Scheda 11 – Alto Medioevo: guerre, servitù della gleba e resistenze

L'inizio del Medioevo

Sintesi dal libro "Schede per una storia della pace e dei diritti umani", Alessandro e Daniele Marescotti, 2005
17 giugno 2026
Redazione PeaceLink

Il libro affronta l’Alto Medioevo (dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente, 476 d.C., all’anno Mille) rovesciando alcuni stereotipi storici e mettendo in luce il legame tra guerre, crisi economica e forme di resistenza nonviolenta.

L’epoca buia comincia con la guerra, non con i barbari

Gli autori contestano l’idea che il “periodo oscuro” sia iniziato con il crollo dell’Impero romano d'Occidente e l’arrivo dei barbari. Anzi, il passaggio del 476 fu poco traumatico: Odoacre e Teodorico, re degli Ostrogoti, governarono con amministratori romani, promossero la cultura e la convivenza. 

Per i contemporanei, la deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre non fu percepita come l'apocalisse. Odoacre prima, e Teodorico poi, non distrussero la macchina statale romana; al contrario, la mantennero in funzione. I membri del Senato romano continuarono a rivestire le cariche tradizionali (consoli, prefetti) e la burocrazia rimase latina. Teodorico, cresciuto a Costantinopoli, promosse attivamente una politica di convivenza (civilitas) tra la minoranza gota (che deteneva il potere militare) e la maggioranza romana (proprietaria terriera e amministrativa).

La Guerra greco-gotica come vero spartiacque

Questo è il punto cardine della moderna storiografia (portata avanti da storici come Chris Wickham o Walter Pohl). La vera fine della civiltà tardoantica in Italia non fu causata dalle invasioni barbariche del V secolo, ma dal tentativo bizantino di "riconquista". I vent'anni di conflitto (535-553 d.C., con saccheggi continui da una parte e dall'altra, come i ripetuti assedi di Roma e Milano) distrussero il tessuto economico e le infrastrutture (acquedotti, vie di comunicazione).

La vera catastrofe fu pertanto la Guerra greco‑gotica tra l’imperatore bizantino Giustiniano e gli Ostrogoti, che devastò l’Italia, provocò carestie fino al cannibalismo. Il libro cita Procopio: due donne divorarono diciassette uomini. La guerra, non i “barbari”, generò il disastro civile e sociale.

Il dettaglio macroscopico del cannibalismo è storicamente verificato nelle fonti. Procopio, lo storico bizantino che seguì il generale Belisario nella campagna d'Italia, descrive scene apocalittiche di carestia nel capitolo II della sua Storia delle guerre (in particolare durante l'assedio di Auximum/Osimo e in Emilia).

L'episodio specifico si trova precisamente nel libro VI (Guerra Gotica, II, 20): Procopio racconta che nella zona di Rimini la fame era tale che due donne, rimaste sole in un casale isolato, sopravvissero accogliendo viandanti a dormire per poi ucciderli nel sonno e cibarsene. Il testo di Procopio menziona esattamente che avevano divorato diciassette uomini prima che il diciottesimo si svegliasse, scoprisse l'orrore e le uccidesse.


Dalla schiavitù alla servitù della gleba

Con la crisi, gli schiavi divennero sempre più costosi da mantenere. I grandi proprietari preferirono affidare terre a coloni (servi della gleba), vincolati alla terra ma non più considerati “attrezzi umani” come gli schiavi. Marescotti osserva che, se le condizioni di vita non migliorarono molto, sul piano giuridico il servo era una persona, non una cosa. Tuttavia, la servitù della gleba era una catena invisibile che legava l’uomo alla terra per generazioni.

Feudalesimo e sottomissione: una prassi mafiosa

Marescotti descrive il rapporto feudale come uno scambio tra protezione e sottomissione: il suddito rinunciava ai propri diritti in cambio di “vivere tranquilli”. Questa mentalità – che l’autore definisce “mafiosa” – anticipa il clientelismo e il potere dei signotti locali (come don Rodrigo nei Promessi Sposi). La violenza non era sempre esercitata fisicamente: bastava la minaccia implicita per ottenere obbedienza.

Ribellione e non collaborazione con il potere feudale

Accanto alla rassegnazione, esistevano forme di resistenza passiva e di non collaborazione: rifiuto di svolgere le corvées (lavori obbligatori), esecuzione negligente dei lavori, rallentamento della produzione. Gli autori citano Calvani e Giardina: i padroni lamentavano “l’incuria, l’inutilità, la fiacchezza e la pigrizia” dei contadini: una forma di sabotaggio nonviolento.

