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Indagine sullo sviluppo economico.

L'economia di Gaza.

Si può davvero chiamare "economia" un sistema socio-territoriale dove quasi l'80% delle famiglie vive in povertà, e non ci sono speranze di miglioramento?
17 novembre 2006 - Sara Roy
Fonte: Counterpunch e www.zmag.org - 04 ottobre 2006

In uno dei molti rapporti e resoconti sulla vita economica della Striscia di Gaza che ho avuto modo di leggere recentemente, sono stata colpita dalla descrizione di un vecchio sulla spiaggia che gettava le sue arance in mare. Il racconto mi ha fatto sobbalzare perché era la medesima scena a cui avevo assistito di persona 21 anni fa durante la mia prima visita a quel territorio. Era l’estate del 1985 ed ero guidata in un giro a Gaza da un’amica di nome Alya. Mentre percorrevamo in macchina la strada litoranea vidi un vecchio palestinese sulla riva con alcune cassette di arance vicine. Ero perplessa e chiesi a Alya di fermare l’auto. Il palestinese prendeva le arance una per una e le gettava nell’acqua. Il suo non era un gesto giocoso, ma di dolore e tristezza. I movimenti erano lenti ed elaborati, come se il peso di ciascun frutto fosse più di quanto lui potesse sopportare. Chiesi alla mia amica cosa stava facendo, e lei mi spiegò che il vecchio, non potendo esportare le arance in Israele, anziché guardarle marcire nel frutteto aveva scelto di buttarle in mare. Non ho mai dimenticato quella scena e l’effetto che ha avuto su di me.

Politica ed Economia

Oltre vent’anni più tardi, dopo accordi di pace, protocolli economici, road map e separazioni, gli abitanti di Gaza stanno ancora buttando in mare le proprie arance. E Gaza non è più il posto dove sono andata tanto tempo fa, ma un luogo molto peggiore e pericoloso. Un anno dopo il “ritiro” di Israele del 2005 dalla Striscia, salutato dal Presidente Bush come una grande occasione perché “il popolo palestinese possa costruire un’economia moderna che sollevi milioni di persone dalla povertà [e] crei le strutture e l’abitudine alla libertà”[1], secondo Thomas Friedman una “Dubai sul Mediterraneo”[2], Gaza sta subendo un grave e debilitante declino economico, verso livelli di povertà senza precedenti, disoccupazione, caduta degli scambi, deterioramento dei servizi sociali specie per quanto riguarda salute e istruzione.

L’ottimismo che circondava il ritiro ha trovato un riflesso anche nel piano dell’Autorità di rinnovo dell’economia noto come Strategia di Sviluppo Economico della Striscia di Gaza, pubblicato subito dopo la conclusione del ritiro.[3] Questo piano, una serie di obiettivi più che un programma di sviluppo, aveva fra i primi punti “raggiungimento di stabilità, contiguità e controllo sul suolo per sostenere l’economia palestinese” e “adozione di politiche economiche efficaci per consentire che la ripresa dell’economia palestinese persegua uno sviluppo equilibrato”[4].

Non c’è bisogno di dire, che l’Autorità non è stata in grado di realizzare i propri obiettivi, date le urgenze imposte. Ad ogni modo, è importante sottolineare che anche in assenza delle molte restrizioni, una pianificazione razionale come quella descritta nel documento dell’Autorità è semplicemente inutile, in un contesto in sé tanto irrazionale, caratterizzato da una crescente grave imprevedibilità, vulnerabilità e dipendenza, tutte risultanti da una continua e immodificata occupazione. Non si tratta di un problema nuovo, ma di uno vecchio che richiede un nuovo atteggiamento, che sostenga come finché il contesto politico resta immutato (o peggiorato), è precluso lo sviluppo economico, e la pianificazione debba concentrarsi su aree meno vulnerabili alle pressioni esterne (p.es. la formazione professionale, lo sviluppo istituzionale). Altrimenti, la pianificazione diventa nient’altro che un esercizio teorico sempre più astratto, che non promette alcun risultato di qualche senso. In questo contesto, l’aiuto internazionale può giocare un ruolo critico nell’aiutare le persone a sopravvivere, ma con poco o nessun impatto strutturale sull’economia.

