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Intervista a Michel Warschawski

Lo scrittore e giornalista israeliano Michel Warschawski espone in questa intervista come si è vissuta negli ambienti pacifisti e di sinistra israeliani la recente carnefina di Gaza
8 marzo 2009 - Michel Warschawski (Giornalista, scrittore)
Fonte: www.rete-eco.it - 06 marzo 2008

Intervista a Michel Warschawsky
A cura di Irene Panighetti

Come hai vissuto l’ultima guerra contro Gaza?

Innanzi tutto non mi va di usare il termine guerra, non è stata una guerra, è stata una brutale aggressione contro la popolazione civile, e questo non ha niente a che fare con la guerra. Dopodiché, come l’ho vissuta… domanda interessante perché è proprio a livello di vissuto che ha fatto più male, anche se abbiamo conosciuto delle altre guerre e conflitti; la brutalità in questo caso non era un effetto collaterale, era lo scopo, e le vittime civili non erano vittime collaterali ma lo scopo, il massacro non era qualche cosa a latere di una battaglia militare bensì il fine stesso della guerra. Il giorno in cui ho sentito che 35 bambini sono morti a Gaza sono letteralmente andato fuori di testa, ero paralizzato, non potevo fare nulla. Ho preso un cachet e sono andato a dormire per un paio d’ore, e poi mi sono un poco rimesso. Mi sentivo di fronte ad una dimensione irrazionale, anche se si possono spiegare sia i motivi sia i metodi di questa aggressione, c’era qualche cosa che andava al di là. Quel giorno, dopo essermi ripreso, ho pensato ai bambini, ma non ai bambini palestinesi di Gaza bensì ai miei bambini, con questo sentimento estremamente chiaro, come un raggio di sole, che questa barbarie ha chiuso tutte le porte per un eventuale convivenza, ha convinto i nostri astanti arabi, musulmani della regione che non siamo dei vicini accettabili, che noi siamo dei barbari, dei selvaggi, e che come vicini non abbiamo posto. E’ scomparsa la possibilità di fare la pace.

Che cosa è successo qui in Israele?

C’è stato un consenso totale, eccezion fatta per qualche migliaio di attivisti, è stato un consenso totale, dall’estrema destra alla sinistra, al movimento della pace che si è del tutto allineato a questa barbarie, sia il Meretz, sia Peace Now; questo lo pagano oggi, perché sono del tutto scomparsi dall’assetto parlamentare.

Ma perché questo consenso totale?

È una domanda che mi ossessiona da un mese, ho degli elementi di risposta che però non mi soddisfano del tutto. Comunque ci sono: in primo luogo si trattava di Gaza e Gaza per gli Israeliani non è un luogo, una regione, non è una popolazione, è una entità. È una minaccia; non si parla degli abitanti di Gaza come per esempio di parla di quelli di Nablus, che magari sono detti terroristi, cattivi, ma conservano una dimensione umana. Mentre della popolazione di Gaza non si parla in termini di donne e uomini, di vecchi, di bambini, di stupidi…no, loro sono cose, Gaza è un’entità, terrorista, che bisogna distruggere con una guerra preventiva e permanente. È una minaccia, e dunque bisogna anticipare il pericolo che costituisce. Il secondo elemento che ha creato questo consenso è che Gaza è del tutto identificata a Hamas e Hamas alla minaccia dell’Islam, ancora una volta la minaccia, non un nemico. La minaccia del terrorismo, la minaccia del terrorismo islamico che è diventata la minaccia dell’Islam. Gaza uguale Hamas uguale minaccia islamica e dunque non c’è problema per gli Israeliani, nemmeno per quelli di sinistra: di fronte a tale minaccia bisogna attaccare.

Ma come è possibile che la gente sia arrivata a pensare in questi termini?

Gaza è fuori dalla dimensione umana, non sono persone, sono entità. La gente della strada non ha mai parlato in termini di Gaza in termini di umani, ma in termini di cose. Solo una volta c’è stato un momento di destabilizzazione, ed è stato quando la televisione ha mostrato le immagini di un medico di Gaza che lavora all’ospedale di Tel Aviv, che parla ebraico, e la cui famiglia è stata massacrata. C’è stato un momento di umanizzazione e gli israeliani hanno reagito, ma per un breve momento, dicendo che questo non andava bene. C’è stato un rapporto da umano a umano, ma è stato estemporaneo, una eccezione.

Come si è comportato il movimento della pace israeliano?

La maggioranza del movimento della pace era allineata alla politica del governo.

Ma cosa si intende ora con l’espressione movimento della pace israeliano?

