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Molti mi hanno chiamato codardo, altri mi hanno chiamato eroe. Io credo di trovarmi nel mezzo. A chi mi ha chiamato eroe dico che non credo agli eroi, ma credo che la gente normale può fare cose straordinarie.

Ritrovando la mia Umanità

La vicenda di un militare USA che dopo aver capito cosa fosse in realtà la "liberazione" dell'Iraq, non se l'è sentita di ritornare a combattere e ha accettato di scegliere il carcere per diserzione. Terminata la sua pena, ecco la sua riflessione profonda.
20 febbraio 2005 - Camilo Mejia

Sono stato inviato in Iraq nell’Aprile del 2003 e sono tornato a casa per 2 settimane di permesso in Ottobre. Il ritorno a casa mi ha dato modo di mettere ordine nei miei pensieri e ascoltare ciò che la mia coscienza aveva da dire. La gente mi chiedeva delle mie esperienza in guerra e rispondere loro mi costringeva a tornare a tutti quegli orrori, i conflitti a fuoco, le imboscate, a quella volta in cui ho visto un giovane iracheno trascinato per le spalle in una pozza del suo stesso sangue, o un giovane innocente decapitato da una nostra mitragliatrice. Oppure quando ho visto un soldato completamente distrutto perché aveva ucciso un bambino, o un uomo anziano inginocchiato che piangeva, con le braccia alzate verso il cielo, forse per chiedere a Dio perché gli avevamo portato via il corpo ormai senza vita di suo figlio.

Ho pensato alla sofferenza di un popolo il cui paese è ridotto a delle rovine e che viene ulteriormente umiliato dai raid, i pattugliamenti e i coprifuoco di un esercito di occupazione.

E ho capito che nessuno dei motivi che ci erano stati detti sul perché eravamo in Iraq si è rivelato vero. Non c’erano armi di distruzione di massa. Non c’erano legami tra Saddam Hussein e al-Qaeda. Non stavamo aiutando il popolo iracheno e il popolo iracheno non ci voleva lì. Noi non stavamo sbarrando il passo al terrorismo, né stavamo rendendo più sicura l’America. Non riuscivo a trovare una sola buona ragione per essere stato là, per aver colpito degli uomini ed essere stato colpito.

Tornare a casa mi ha dato la lucidità che mi ha permesso di riconoscere la linea di confine tra il dovere militare e l’obbligo morale.
Ho capito che ero parte di una guerra che ritenevo immorale e criminale, una guerra di aggressione, una guerra di dominio imperiale. Ho realizzato che agire in base ai miei principi era diventato incompatibile con il mio ruolo nell’esercito, ed ho deciso che non potevo tornare in Iraq.

Deponendo le armi, ho scelto di riaffermare me stesso come essere umano. Non ho disertato dall’esercito né sono stato sleale verso gli uomini e le donne dell’esercito. Io non sono stato sleale verso il mio paese. Sono solo stato leale verso i miei principi.

Quando mi sono ritirato, pieno di paure e dubbi, non l’ho fatto solo per me stesso. L’ho fatto per il popolo iracheno, anche per quelli che hanno sparato su di me, che, semplicemente, erano dall’altra parte di un campo di battaglia in cui la guerra stessa era il solo nemico. L’ho fatto per i bambini iracheni, che sono vittime delle mine e dell’uranio impoverito. L’ho fatto per le migliaia di civili sconosciuti rimasti uccisi nella guerra. Il tempo che ho passato in prigione è un prezzo minimo rispetto a quanto hanno pagato tutti quegli iracheni e americani che hanno perso la loro vita.
Quello che ho pagato io è un prezzo minimo se paragonato a quello pagato da tutta l’Umanità per questa guerra.

Molti mi hanno chiamato codardo, altri mi hanno chiamato eroe. Io credo di trovarmi nel mezzo. A chi mi ha chiamato eroe dico che non credo agli eroi, ma credo che la gente normale può fare cose straordinarie.

A chi mi ha chiamato codardo dico che sbagliano, ma che senza saperlo hanno anche ragione. Hanno torto quando pensano che ho abbandonato la guerra per paura di essere ucciso. Certamente la paura c’era, ma c’era anche la paura di uccidere gente innocente, la paura di trovarmi in una situazione in cui sopravvivere significa uccidere, c’era la paura di perdere l’anima mentre salvavo il mio corpo, la paura di non essere più me stesso di fronte a mia figlia, alle persone che mi vogliono bene, rispetto all’uomo che ero, e all’uomo che volevo essere. Avevo paura di svegliarmi una mattina e rendermi conto che la mia umanità mi aveva abbandonato.

