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["Io, come singolo individuo, che cosa posso fare?” Chomski risponde “ Ci sono un sacco di cose che possiamo fare…Al termine di ogni mia conferenza negli Stati Uniti, c’è sempre qualcuno che si alza e dice “Voglio cambiare questo stato di cose. Che posso fare?”…In qualche modo il fatto di godere di privilegi e libertà porta con sé un senso di impotenza; è un fenomeno strano che non può fare a meno di attirare la nostra attenzione. Il punto è che possiamo fare quasi tutto. Non vi sarà affatto difficile trovare gruppi di persone che stanno lavorando sodo su questioni che vi interessano ed entrarne a farne parte. Se volete che le cose cambino veramente dovrete prepararvi ad affrontare, giorno dopo giorno, il semplice e monotono lavoro di avvicinare un paio di persone interessate a un problema, mettere in piedi un’organizzazione un po’ più grande, preparare la mossa successiva, sperimentare la frustrazione e, alla fine, arrivare da qualche parte. E’ così che il mondo cambia. E’ in questo modo che ci si libera dalla schiavitù che si conquistano i diritti…Ogni conquista a cui possiamo pensare è nata da un lavoro di questo tipo – non dal fatto che le persone hanno partecipato ad una dimostrazione per poi lasciar perdere vedendo che non succedeva nulla, o dal fatto che la gente va a votare una volta ogni quattro anni e poi torna a casa. Certo, va bene eleggere un candidato migliore – o forse meno peggiore – ma questo è soltanto l’inizio, non la fine. Se vi fermate lì, potreste tranquillamente non andare a votare. A meno che non sviluppiate una cultura democratica vivace, rigogliosa in grado di costringere i candidati ad agire in un certo modo, essi non faranno mai le cose per le quali li avrete votati. Se ci si limita a premere un bottone per poi tornare a casa, non cambierà mai niente] Questo brano è tratto da “America : il nuovo tiranno” di N. Chomski.
La premessa ben descrive il significato concreto della conferenza tenutasi a Torino il 22 scorso, presso la sede del Gruppo Abele: Uranio –Storia di un’Italia impoverita. Hanno partecipato Rita Borsellino, Tana De Zulueta, Domenico Leggiero dell’Osservatorio Militare, il vicepresidente di Emergency, il referente di Libera e L.Girardello, presidente del circolo Legambiente Luca Sepe. Il tema è sofferto. Un tema che per anni è stato sottaciuto, mistificato, volutamente strumentalizzato contro la verità e i protagonisti della sofferenza. Una delle più vergognose pagine della storia che ha reso questo nostro Paese impoverito così come impoverito è quella micidiale sostanza che si chiama uranio. Molti giornalisti, scrittori, scienziati, medici, hanno scritto e documentato quanto questo prodotto sia cancerogeno. Sono stati volutamente inascoltati dallo Stato.
Tra i presenti in sala c’erano i genitori di Luca Sepe, morto il 13 luglio 2004. Il loro primogenito, un giovane coraggioso partito da un piccolo paese del napoletano per andare in missione nei Balcani, è stato tra i primi a denunciare la vergogna. In suo onore il circolo Legambiente è stato a lui intitolato perchè non si dimentichi mai. Proprio il 22 scadevano i termini che il Governo aveva stabilito per disporre le modalità di indennizzo ai caduti in missione. L’aveva promesso alla delegazione dei familiari, riunitasi avanti a Palazzo Chigi: non ha mantenuto la parola. Un altro insulto, un’altra bugia, un’altra infamia. Leggiero illustra alla platea il fallimento delle istituzioni menefreghiste dei loro soldati che hanno dato la vita per la nazione. Il D.U. è il prodotto di scarto dell’uranio arricchito. Su un chilogrammo di uranio, 995 grammi sono le scorie che vanno a costituire, in quanto contenenti piccolissime particelle di plutonio, una micro reazione atomica. Dall’Iraq sono già 28 i nuovi casi patologici, di cui 8 ragazze, il fenomeno è in crescita. I maggiori vertici dell’Esercito si sentono protetti da poteri trasversali. Il lavoro dell’Osservatorio ha potuto operare fino ad ora solo ed esclusivamente con l’aiuto di volontari, di persone che sono andate oltre al loro mestiere nell’unico intento di fare giustizia, quella reale, non virtuale data da mezze verità. E proprio di mezze verità ci parla Tana De Zulueta, senatrice dei verdi e membro di commissione D.U. Spiega che fin dal 99 lei si interessò alle patologie, sindromi anomale, che