Occorre tuttavia fare attenzione ad applicare categorie concettuali contemporanee (mafia, pacifismo, Gandhi) a un mondo regolato da logiche mentali totalmente diverse. Tuttavia le strutture della psicologia del potere e del controllo sociale sono universali.

Se guardiamo i meccanismi antropologici e relazionali — come la sottomissione in cambio di protezione, la gestione della paura e l'uso del territorio — il parallelismo tra il sistema feudale e la prassi mafiosa è calzante.

In entrambi i sistemi, il meccanismo si basa su un paradosso: ti proteggo dal pericolo che io stesso rappresento, o che io non ho interesse a eliminare.

  • Nel feudalesimo: Il signore locale offriva protezione ai contadini dalle incursioni dei briganti o di altri signori all'interno delle mura del suo castello. In cambio, pretendeva tasse (la decima), lavoro gratuito (corvées) e sottomissione totale. Se il contadino rifiutava, il signore stesso diventava la minaccia.

  • Nella mafia: Il meccanismo del "pizzo" funziona esattamente così. La cosca offre "protezione" all'esercente contro danneggiamenti o criminalità comune nel quartiere. Se l'esercente non paga, la minaccia diventa la mafia stessa.

Entrambi i poteri si basano sulla presenza fisica e sul controllo territoriale stringente.

  • Nel feudalesimo: esisteva il potere di banno, cioè il diritto del signore di costringere gli abitanti del territorio a usare il suo mulino, il suo frantoio, il suo forno, pagando una tassa. Chi provava a macinare il grano da sé veniva punito.

  • Nella mafia: si ritrova lo stesso controllo economico totalitario. In molti territori ad alta densità mafiosa, i cantieri edili o i negozi sono obbligati a rifornirsi di cemento, materie prime o servizi di sicurezza esclusivamente dalle ditte indicate dal clan.

La violenza fisica non deve essere usata ogni giorno: il potere più efficiente è quello dell'obbedienza.

  • Nel feudalesimo: al contadino bastava vedere le forche permanentemente montate fuori dalle mura del castello o i cavalieri armati che pattugliavano i campi per sapere cosa sarebbe successo in caso di disobbedienza. L'obbedienza era interiorizzata.

  • Nella mafia: è il principio dell'intimidazione. Non c'è bisogno di minacciare esplicitamente qualcuno a parole; basta la "fama" criminale del clan per ottenere l'omertà e la sottomissione dei cittadini.

In sintesi se spogliamo i due sistemi dalle loro etichette storiche e guardiamo alla meccanica pura del potere sui corpi e sulle menti delle persone, la dinamica è identica. Dal punto di vista storico questi sistemi operano tuttavia in epoche e contesti differenti e di questo bisognate tener conto per comprendere le specificità e anche le differenze.


Aggiornamento con Peace Research & Peace History (2005 – oggi)


Dopo il 2005, la ricerca sull’Alto Medioevo e sulla resistenza nonviolenta si è arricchita di nuove prospettive archeologiche, economiche e sociali.

a) La Guerra greco‑gotica: nuove evidenze archeologiche


La tesi degli autori (la guerra, non i barbari, come vero disastro) è stata confermata e approfondita.

  • Scavi archeologici in Italia (es. a Firenze, Roma, Napoli) hanno mostrato che le città romane non crollarono improvvisamente nel V secolo, ma subirono una crisi accelerata durante la guerra greco‑gotica (535‑555). Strati di distruzione, incendi, e abbandono di interi quartieri risalgono a quel periodo, non alle invasioni del V secolo (cfr. B. Ward‑PerkinsThe Fall of Rome, 2005; G. VolpeItalia senza Roma, 2018).
  • Carestia e collasso demografico: le fonti letterarie (Procopio, La guerra gotica) sono state incrociate con dati paleobotanici e paleoclimatici. La guerra interruppe le coltivazioni, distrusse gli acquedotti, favorì epidemie. La peace research usa questo caso per studiare gli effetti indiretti della guerra (fame, malattie, spopolamento), spesso più letali dei combattimenti stessi.

b) Dalla schiavitù alla servitù della gleba: un miglioramento per la pace?


