Palestina

Doppio standard internazionale e grido d’aiuto per lo sport negato

Audizione al Comitato parlamentare italiano della delegazione palestinese, che ha denunciato la distruzione sistematica delle infrastrutture sportive e le vittime tra atleti e dirigenti
23 febbraio 2026
Redazione PeaceLink
Fonte: III Commissione - Comitato permanente sui diritti umani nel mondo - 12 febbraio 2026

Football in Gaza

Nella seduta del 12 febbraio 2026 del Comitato permanente sui diritti umani del Parlamento italiano, una delegazione del Comitato Olimpico Palestinese, accompagnata dall'Ambasciatrice di Palestina in Italia, Mona Abuamara, ha presentato un drammatico resoconto delle condizioni in cui si trova il movimento sportivo palestinese. L'audizione, parte di un'indagine conoscitiva sull'impegno dell'Italia nella promozione dei diritti umani, ha rivelato una realtà in cui lo sport non è solo un diritto negato, ma un simbolo di resistenza in un contesto di occupazione, distruzione e violazioni sistematiche dei diritti umani.

Un sistema sportivo distrutto e un popolo in lotta

La Palestina, come ha sottolineato il Presidente del Comitato Olimpico palestinese, Jibril Rajoub, vive un "genocidio in diretta streaming" che ha colpito duramente il mondo dello sport. Gli impianti sportivi a Gaza sono stati quasi completamente distrutti, con stadi e infrastrutture valutate a centinaia di milioni di dollari. Non solo: migliaia di atleti, allenatori e dirigenti sono stati uccisi o feriti, e migliaia di persone sono ancora sotto le macerie. "Lo sport non è neutrale se le nostre vite non vengono tutelate", ha dichiarato l'Ambasciatrice Abuamara, denunciando un "doppio standard" che permette a Israele di partecipare alle Olimpiadi e alle competizioni internazionali, mentre i palestinesi sono costretti a lottare per la sopravvivenza.

Valerie Tarazi, nuotatrice e componente della squadra olimpica nazionale, ha raccontato con voce tremante le storie di atleti uccisi sotto le bombe, di allenatori costretti a convincere i propri atleti di essere "umani quanto gli altri", e della distruzione della terza chiesa più antica del mondo, dove ha perso membri della sua famiglia. "Non vogliamo essere un numero, vogliamo il diritto di giocare", ha ribadito, sottolineando come lo sport, per gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, debba essere uno strumento di pace e benessere, non di sofferenza.

La "violenza strutturale" e la responsabilità internazionale

Il Presidente Rajoub ha accusato Israele di una "strategia ideologica" mirata a distruggere le infrastrutture sportive palestinesi e a cancellare l'esistenza del popolo palestinese. Ha citato l'esempio dello stadio Yarmouk, costruito decenni prima della nascita dello Stato di Israele, e il recente caso di un atleta israeliano che ha firmato un missile destinato a Gaza, mentre partecipava come portabandiera ai Giochi Olimpici di Parigi. "Israele non ha il diritto di sviluppare lo sport all'interno dei confini palestinesi", ha dichiarato, chiedendo sanzioni immediate al Comitato Olimpico e alla Federcalcio israeliani, analoghe a quelle applicate alla Russia durante l'invasione dell'Ucraina.

La questione non riguarda solo la Palestina, ma l'intera comunità internazionale. Rajoub ha ricordato che la FIFA, la UEFA e il CIO devono assumersi la responsabilità di fermare le violazioni della Carta Olimpica e degli Statuti sportivi. "Non possiamo permettere che lo sport diventi un'arma di propaganda o di distruzione", ha aggiunto, sottolineando che le squadre israeliane che competono nei territori occupati violano apertamente le norme internazionali.

Le richieste alla comunità internazionale e all'Italia

La delegazione ha chiesto un impegno concreto da parte degli organismi sportivi globali e dei governi, tra cui l'Italia. Mauro Berruto, deputato del PD-IDP, ha espresso solidarietà e ha annunciato l'intenzione di scrivere una lettera ufficiale a CIO, FIFA e UEFA per chiedere un'azione immediata. "Non possiamo permettere che lo sport diventi un'arma di propaganda o di distruzione", ha dichiarato, sottolineando che l'Italia, storica sostenitrice dello Stato di diritto, deve assumersi una leadership morale.

Anche Sara Ferrari, deputata PD-IDP, ha ricordato le testimonianze di giovani atleti palestinesi che hanno subito arresti, tortura e privazioni, denunciando un peggioramento della situazione politica in Cisgiordania, dove Israele sta avanzando con l'annessione dei territori. "I nostri atleti non sono nemici, vogliono competere, non combattere", ha concluso.

Un messaggio di speranza tra distruzione e resistenza

Nonostante il contesto devastante, la Palestina non ha perso la speranza. Dima Said, portavoce della Federazione calcistica palestinese, ha sottolineato come lo sport rimanga un "potente collante" per il popolo palestinese, un modo per restare uniti nonostante fame, fame, e assenza di infrastrutture. "Noi resistiamo, e lo sport è parte della nostra identità", ha detto, ricordando le partite segretamente seguite da famiglie a Gaza, dove non c'è acqua né elettricità, ma c'è la voglia di sognare.

La seduta si è conclusa con l'impegno del Comitato a inviare una lettera formale agli organismi sportivi internazionali, chiedendo un'azione concreta per porre fine alle violazioni. "Il nostro obiettivo è la pace e la coesistenza", ha dichiarato Rajoub, ribadendo che il popolo palestinese ha il diritto all'autodeterminazione e a vivere in uno Stato sovrano.

Un appello per la solidarietà globale

L'audizione non è stata solo un'analisi politica, ma un grido d'aiuto per la comunità internazionale. Come ha ricordato la Presidente Laura Boldrini, "gli atleti palestinesi non chiedono nulla di straordinario: solo il rispetto delle regole, il rispetto dell'umanità". In un mondo dove lo sport è spesso un simbolo di unità, la Palestina chiede che questa unità non si fermi davanti al muro dell'indifferenza.

PeaceLink invita i propri lettori a riflettere su queste testimonianze e a sostenere iniziative che promuovano la pace, la giustizia e il rispetto dei diritti umani universali. Solo attraverso la solidarietà e l'azione collettiva si può sperare in un futuro in cui lo sport non sia un lusso, ma un diritto universale.

Note: Resoconto stenografico

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