L’impoverimento dell’economia di Gaza non è accidentale, ma deliberata, risultato delle continuate politiche restrittive di Israele (principalmente la chiusura), in particolare dall’inizio dell’attuale rivolta sei anni fa, e più di recente dall’embargo internazionale sugli aiuti imposto ai palestinesi dopo l’elezione e l’assunzione del potere del governo democraticamente eletto a guida di Hamas all’inizio di quest’anno. Comunque, basta solo guardare l’economia di Gaza, ad esempio, alla vigilia della rivolta, per capire che la devastazione non è un fatto recente. All’epoca in cui scoppiò la seconda intifada, la politica di isolamento di Israele era in vigore da sette anni, e aveva condotto a livelli di disoccupazione senza precedenti (che sarebbero presto stati superati). E pure la politica di chiusura si è dimostrata tanto distruttiva soltanto a causa di un processo trentennale di integrazione dell’economia di Gaza a Israele, che la rendeva profondamente dipendente. Di conseguenza, quando il confine fu chiuso nel 1993, non era più possibile l’autosufficienza: semplicemente non ne esistevano i mezzi. Decenni di esproprio e deindustrializzazione avevano da tempo rubato alla Palestina il suo potenziale di sviluppo, assicurando che non ne potesse emergere nessuna valida struttura economica (e dunque politica).

Le agenzie internazionali: realtà e previsioni

Secondo la Banca Mondiale, i palestinesi stanno attualmente subendo la peggiore depressione economica della storia moderna. L’oltraggiosa imposizione delle sanzioni internazionali ha avuto un impatto devastante su un’economia già gravemente compromessa, data la sua estrema dipendenza da risorse finanziarie esterne. Ad esempio, l’Autorità Palestinese dipende fortemente da due fonti di entrata. La prima sono gli aiuti annuali dei donatori occidentali con circa un miliardo di dollari a sostegno (nel 2005, secondala Banca Mondiale, i contributi sono stati di 1,3 miliardi fra umanitari e di emergenza [500 milioni / 38%], per lo sviluppo [450 milioni / 35%] e di bilancio [350 milioni / 27%]), gran parte dei quali ora sospesi. La seconda è un trasferimento mensile da Israele di 55 milioni di dollari in entrate doganali e fiscali raccolte per la AP, fonte di entrate assolutamente critica per il bilancio palestinese, completamente sospesa.[5] Di fatto, Israele ora sta trattenendo quasi mezzo milione di dollari di entrate palestinesi di cui c’è disperato bisogno a Gaza.

L’impatto complessivo delle restrizioni, soprattutto l’incessante chiusura e il proseguimento del boicottaggio economico, si è tradotto in livelli senza precedenti di disoccupazione, che attualmente a Gaza si avvicinano al 40% (contro meno del 12% nel 1999). In realtà, se non è stato consentito l’ingresso dei lavoratori palestinesi da Gaza a Israele dal 12 marzo 2006, tutti i punti di entrata e uscita principali per il mercato sono in pratica sigillati dal 25 giugno, quando è iniziata l’attuale campagna militare israeliana.[6] Inoltre, nei prossimi cinque anni sarebbero necessari altri 135.000 nuovi posti di lavoro soltanto per mantenere la disoccupazione al 10%.[7] Nello stesso modo sono stati influenzati i livelli degli scambi. Ad esempio, all’inizio del maggio 2006 il passaggio di Karni, attraverso il quale entrano a Gaza le forniture commerciali, è stato chiuso per il 47% dell’anno con perdite giornaliere stimate a 500.000-600.000 dollari.[8] A questo si sommano le perdite agricole, che ammontano a una stima di 1,2 miliardi di dollari fra Gaza e la West Bank negli ultimi sei anni.