A lungo si è usata l’immagine della bicicletta con una ruota grande e una piccola. Quella piccola rappresenta le organizzazioni solidali, i militanti, Gush Shalom, l’AIC, le associazioni di donne…che puossono mobilitare tra le 500 e le 2000 persone che è contro la guerra, contro l’occupazione e contro la colonizzazione. L’altra parte, la ruota grande, è Peace Now, la sinistra istituzionale, che poteva mobilitare centomila persone e creare una opinione pubblica in Israele. Il meccanismo che abbiamo visto dal 1982, dalla prima guerra in Libano in poi, vede la ruota piccola che mette in moto quella grande. Una volta che quella grande si muove ha le sue rivendicazioni, le sue modalità e problematiche, ma si muove e quindi abbiamo vinto, la politica del governo cambia. Ebbene, ora la ruota grande è scomparsa. È rimasta una bicicletta con una ruotina, che non so bene come faccia a stare in piedi… non c’è più una dinamica di pressione, il grande movimento è scomparso, non c’era durante la guerra in Libano di due anni fa, non c’era durante l’aggressione a Gaza. Certi residui della ruota grande sono entrati in quella piccola: ho fatto manifestazioni con dirigenti del Meretz, che però non rappresenta che se stesso.

Questo è negativo o è meglio avere più chiarezza?

No, è negativo. Quando manifestavo con quel vecchio dirigente del Meretz lui mi ha detto: non sei contento che siamo insieme finalmente? E io gli ho risposto che ero contento ma anche triste, perché non c’era più un movimento, non è che la ruota grande è entrata in quella piccola che cresciuta…no, è scomparsa, è implosa.

Le ultime elezioni in Israele dimostrano tutto ciò?

Non c’è più una sinistra in Israele, non è una crisi congiunturale, di alti e bassi, è la conferma della scomparsa, e sarà per molto tempo, della sinistra, non certo dei militanti radicali, della ruota piccola, ma della sinistra di massa. Il movimento della pace è affondato.

E ora che prospettive di pace ci sono?

Nessuna. Per tanto tempo resteremo in un processo di ristrutturazione politica, ideologica. Ci vorranno anni per ricostruire una sinistra che non sarà più come la sinistra di un tempo, che voleva un Israele più sano.

Nel tuo ultimo libro, Programmare il disastro, scrivi: « Spesso le guerre sono uno dei mezzi migliori per verificare lo stato di un Paese o di una società. […] la seconda guerra del Libano, nel corso dell’estate 2006, non fa eccezione alla regola: rivela le debolezze strutturali dello stato ebraico alla svolta del terzo millennio e la necessità di cambiamento profondo per ritrovare il posto politico e il ruolo militare che Israele rivendica”. E la guerra di Gaza? In che stato ha lasciato Israele?

Nel disastro. Ho scritto programmare il disastro, anche se non ho scelto io questo titolo, ma d’un tratto è stato premonitore. Ha annunciato la guerra in Libano, la disumanizzazione, la barbarizzazione di Israele. Nell’ultima aggressione contro Gaza è stato davvero: “o tu o io”, “tu o lui” e oggi Israele può fare un vero e proprio massacro a Gaza, ma se si entra in guerra totale è Israele che scompare, non certo il mondo arabo. Non è un miliardo di musulmani che scomparirà ma 7 milioni di pazzi, pazzi furiosi. Bisogna dirlo, sette milioni di pazzi furiosi. Durante la guerra in Libano, o l’Intifada, c’erano due Israele, uno guerrafondaio, colonialista, e uno che vorrebbe qualcosa d’altro, pronto al compromesso per poter vivere in modo normale. E questo non c’è stato a Gaza, non c’è stato nessuno che ha detto: fermi, è la follia, non si potrà mai vivere normalmente se si fa questo. È come se il rigetto della normalizzazione fosse diventato il pensiero di tutti. È per questo che parlo di follia, di irrazionalità. La scomparsa del buon senso. In uno dei miei libri terminavo con la scommessa sul buon senso, perché sostenevo che in Israele da qualche parte c’era qualcuno che ne aveva abbastanza e che voleva finalmente usare la ragione. Ebbene, questo buon senso è scomparso.

Come sono i rapporti con il governo “buono” dei Palestinesi, con l’Autorità Nazionale?

Ma questo governo non rappresenta più niente. Durante il massacro di Gaza ci si aspettava che anche i più moderati come Abu Mazen dicessero: ora basta, non si può più continuare a parlare con voi, siete dei selvaggi, della gente infrequentabile. Non si poteva andare a bere il caffè con la signora Olmert, o incontrarsi come se niente fosse. E invece, purtroppo, l’Autorità Palestinese si è comportata come se niente fosse, per non parlare di quelli che invece hanno spinto per arrivare a ciò. C’è un articolo di un giornalista israeliano, un reportage terribile: lui è stato presente ad un incontro tra le autorità palestinesi e quelle israeliane per collaborare, una vera e propria sinergia nel crimine. Non dico che Abu Mazen sia andato fino a quel punto, ma c’è stata una collaborazione, una collusione, insopportabile.