La transizione dalla schiavitù classica alla servitù della gleba è stata riletta in chiave di pace strutturale.

  • Chris Wickham (The Inheritance of Rome, 2009) mostra che la servitù della gleba, pur essendo una forma di sfruttamento, ridusse la violenza diretta sugli individui. Lo schiavo poteva essere ucciso impunemente; il servo della gleba era protetto da consuetudini e dalla Chiesa. Fu un piccolo passo verso il riconoscimento della dignità umana.
  • Tuttavia, la peace research (cfr. J. Galtung) nota che si trattò di una riduzione della violenza diretta ma non della violenza strutturale: il servo restava vincolato alla terra, senza libertà di movimento o di scelta. La “pace” del Medioevo feudale era una pace fondata sulla disuguaglianza legittimata dalla religione.

c) Feudalesimo come “sistema di violenza strutturale”

  • Studi recenti (es. T. BissonThe Crisis of the Twelfth Century, 2009) hanno ridefinito il feudalesimo come un sistema di potere coercitivo privatizzato: i signori locali avevano il monopolio della violenza legale (diritto di guerra, giustizia, prelievo fiscale). La “pace” era la sottomissione a questo potere.
  • La peace history ha analizzato le ideologie che legittimavano il feudalesimo: la religione (Dio vuole l’ordine gerarchico), l’obbedienza come virtù, la ribellione come peccato. Don Milani (citato dagli autori in altre schede) avrebbe poi contestato questa ideologia con la celebre frase “L’obbedienza non è più una virtù”.

d) Resistenze nonviolente nell’Alto Medioevo: nuovi casi di studio


Gli autori accennano a forme di resistenza passiva. La ricerca storica ha fornito altra documentazione.

  • Sabotaggio agricolo: il rallentamento del lavoro, la rottura “accidentale” degli attrezzi, la negligenza nelle corvées erano pratiche diffuse. Wickham (Framing the Early Middle Ages, 2005) le descrive come una forma di lotta di classe quotidiana: nonviolenta, efficace, difficile da reprimere.
  • Emigrazione e colonizzazione interna: molti contadini fuggivano dai domini feudali per fondare nuovi insediamenti indipendenti. Era una forma di non‑cooperazione per fuga, che sottraeva risorse ai signori.
  • Rifugio nei monasteri: i monasteri (specialmente benedettini e cistercensi) offrivano asilo a contadini in fuga. Alcuni abati difesero i diritti dei poveri contro i signori. La peace history li considera spazi di pace in un mondo violento.

Una precisazione. Sebbene sia vero che i monasteri benedettini rappresentarono isole di stabilità, ordine e talvolta asilo (l'asilo ecclesiastico era protetto dalla legge), bisogna evitare l'idealizzazione. I grandi monasteri medievali diventarono rapidamente essi stessi dei grandissimi proprietari terrieri ed economici, che esigevano corvées e decime dai contadini esattamente come i signori laici. Spesso le rivolte contadine del Basso Medioevo presero di mira proprio le abbazie. Erano "spazi di pace" rispetto alla guerra militare, ma erano pienamente integrati nel sistema di "violenza strutturale".

e) Non cooperazione e resistenza quotidiana

  • Gene Sharp (The Politics of Nonviolent Action, 1973; ristampato 2012) cita le rivolte contadine medievali come esempi di non‑cooperazione (rifiuto del lavoro, boicottaggio fiscale, diserzione dall’esercito feudale).
  • Studi recenti (es. J. ScottDomination and the Arts of Resistance, 1990; riedito 2021) parlano di “resistenza quotidiana” (everyday resistance), quelle forme invisibili di sabotaggio e non‑collaborazione che, accumulate, erodono il potere. L’Alto Medioevo offre molti esempi di questa resistenza “dal basso”.

Il concetto di "resistenza quotidiana" (everyday resistance), elaborato dall'antropologo e politologo James C. Scott, costituisce una delle chiavi interpretative più suggestive per rileggere le dinamiche sociali dell'Alto Medioevo. Quando si pensa alla resistenza contro i signori rurali, l'immaginario collettivo corre subito alle grandi rivolte contadine, alle marce con i forconi e agli assalti ai castelli. Eppure, la ricerca storica ci restituisce un quadro ben diverso: quelle sollevazioni armate erano eventi rari, disperati e, quasi invariabilmente, repressi nel sangue dalla forza militare dei cavalieri. La vera resistenza – quella che permise alle masse rurali di sopravvivere per secoli entro un sistema oppressivo – si giocava su un altro piano, fatto di gesti invisibili, silenziosi e nonviolenti, che Scott ha efficacemente sintetizzato con il termine "infrapolitica". Si trattava di una lotta di classe sotterranea, condotta da individui che non potevano permettersi il lusso di una sfida aperta al potere, ma che giorno dopo giorno ne erodevano i margini.

