush di aver servito il paese nella Guardia Nazionale in Texas, invece che al fronte.
Il nome di Kerry è legato anche a una brutta storia, solo nelle ultime settimane ripresa dai grandi giornali. Nel 1971 Kerry era il portavoce dei Veterani contro la guerra in Vietnam, un gruppo che a poco a poco si mise a propagandare tesi maoiste e a tifare apertamente per i vietcong. A un certo punto il gruppo si riunì e decise di passare alla lotta armata e di uccidere i politici favorevoli alla guerra. Kerry era ovviamente contrario e si dimise subito dopo quella riunione, alla quale ha sempre detto di non aver partecipato. Negli ultimi mesi sono spuntati parecchi testimoni che hanno confermato la presenza di Kerry alla riunione incriminata. Ora lui dice che non ricorda più se abbia partecipato a quella riunione.

Abbasso Bush non basta

La strategia dei primi mesi di campagna elettorale è stata quella di evitare strappi o posizioni elettoralmente pericolose. Kerry ha resistito fino al mese scorso, quando le critiche degli editorialisti lo hanno convinto a dire che cosa farebbe dell'Iraq se fosse eletto presidente. "Abbasso Bush non basta, dica che cosa vuole fare", aveva scritto Fareed Zakaria su Newsweek. Così, improvvisamente, JFK è passato dal dire che "abbiamo un presidente che ha sviluppato ed esaltato una strategia di guerra unilaterale, preventiva e profondamente minacciosa per il ruolo dell'America nel mondo e per la sicurezza e il progresso della nostra società" a spiegare che non critica Bush "per aver fatto troppo, ma perché ha fatto troppo poco". Dire semplicemente che "l'Amministrazione Bush ha perseguito la più arrogante, inetta, sconsiderata e ideologica politica estera della storia moderna" è stato molto utile per fronteggiare e sconfiggere la colomba Dean, ma una volta ottenuta la nomination il tono è cambiato: "Non aspetterò la luce verde dall'estero se c'è in gioco la nostra sicurezza" e "non esiterò a ordinare azioni militari dirette". Anche unilaterali? Certo.