Nell’aprile del 2006, il 79% dei nuclei familiari di Gaza viveva in povertà[9] (contro meno del 30% nel 2000), una quota probabilmente aumentata da allora; molti i casi di fame. Inoltre, a Gaza, l’aggiunta di un componente dipendente alla famiglia aumenta la probabilità di essere poveri del 3,5%. Il carico di dipendenza rilevato a Gaza è secondo soltanto a quello dell’Africa.[10] Quindi, il numero di adulti occupati in una famiglia è un forte fattore di attenuazione della povertà. Non sorprende che le persone che abitano nella Striscia di Gaza abbiano il 23% di probabilità in più di essere poveri di quanto non accada a quelle della West Bank.

Le Nazioni Unite attualmente si fanno carico dell’alimentazione di circa 830.000 dei 1.400.000 abitanti di (ovvero il 59% della popolazione totale morirebbe di fame senza aiuto ONU): di questi 100.000 si sono aggiunti da marzo di quest’anno. La United Nations Relief and Works Agency ne sostiene 610.000 (tutti rifugiati) e il World Food Program altri 220.000 (60.000 si sono aggiunti nel solo mese di settembre 2006) non-rifugiati. Quest’ultimo gruppo comprende 136.000 “poveri cronici” che in precedenza ricevevano aiuti dall’AP.[11]

A esacerbare il declino socioeconomico di Gaza c’è stato l’attacco israeliano dello scorso giugno alla centrale energetica. L’impianto, completamente distrutto, forniva il 45% dell’elettricità alla Striscia. Le cadute di tensione sono state estremamente gravi per la fornitura di assistenza ospedaliera, la distribuzione di acqua e cibi, la gestione degli scarichi e altri problemi. Recentemente, il gruppo israeliano per i diritti umani B'tselem ha dichiarato che l’attacco alla centrale costituisce un crimine di guerra secondo il diritto internazionale, dato che ha preso di mira la popolazione civile. Inoltre, dall’invasione militare israeliana della Striscia di Gaza nota come “ Operazione Pioggia d’Estate” sono stati uccisi dai militari 237 palestinesi (sui 382 dal gennaio 2006 e 2.137 dal settembre 2000, di cui la maggioranza civili) e feriti 821. I soldati israeliani hanno anche sparato almeno 260 missili aria-terra e centinaia di proiettili di artiglieria, in maggior parte verso bersagli civili, come edifici governativi o scolastici, decine di abitazioni private, sei ponti e una quantità di strade, centinaia di ettari di terreni agricoli, devastandoli.[12] [Nota: fra il 29 marzo e il 27 giugno 2006, Israele ha lanciato 112 attacchi aerei, sparato 4.251 colpi di artiglieria e cinque bordate navali uccidendo 94 abitanti di Gaza di cui 35 civili.][13]

Secondo le Nazioni Unite, nel 2007 in assenza di significativi miglioramenti nell’economia palestinese, nell’insieme essa sarà del 35% più ridotta di quanto non fosse nel 2005, precipitando ai livelli del 1991, con oltre la metà della forza lavoro disoccupata.[14] Le previsioni sono quelle recentemente rese pubbliche dall’ONU sull’impatto della riduzione degli aiuti internazionali sull’economia palestinese. Utilizzando il 2005 come base di confronto, le proiezioni assumono una riduzione del 30-50% negli aiuti (e con essa della spesa pubblica), un 50-100% di incremento nella riduzione degli scambi, un 10-20% di incremento nelle restrizioni sui flussi per lavoro verso Israele. Secondo lo scenario peggiore, del resto non improbabile, la perdita in termini di prodotto interno lordo fra il 2006 e il 2008 potrebbe raggiungere i 5,4 miliardi di dollari, ovvero superare l’intero prodotto lordo palestinese del 2005. Potrebbero andare perduti l’84% dei posti di lavoro disponibili nel 2005.[15] Anche secondo lo scenario migliore, scrive Raja Khalidi, economista della United Nations Conference on Trade and Development, “l’economia palestinese imploderebbe verso livelli mai visti da generazioni”.[16]