Nelle campagne altomedievali, questa resistenza "dal basso" assumeva forme concrete e quotidiane, a cominciare dal rapporto di lavoro imposto dal signore attraverso le corvées, ovvero le giornate di lavoro gratuito obbligatorio sulla pars dominica. Non potendo rifiutare la prestazione senza incorrere in pene severissime, i contadini affinarono un vero e proprio repertorio di micro-sabotaggi: lavorare con esasperante lentezza non appena il sovrintendente volgeva lo sguardo altrove, simulare una finta stupidità per eseguire gli ordini in modo volutamente errato e far perdere tempo prezioso, o provocare la rottura "accidentale" di un vomere dell'aratro o di una ruota del carro. In quest'ultimo caso, il tempo speso per le riparazioni si traduceva in ore di lavoro sottratte al signore e in un momentaneo sollievo per i servi, configurando una forma ante-litteram di sciopero bianco.

Parallelamente al sabotaggio materiale, si sviluppava una raffinata "guerriglia contabile" finalizzata all'occultamento delle risorse. I signori esigevano quote fisse del raccolto sotto forma di decime o percentuali sui prodotti della terra, e i contadini rispondevano con l'arte del nascondiglio: dichiaravano sistematicamente produzioni inferiori a quelle reali, occultando sacchi di grano nei fienili o interrandoli prima dell'arrivo degli esattori. A ciò si aggiungeva la pratica diffusa del bracconaggio e della raccolta furtiva nei boschi, che pur essendo proprietà privata del signore e riservati alla sua caccia, venivano quotidianamente depredati di legna, frutti e selvaggina minuta. Questi atti non venivano percepiti come ribellione politica, ma come semplici necessità biologiche per la sopravvivenza; eppure, nel loro accumulo incessante, costituivano una sottrazione costante di ricchezza al potere costituito.

Altrettanto cruciale era la dimensione simbolica e linguistica della resistenza. Scott distingue infatti tra un "testo pubblico", fatto di sottomissione esteriore – il contadino che si toglie il cappello e si inchina davanti al signore – e un "testo nascosto", ovvero ciò che i subalterni dicevano e pensavano quando il padrone non poteva ascoltarli. Nelle taverne, nelle stalle o durante le veglie notturne, lontano da occhi indiscreti e dalle spie, l'autorità signorile veniva sistematicamente demolita attraverso il gossip, le canzoni di scherno e le leggende beffarde in cui il contadino astuto riusciva a imbrogliare il nobile cavaliere. Questo esercizio di satira e critica sotterranea non aveva solo una funzione liberatoria sul piano psicologico; serviva a preservare la dignità collettiva e a impedire un allineamento interiore al potere, mantenendo viva una coscienza antagonista che in altre circostanze sarebbe potuta riemergere.

Infine, quando la pressione fiscale e signorile diventava insostenibile, i contadini potevano ricorrere alla forma più radicale di non-collaborazione per sottrazione: l'abbandono silenzioso del villaggio. La fuga verso le foreste o le zone paludose per dissodare terre vergini rappresentava un danno economico enorme per il signore, poiché una terra senza manodopera perdeva ogni valore. Tuttavia, è importante contestualizzare questo fenomeno senza cadere nell'immagine stereotipata di un Alto Medioevo costellato da foreste incontaminate e facilmente accessibili. La colonizzazione interna era in realtà un processo più complesso, spesso avviato o regolato dagli stessi signori per mettere a coltura nuove aree, e la fuga era un'impresa rischiosa, che esponeva i fuggiaschi a pericoli e incertezze. Ciononostante, la minaccia concreta dell'esodo costringeva i signori a scendere a patti e ad alleggerire i gravami per trattenere la manodopera, dimostrando che anche un'azione estrema come l'abbandono poteva trasformarsi in un efficace strumento di negoziazione tacita.