Kerry non è più il Kerry candidato alle primarie del Congresso che nel 1970 diceva che avrebbe voluto vedere le truppe americane in giro per il mondo "soltanto sotto il comando delle Nazioni Unite". Non è più neanche il senatore che negli anni di Clinton, a guerra fredda vinta, si batteva per ridimensionare e tagliare i fondi all'ormai inutile Cia.
Il Kerry contemporaneo spiega che per affrontare la crisi di Haiti dei mesi scorsi avrebbe mandato truppe "anche senza l'appoggio internazionale" e che lo avrebbe fatto "unilateralmente", perché la cosa più importante è difendere la democrazia. A giugno, per essere più chiaro, Kerry ha convocato tre volte i giornalisti per delineare la sua politica estera, di sicurezza e contro la diffusione delle armi di sterminio. In queste tre occasioni è sembrato molto simile a George W. Bush. Sbaglia chi pensa o spera che il suo approccio sia di radicale rottura rispetto a quello di Bush. Né il protocollo di Kyoto né la Corte penale internazionale saranno ratificati e nessun presidente accetterà mai l'idea che per la difesa americana sarà necessaria l'autorizzazione Onu. Secondo il Washington Post, "Kerry resiste alla tentazione di distinguersi da Bush con coraggiose ma irresponsabili proposte di abbandonare la missione in Iraq" e "non ha adottato la retorica quasi isterica di Al Gore". Al contrario, sull'Iraq, come sul terrorismo, come sulle armi, Kerry "ripropone le politiche di Bush". Secondo Fareed Zakaria, è Bush quello "impegnato ad attuare le proposte di Kerry". Comunque la si pensi, le proposte ormai sono indistinguibili.
JFK è un convinto internazionalista ma dice che "non possiamo lasciare che la nostra sicurezza nazionale venga decisa da quelli che, pensando al Vietnam, si oppongono automaticamente a qualsiasi intervento americano nel mondo, né la nostra agenda può essere definita da chi vede il potere americano come la principale forza del male nel mondo". Chi crede che la presidenza Kerry ballerà minuetti con l'Europa deve leggere l'autobiografia di JFK per capire che non sarà così: "Francia, Germania e Russia non hanno mai sostenuto né offerto una credibile politica per verificare che le risoluzioni Onu sull'Iraq fossero davvero adempiute. Ed è chiaro come la Francia stia flirtando con la rinascita della fantasia di De Gaulle di fare dell'Europa un contrappeso indipendente al potere americano, ovviamente guidato da Parigi. Così, per ciò che riguarda la Germania, il neopacifismo che sta dietro il suo no alla guerra contro Saddam rischia di far diventare la Nato uno strumento senza mordente, irrilevante per la sicurezza collettiva dell'Alleanza atlantica".
A Seattle JFK ha detto: "Oggi stiamo combattendo una guerra globale contro un movimento terrorista deciso a distruggerci. I terroristi di al Qaida e i killer che li emulano sono diversi da qualsiasi avversario la nostra nazione abbia mai affrontato. Da presidente il mio primo obiettivo di sicurezza sarà prevenire che i terroristi acquisiscano armi di uccisione di massa. Al Qaida è una rete con molte diramazioni, per questo dobbiamo portare la battaglia sul territorio del nemico, in ogni continente, e arruolare gli altri paesi alla nostra causa". Riconoscimento del nemico, pericolo di armi di distruzione di massa, azioni preventive, portare la battaglia nei luoghi dove si trova il nemico, queste parole sono "l'architettura di una nuova politica di sicurezza nazionale" confermata dal Documento strategico che gli advisor di Kerry hanno preparato a dicembre per contrapporre alla dottrina Bush un'alternativa del partito Democratico. Le differenze sono minime. Non c'è spazio per lo zapaterismo nel kerrysmo. Kerry non parla di ritiro delle truppe, piuttosto di inviarne di più. L'intera strategia di Kerry, specie ora che Bush ha riportato la gestione sotto l'egida dell'Onu, è riassumibile nell'espressione "me too, but better", "anch'io, ma meglio". Sull'Iraq, e contro il terrorismo, oggi Kerry dice che farebbe le stesse identiche cose di Bush, ma con più attenzione alle alleanze internazionali, insomma le farebbe "meglio". "Nonostante la retorica, Bush e Kerry sono d'accordo su molte questioni", ha scritto il Washington Post.
Kerry sarà un presidente muscolare, per lui l'America dovrà sempre essere "il supremo potere militare del mondo", una frase da far impallidire i neoconservatori. Se dipendesse da lui manderebbe un numero di truppe sufficientemente alto da vincere non soltanto la guerra, ma anche la pace. La critica alla "guerra leggera e high tech" di Donald Rumsfeld è evidente, anche se nel suo libro autobiografico, al contrario, ha scritto che sebbene Rumsfeld non sia riuscito a rivoluzionare tecnologicamente l'apparato militare "aveva ragione a sfidare la resistenza dei generali al cambiamento".
Chi la sa lunga sostiene che Kerry dovrà lottare contro l'idea che una eventuale sconfitta di Bush possa essere interpretata dai terroristi come una loro vittoria. Se gli americani pensassero questo, Kerry sarebbe spacciato. Per questo non fa altro che spiegare che la sua politica anti terrorismo "riguarda non soltanto che cosa dobbiamo fare, ma anche che cosa dobbiamo prevenire. Dobbiamo assicurarci che gli Stati fuorilegge e i terroristi non si armino con armi di sterminio". Kerry parla esplicitamente di "necessità di una forza che vada incontro alle esigenze di difesa del territorio nazionale, che colpisca le minacce prima che raggiungano le nostre coste e che prevenga l'eventualità che armi cadano nelle mani di Stati fuorilegge e terroristi". Pare Bush.

"Kerry è più falco di Bush" scrivono i pacifisti sui giornali. "Kerry se ne deve andare", denuncia la sinistra del Village Voice.

Christian Rocca
IL FOGLIO, 26 giugno 2004

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