E ora come giudichi gli accordi tra Fatah e Hamas?

Non so se funzionerà. Il problema è che non c’è più Fatah, ci sono 50 Fatah, anche se ci si può accordare con una corrente, ma non con gli agenti della CIA, che hanno spinto alla guerra, e che sono interni a Fatah. La polizia palestinese è stata formata dagli Americani non certo per fare la guerra per l’indipendenza, ma per fare la guerra contro Hamas. C’è un grosso problema interno ai Palestinesi, e non so se un accordo può durare quando ci sono all’interno stesso dei Palestinesi delle forze che spingono alla guerra. <

Dopo l’aggressione contro Gaza Hamas è più forte?

Ma certo, e lo riconoscono anche gli Israeliani. È stata una sconfitta totale per Israele. Dietro la violenza contro Gaza c’era il progetto di indebolire, non distruggere, Hamas, perché questo lo avevano detto in Libano e non è stata propriamente una vittoria…dunque l’obiettivo era indebolirlo ma non lo hanno fatto, hanno indebolito ancor di più Abu Mazen. Quindi politicamente è stato un fallimento, e anche militarmente, perché i razzi continuano ad essere lanciati, Hamas è intelligente, fa vedere che può continuare a farlo, nonostante tutto.

Che ne pensi della reazione degli USA e dell’Europa?

Beh, hanno sostenuto l’aggressione. L’Europa ha solo abbaiato timidamente, per gli USA…erano le ultime settimane della amministrazione Bush, che era ancora nella logica della guerra totale contro l’Islam e del risolvere i problemi mondiali con la guerra. La tempistica dell’attacco non era certo casuale: era legato all’avvento di Obama, che in Israele fa un po’ paura. Bush lo si conosce, si pensa allo stesso modo, si sa chi è. Ma ora il popolo americano e la classe dirigente hanno deciso di cambiare, di mettere alla porta i conservatori e con Obama sarà diverso, ne sono convinto: erto, Obama non è Chavez, ma è per una politica meno brutale, più negoziata, meno militare, per negoziare i conflitti. L’attacco a Gaza è stato, per usare una espressione che si è usato molto qui in diverse occasioni, un modo per marcare con il fuoco le coscienze. Si deve insegnare, e il massacro di Gaza è stato per segnare le coscienze arabe e palestinesi ma anche quelle della nuova amministrazione usa. Si è mandato a dire a Obama, attenzione, noi siamo dei pazzi, possiamo fare tutto. Non è un caso che Tzipi Livni ha usato più volte l’espressione siamo dei folli, follia, ci comporteremo senza limiti, ha mostrato che si è capaci di fare di tutto. E questo era indirizzato anche a Obama. “tu hai una nuova politica” gli si è detto “che a noi non piace ma sappi che qui c’è qualcuno che è disposto ad andare fino in fondo, e quindi ricordati di non tirare troppo la corda”.

Pensi che qualcosa può cambiare qui con Obama?

Sì ma non subito. Non si tratta di mettere in questione l’alleanza tra gli Stati Uniti e Israele, quella è una costante, di democratici e repubblicani, e lo sarà a lungo ancora, ma la politica di Obama non sarà quella della guerra permanente, cercherà di calmare le acque internazionali, di contare più sull’Europa, sulla Russia e sulla Cina. L’America non è più la sola potenza, si torna ad un mondo multipolare, la politica sarà più sottile. Per decenni gli Americani hanno creduto di potere essere i padroni del mondo. Ora è finito, e lo sanno, e non solo sanno che è finito ma anche che, giocando ad essere i padroni del mondo, si sono indeboliti, ora l’America è più debole, ha avuto delle falle nella politica della guerra permanente, Iraq, Afghanistan, Libano, non è stato un successo totale e quindi il mandato di Obama in politica estera è di riorganizzare il gioco, non di mettere in questione la loro egemonia, ma è una egemonia che ora devono negoziare, e anche le crisi ora vanno negoziate, compresa quella in Medioriente. Ora si tiene conto che l’Egitto e l’Arabia Saudita sono dei soggetti importanti per le trattative, cosa che Bush non considerava.

Quindi in questo scenario che cosa si può fare ora qui in Palestina e Israele?

La chiave è sempre stata a Washington, ma questo non vuol dire che non si possa fare nulla. L’Intifada ha imposto a Washington e Tel Aviv di ripensare la loro politica. I rapporti di forza locali hanno una loro importanza, ma da 25 anni la politica dell’OLP si indirizza agli USA, quindi anche adesso tutto si gioca là, per la possibilità che gli USA hanno di influenzare Israele. La politica palestinese si rivolgerà agli USA, cosa che con Bush non aveva senso perchè lui non voleva risolvere il problema, lui voleva la colonizzazione, ma con Obama è diverso.

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