Perché tutto questo è rilevante per la Peace Research e per gli studi sul potere? Perché la resistenza quotidiana, così come è stata teorizzata da Scott e applicata al contesto medievale, ci insegna che nessun sistema di dominio, per quanto oppressivo, è mai assoluto o totalizzante. Anche nel feudalesimo delle origini, i dominati non furono mai masse passive e rassegnate: attraverso milioni di piccoli atti anonimi di disobbedienza e di sotterfugio, compiuti giorno dopo giorno, essi agirono come gocce d'acqua che scavano la roccia. Questa erosione costante e invisibile impedì al potere signorile di esercitare un controllo pieno e illimitato, costringendolo, nei fatti, a riconoscere limiti alla propria violenza e a negoziare continuamente le condizioni della propria egemonia.

 


3. Verifica / Domande chiave

  • Perché l’“epoca buia” dell’Alto Medioevo non fu causata dalle invasioni barbariche del V secolo, ma dalla Guerra greco‑gotica (535‑555)?

    Riferimento: Procopio, carestia e cannibalismo; i barbari governarono spesso con amministrazione romana.

  • Quali differenze esistevano tra schiavitù romana e servitù della gleba medievale?

    Riferimento: lo schiavo era una “cosa”, il servo una persona vincolata alla terra; riduzione della violenza diretta, ma persistenza della violenza strutturale.

  • Cosa intendono gli autori quando definiscono il rapporto feudale una “prassi mafiosa”?

    Riferimento: scambio protezione‑sottomissione, cultura dell’omertà, clientelismo, violenza implicita.

  • Quali forme di resistenza nonviolenta (resistenza passiva, sabotaggio, non‑cooperazione) esistevano nel mondo contadino dell’Alto Medioevo?

    Riferimento: rifiuto delle corvées, lavoro negligente, rallentamento, fuga, rifugio nei monasteri.

  • Secondo Gandhi e Gene Sharp, in che modo la disobbedienza di massa può far cadere un tiranno? Questo principio è applicabile al sistema feudale?

    Riferimento: ritiro del consenso, non cooperazione, “resistenza quotidiana”.

  • Quale lezione trae la peace history contemporanea dalle resistenze contadine dell’Alto Medioevo per i movimenti nonviolenti di oggi?

    Riferimento: l’importanza della “resistenza quotidiana”, del sabotaggio nonviolento, della costruzione di spazi di autonomia.


4. Fonti storiche e approfondimenti

  • Testi e saggi (aggiornati)
  • Marescotti, A. & Marescotti, D. (2005). Schede per una storia della pace e dei diritti umani – “Cornice storica (Medioevo)”, “Alto Medioevo”, “L’epoca buia comincia con la guerra, non con i barbari”, “Dalla schiavitù alla servitù della gleba”, “Feudalesimo e sottomissione: una prassi mafiosa”, “Ribellione e non collaborazione con il potere feudale” (pp. 71‑75 del PDF).

    (Testo base)

  • Ward‑Perkins, B. (2005). The Fall of Rome and the End of Civilization. Oxford University Press.

    (Sull’impatto devastante della Guerra greco‑gotica)

  • Volpe, G. (2018). Italia senza Roma: archeologia e storia di un paesaggio in trasformazione (V‑X secolo). Edipuglia.

    (Archeologia della crisi in Italia)

  • Wickham, C. (2005). Framing the Early Middle Ages: Europe and the Mediterranean, 400‑800. Oxford University Press.

    (Sulla transizione schiavitù‑servitù e le resistenze contadine)

  • Bisson, T. (2009). The Crisis of the Twelfth Century: Power, Lordship, and the Origins of European Government. Princeton University Press.

    (Sulla violenza strutturale del feudalesimo)

  • Scott, J. (2021, riedizione). Domination and the Arts of Resistance: Hidden Transcripts. Yale University Press.

    (Sulla resistenza quotidiana, applicabile al Medioevo)

Link e risorse online

Documenti primari suggeriti

  • Procopio di Cesarea, La guerra gotica (De bello Gothico) – Libri V‑VIII. Trad. italiana di M. Bertolini, BUR.

    (La descrizione della carestia e del cannibalismo durante la guerra greco‑gotica)

  • Capitolare di Aquisgrana (817 d.C.) – Norme sui servi della gleba e le corvées.
  • Atti del Concilio di Valence (855 d.C.) – Sulle decime e i diritti dei contadini.

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