Il fattore popolazione

Il problema di Gaza non è soltanto di occupazione, ma demografico, e questo è vitale da comprendere. Oggi, ci sono oltre 1,4 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza: per il 2010 la cifra si avvicinerà ai due milioni. Gaza ha il tasso di natalità più elevato della regione – 5,5 6,0 figli per donna – e la popolazione cresce del 3-5% l’anno. L’80% è sotto i 50 anni, e il 50% sotto i 15 anni. La metà del territorio in cui si concentra la popolazione ha una delle densità più elevate del mondo. Nel solo campo profughi di Jabalya, ci sono 74.000 persone per chilometro quadrato, contro le 25.000 di Manhattan. Secondo gli ultimi dati elaborati dal Progetto 2010 dell’Università di Harvard, con una crescita annuale fra il 3,45% e il 3,5%, la popolazione di Gaza di 1.330.000 persone raggiungerà le 1.590.000 entro il 2010, e le 2.660.000 al 2028, raddoppiando la dimensione attuale. Inoltre al 2010 la popolazione adulta, in proporzione a quella infantile, crescerà del 24%, ponendo ulteriori pressioni sui mercati del lavoro e della casa.[17] Se cresce il numero di persone che non riescono ad accedere al lavoro e alla casa, entrambi fattori chiave di matrimonio e struttura familiare, il conseguente gap sempre più ampio fra domanda e offerta porterà a un aumento della violenza, e con esso ad una più elevata militarizzazione della società. Dunque, le tendenze per quanto riguarda la popolazione saranno uno dei fattori principali nel determinare il benessere socioeconomico, o la sua assenza, nella Striscia di Gaza. Anche nel caso di un immediato arresto nel tasso di fertilità, la popolazione giovane di Gaza è destinata a crescere per almeno una generazione (a causa delle dimensioni dei gruppi già esistenti).[18]

Il complesso di popolazione in crescita e spostamento nella composizione per età pone enormi pressioni sui servizi pubblici, specialmente istruzione e sanità. Nel caso dell’istruzione, ad esempio, la sola crescita di popolazione senza alcun miglioramento nella qualità dei servizi richiederà un’aggiunta di 1.517 e 984 aule nei prossimi quattro anni. Parallelamente, se il sistema educativo di Gaza vuole raggiungere gli attuali livelli della West Bank, necessita di almeno 7.500 insegnanti in più, e 4.700 aule aggiunte. Per quanto riguarda la sanità, se la Striscia di Gaza vuole semplicemente mantenere gli attuali livelli di accesso ai servizi fino al 2010, avrà bisogno di altri 425 medici, 520 infermieri aggiuntivi, 465 nuovi posti letto negli ospedali.[19]