i soldati rientrati dal Kossovo riportavano. Imparò che U.S.A. e G.B. avevano dotato con speciali attrezzature i soldati. L’Italia, no. L’allora ministro Mattarella, a seguito di ripetute interpellanze, sempre ignorate, negò che il D.U. fosse stato usato in Bosnia. Dalle mappe della Nato che lei visionò emerse il contrario. Oltre ai proiettili sono stati impiegati missili a lunga gittata. Le conseguenze di questi armamenti sono state e continuano ad essere devastanti. Oltre ai nostri soldati centinaia di civili innocenti, tra i quali molti bambini, sono affetti da patologie tumorali e da malformazioni. La commissione, indetta dal Senato e appena conclusa, già iniziò con difficoltà, volutamente, riducendosi a trattare il caso in soli sei mesi, assolutamente insufficienti per raggiungere la verità. Non sono emerse responsabilità istituzionali. Ancora una volta i familiari e i soldati ammalati sono stati abbandonati a loro stessi. Qualche mezza verità è apparsa nel sostenere che le micidiali nanopolveri provocate dagli esplosivi sono pericolose. Ma la certezza di ciò che è emerso rivela un’agghiacciante verità . Gli USA dichiarano che queste armi continueranno ad essere usate e chi lo impedirà sarà considerato un nemico! L’Italia, suo alleato, concorda, tacciando dunque di eversione chi non lo è. Paradossale che il potere consideri nemici eversivi coloro che si battono per la giustizia, per la democrazia, quella stessa per la quale gli USA si sarebbero installati in Iraq e prima in Afhanistan. Il “fuoco amico”, appunto. La De Zulueta lancia un appello: “dobbiamo ripartire dalla società civile, dobbiamo riprenderci i nostri diritti, grazie a tutti voi, alle associazioni che lavorano per la pace, a tutti coloro che si sono sempre strenuamente impegnati, volontariamente e con coraggio. Non lasciamoli soli. Dobbiamo lavorare perché il prossimo Parlamento si faccia carico di tutelare i diritti umani . Si deve lavorare per costituire un comitato scientifico a livello europeo. A quel punto non ci saranno Forze Militari che potranno influire la commissione d’inchiesta.”
Solidarietà tra gli uomini sono stati i temi espressi anche da Carlo Garbagnati di Emercency che denuncia il rapporto di 90 civili colpiti contro 10 combattenti. La guerra è orribile ma è profondamente ingiusto che a morire siano coloro che non lo fanno per “mestiere”. Un po’ come dire che l’istituzione militare viola ciò che da essa viene considerata sacralità, perché è grottesco, lacerante, che le armi vengano usate contro i civili. Davide Mattiello, di Libera, nel ricordare che i 40.000 che proprio il giorno prima erano a Torino per ricordare i 700 morti di mafia si chiede e lo chiede a tutti noi presenti “ma quanto può essere bestiale questo potere?! Quanti armadi della vergogna dovremo ancora aprire? A noi e solo a noi è demandato il compito di farlo per tornare ad essere società civile”
Infine le parole di Rita Borsellino che rispecchiano anch’esse la premessa di questa nobile e commovente conferenza. Rita da 13 anni lotta per insegnare cosa significano libertà e giustizia. Ama essere in mezzo alla gente perché tra loro ha capito che noi tutti abbisognano di un punto di riferimento. 92 sono state le manifestazioni dopo le stragi di mafia, ma limitarsi alle manifestazioni è come ricordare un evento, una festa, una commemorazione. Quando capì che troppa gente le chiedeva aiuto ( l’elevata, inaspettata affluenza alle primarie costrinse l’organizzazione a stampare freneticamente altre schede: la gente aspettò più di due ore in fila durante l’attesa per poter votare), lei decise e scese in campo. I “suoi” giovani che da sempre l’accompagnano le hanno donato uno scritto che lei ama molto e che vorrà sempre avere davanti ai suoi occhi. E’ uno scritto di Tom Benetollo, il fondatore del pacifismo contemporaneo, scomparso nel 2004, “In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all'indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima. Così il lampadiere vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o per narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita” Rita si sente profondamente vicina ai familiari delle vittime e ai soldati ammalati, si sente coinvolta, perché ben sa, nel ricordo del fratello Paolo, che significa essere lasciati soli dallo Stato.

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