Affermo senza alcun orgoglio di aver fatto il mio lavoro di soldato. Ho guidato una squadra di fanteria in combattimento e non abbiamo mai fallito nel portare a termine la nostra missione. Ma quelli che mi chiamano codardo, senza saperlo hanno anche ragione. Io sono stato un codardo non per aver abbandonato la guerra, ma innanzitutto per avervi preso parte. Dire no e resistere contro questa guerra era il mio dovere morale, l'obbligo morale che mi chiamava ad un’azione di principio. Ho fallito nel rispondere al mio imperativo morale di essere umano e invece ho scelto di rispettare il mio dovere di soldato. Tutto perché avevo paura. Ero terrorizzato, non volevo mettermi contro il governo e l’esercito, avevo paura delle punizioni e dell’umiliazione. Sono andato in guerra perché in quel momento ero un codardo, e per questo mi scuso di fronte ai miei soldati per non essere il genere di leader che avrei dovuto essere.

Ma chiedo anche perdono al popolo iracheno. Agli iracheni chiedo perdono per i coprifuoco, i raid, le uccisioni. Che possano trovare nei loro cuori la forza di perdonarmi.

Uno dei motivi per cui non ho rinnegato la guerra fin dal principio è stato il fatto che avevo paura di perdere la mia libertà. Oggi, dietro le sbarre ho capito che ci sono vari generi di libertà, e che nonostante la prigionia io rimango un uomo libero sotto molti aspetti importanti. A cosa serve la libertà se abbiamo paura di seguire la nostra coscienza? A cosa serve la libertà se non riusciamo a vivere a causa delle nostre stesse azioni? Sono chiuso in prigione, ma ora più che mai mi sento unito a tutta l’umanità. Dietro queste sbarre io sono un uomo libero, perché ho dato ascolto ad un potere più alto, alla voce della mia coscienza.

Mentre ero rinchiuso in totale isolamento, mi è capitato di leggere una poesia scritta da un uomo che rifiutò il regime nazista tedesco e oppose resistenza. Per questo fu messo a morte. Il suo nome è Albrecht Hanshofer, scrisse questa poesia mentre aspettava l’esecuzione:

Colpa

Il peso della mia colpa davanti alla legge
è leggero sulle mie spalle; complottare
e cospirare era il mio dovere verso il popolo;
non l’avessi fatto sarei stato un criminale.

Sono colpevole, ma non come tu credi,
avrei dovuto compiere il mio dovere prima, ho sbagliato,
avrei dovuto chiamare il male per nome più chiaramente
ho esitato a condannarlo per troppo tempo.

Ora mi accuso dentro al mio cuore:
ho tradito la mia coscienza troppo a lungo
ho ingannato me stesso e il mio prossimo.

Conoscevo il corso del male fin dall’inizio
il mio richiamo non è stato forte né chiaro abbastanza!
Oggi conosco la mia colpa…


A tutti quelli che se stanno ancora tranquilli, a tutti quelli che continuano a tradire la loro coscienza, a tutti quelli che non chiamano più chiaramente il male per nome, a tutti quelli di noi che ancora non stanno facendo abbastanza per dire no e resistere, dico: “venite avanti”. Dico: “liberate le vostre menti”. Liberiamo, tutti insieme, le nostre menti, rendiamo teneri i nostri cuori, diamo conforto ai feriti, deponiamo le armi e riafferando noi stessi come esseri umani poniamo fine alla guerra.

Note:

Traduzione di Paola Merciai per Peacelink

Nota originale dell'editore del sito: Camilo Mejia ha passato più di 7 anni nell’esercito e 8 mesi in Iraq a combattere. In permesso, lontano dalla guerra ha fatto domanda per lo status di Obiettore di Coscienza ed è stato dichiarato Prigioniero di Coscienza da Amnesty International. E’ stato condannato per diserzione dall’esercito americano per essersi rifiutato di ritornare alla guerra in Iraq ed è stato imprigionato. Mejia è stato liberato dalla prigione il 15 Febbraio.

Ulteriori link:
http://esteri.rifondazione.co.uk/Notizie04/NM0541.htm
http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_5224.html

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