Una previsione economica

Il danno conseguente – sia quello attuale che futuro – non può essere rimediato semplicemente “restituendo” territorio a Gaza, rimuovendo i 9.000 coloni israeliani, consentendo ai palestinesi libertà di movimento e il diritto di costruire fabbriche, in una Gaza più grande, ma isolata e circondata. Non è possibile affrontare i suoi molti problemi quando la popolazione in rapida crescita è costretta fisicamente entro un territorio dalle risorse limitate. La densità non è soltanto un problema di quantità di persone, ma di accesso alle risorse, specialmente al mercato del lavoro. Senza accessi esterni e il diritto di emigrare, cose che il Piano di Ritiro da Gaza e quello di riallineamento di Olmert efficacemente impediscono, la Striscia continuerà ad essere una prigione senza possibilità di sviluppare qualunque forma di attività economica. E nel 2005, la comunità internazionale (attraverso l’ Ad Hoc Liason Committee) ha concluso che il fattore più importante nel declino economico palestinese non sono le riduzioni degli aiuti, ma le restrizioni nell’accesso e negli spostamenti, e la sospensione dei trasferimenti di reddito. In definitiva, la prolungata assenza di un accordo politico (che consentirebbe un maggior movimento verso Israele e oltre), fa sì che gli aiuti internazionali possano soltanto contribuire alla sopravvivenza dei palestinesi, e nulla di più. L’urgenza del dramma di Gaza è grave, perché come scrive Raja Khalidi “Anche assumendo una totale ripresa del sostegno dei paesi donatori e il ritiro delle restrizioni alla mobilità per il 2008, le perdite di prodotto interno e di posti di lavoro continuerebbero ad accumularsi. Ciò fa pensare che il declino attuale avrà pericolosi e duraturi effetti sull’economia, che persisteranno anche se in futuro verranno attenuate le condizioni avverse”[20].

[1] The White House, Office of the Press Secretary, "President Bush Commends Israeli Prime Minister Sharon's Plan," 14 aprile 2004.

[2] Vedi la mia analisi sull’accordo per il ritiro, in Sara Roy, "A Dubai on the Mediterranean," The London Review of Books, novembre 2005.

[3] Ministry of National Economy and Ministry of Planning, Gaza Strip Economic Development Strategy, The Palestinian National Authority, settembre 2005.

[4] Ibid. v Roy, "A Dubai on the Mediterranean."

[5] Samar Assad, "Forecast for Palestinian Economic Survival," PalestineCenter Information Brief No. 135, 18 aprile 2006.

[6] United Nations, The Humanitarian Monitor-occupied Palestinian territory, n. 4, agosto 2006, p. 1.

[7] Program on Humanitarian Policy and Conflict Research, HarvardUniversity, Gaza 2010: human security needs in the Gaza Strip, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, Working Paper n. 1, maggio 2006, Cambridge, MA, p. 18.

[8] OCHA, Situation Report: The Gaza Strip, 3 maggio 2006

[9] United Nations, The Humanitarian Monitor, p. 7.

[10] HarvardUniversity, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, p. 15.

[11] Steven Erlanger, "As Parents Go Unpaid, Gaza Children Go Hungry," The New York Times, 14 settembre 2006, p. A11.

[12] Palestinian Centre for Human Rights (PCHR), Weekly Report: A Special Issue on the 6th Anniversary of the al-Aqsa Intifada, No. 38/2006, 21-27 settembre 2006, p. 2.

[13] Palestinian National Initiative, The Forgotten People: The Despair of Gaza One Year After the 'Disengagement', 14 settembre 2006. http://www.amin.org.

[14] Raja Khalidi, "Palestinian collapse hurts all," Ha'aretz, 17 settembre 2006.

[15] Ibid.

[16] Ibid.

[17] HarvardUniversity, Population Projections for Socioeconomic Development in the Gaza Strip, pp. 13-16, 20.

[18] Ibid, p. 13

[19] Ibid, p. 21.

[20] Raja Khalidi, "Palestinian collapse hurts all."

Note:

Sara Roy è professore al Center for Middle Eastern Studies della Harvard University. La Dottoressa Roy ha lavorato nella Striscia di Gaza e nella West Bank a partire dal 1985 conducendo ricerche principalmente sullo sviluppo economico, sociale e politico della Striscia di Gaza e sugli aiuti USA nella regione. La Dottoressa Roy ha ampiamente pubblicato sul tema dell’economia palestinese, in particolare a Gaza, e documentato i suoi sviluppi negli ultimi trent’anni.

Link al testo in lingua inglese:
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=107&ItemID=11149

Traduzione a cura di Fabrizio Bottini per http://www.zmag.org/italy/index.htm
Link al testo in lingua italiana:
http://www.zmag.org/italy/roy-economiagaza.htm

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