L'imperatore Ashoka che abbandonò le guerre di conquista
Secondo il XIII Editto Rupestre, inciso per suo ordine su grandi rocce in varie parti dell'impero, la conquista del Kalinga provocò circa centomila morti, un numero ancora maggiore di deportati e sofferenze incalcolabili per la popolazione civile. Ashoka dichiarò di esserne rimasto profondamente sconvolto e maturò la convinzione che nessuna vittoria militare potesse compensare il dolore causato dalla guerra.
Da quel momento abbandonò le guerre di conquista e adottò come principio di governo il Dhamma (in sanscrito Dharma). Il Dhamma non indicava una religione di Stato né un insieme di dogmi, ma un codice etico fondato sulla compassione, sul rispetto per ogni essere vivente, sulla moderazione, sulla sincerità, sulla giustizia, sulla nonviolenza per quanto possibile e sulla responsabilità dei governanti verso i sudditi. Pur ispirandosi al buddismo, Ashoka presentò il Dhamma come un insieme di valori universali, condivisibili anche da chi seguiva altre tradizioni religiose.
La sua politica cercò di tradurre questi principi in provvedimenti concreti. Fece piantare alberi lungo le strade, scavare pozzi, costruire luoghi di sosta per i viaggiatori, promosse cure mediche per persone e animali, limitò i sacrifici e l'uccisione degli animali, invitò i funzionari imperiali ad amministrare la giustizia con equilibrio e incoraggiò il dialogo rispettoso fra le diverse comunità religiose. Nei suoi editti insiste sul fatto che nessuna fede debba disprezzarne un'altra, perché il rispetto reciproco rafforza tutte le tradizioni spirituali.
Al posto della conquista militare, Ashoka propose quella che chiamò "conquista mediante il Dhamma" (dhammavijaya), cioè la diffusione dell'esempio morale, della giustizia e della cooperazione. Per questo inviò missionari buddhisti ed emissari diplomatici non solo nelle diverse regioni del suo impero, ma anche nello Sri Lanka e presso i principali regni ellenistici del Vicino Oriente e del Mediterraneo orientale, tra cui quelli governati dai successori di Alessandro Magno, in territori corrispondenti agli attuali Siria, Egitto, Grecia e Turchia.
Ashoka non abolì l'esercito né rinunciò completamente al diritto di difendere il proprio impero, ma fu uno dei primi sovrani della storia di cui possediamo testimonianze dirette che esprimono il rimorso per la guerra e affermano esplicitamente la superiorità della persuasione morale rispetto alla conquista militare. Per questo è considerato una figura fondamentale nella storia del pensiero della pace e un importante precursore dell'idea che la forza di uno Stato possa misurarsi non tanto dalla capacità di vincere le guerre, quanto dalla capacità di promuovere il benessere, la giustizia e la convivenza fra i popoli.
Fonti principali: il XIII Editto Rupestre e gli altri Editti di Ashoka, oltre agli studi storici sull'Impero Maurya, tra cui Romila Thapar, Aśoka and the Decline of the Mauryas (Oxford University Press), e Charles Allen, Ashoka: The Search for India's Lost Emperor.
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