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L'agonia di Piergiorgio Welby è finita

Ora Piergiorgio non soffre più

Con un atto definito di disobbedienza civile i Radicali e l'Associazione Luca Coscioni hanno interrotto la ventilazione artificiale che teneva in vita Piergiorgio Welby
22 dicembre 2006 - Alessio Di Florio

Caro Pier,
alla fine è avvenuto tutto come tu avevi voluto. La tua agonia, andata avanti per anni in quel letto di dolore, è giunta al suo capolinea. Ma non è finita. Non può finire così perché non sarebbe giusto, perché tu stesso non vorresti che fosse così. Lo hai detto fin dal principio e lo hai ribadito fino alla fine. La tua non era solo una battaglia personale, ma una lotta per tutti coloro che soffrono come te, che vivono la tragica disperazione di una vita di dolore. In queste settimane la tua vicenda, le tue richieste e le tue istanze sono state coperte da troppe inutili parole. Tanti, troppi si sono sentiti in diritto di pontificare, giudicare, sentenziare senza aver mai assaporato l'odore della sofferenza, senza mai essersi chinati sul tuo letto di agonia per capire, per ascoltare. Solo chiacchiere da salotti cicisbei che non sono mai andati oltre l'ipocrisia di riti perbene e pilateschi. Ma ora non possiamo ancora lasciarci distrarre. Dobbiamo tornare al cuore di questa vicenda e non permettere che finisca qua. Svegliarci dal nostro torpore borghese e deciderci una volta per tutte ad avere l'umiltà di ascoltare e non di parlare. Non portare avanti soluzioni e formule preconcette ma vere, vissute. La proclamazione di ideali e valori alti potrà anche essere forte, ma devono avere il coraggio di uscire dai loro santuari e mettersi in gioco. Calarsi nella realtà quotidiana, scontrarsi con la vita. Altrimenti restano solo vuote formule buone per il mercato della propaganda e dei media. Ma quanti di noi possono realmente farlo? Quanti di noi possono capire la tua tragedia, quello che tu hai vissuto e tanti vivono ancora quotidianamente? Vedere la propria vita sfuggire dalle proprie mani, ribellarsi a noi stessi. Sentire che il nostro corpo non è più nostro, ma sta diventando solo una gabbia opprimente. I giorni passano e sempre più la vita non ci appartiene, il corpo ci opprime, la gabbia diventa opprimente e stretta. Sentire il proprio cuore ribollire di una rabbia enorme, una rabbia gigantesca. Vorresti ribellarti ad un destino infame, urlare al mondo ma non puoi. E alla rabbia subentra lo scoramento, ti scoraggi. Nulla ha più un senso, sei solo preda di un dolore e di una sofferenza atroce, inumana. Cosa fare? O meglio cosa si può fare? Giorno dopo giorno la risposta resta sempre la stessa, diventando una sentenza pesante come un macigno: nulla. Vorresti evadere, volare via, andartene e abbandonare quel guscio che non è più tuo e che ti opprime e ti angoscia. E' troppo facile teorizzare sul valore della vita e sull'ideale della sua salvaguardia. Ma quanti l'hanno fatto? Quanti hanno avuto il coraggio di immedesimarsi nella tua disperazione? Nessuno, perché sarebbe un peso troppo grande per chi non vuol capire. La vita? Si, ma quanti hanno anche solo per un momento pensato a come alleviare le tue sofferenze, a come rendere l'agonia meno sofferente? Quanti si sono lasciati interrogare dal tuo gesto, si sono domandati perché sei arrivato a desiderare di morire?
Tanti, troppi interrogativi, restano sospesi. A partire da una legalità che smentisce, nella sua tragica crudeltà, se stessa fino al gesto di non saper rispettare neanche l'atto solenne finale. Dopo che per mesi ti hanno lasciato solo a soffrire in un letto di dolore non hanno saputo rispettare neanche il dolore dei tuoi familiari.
Eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico. Ma cosa sono? Cosa rappresentano queste parole? E quantà umanità violata, lacerata, sofferente si nasconde dietro di loro? Per noi, seduti sulle nostre comode poltrone oggi è facile indignarsi, far finta di commuoversi. Tanto domani nessuno si ricorderà più di te caro Piergiorgio. Una formula ipocrita quanto pilatesca che oggi sembra affermarsi dice di essere contraria all'eutanasia e all'accanimento terapeutico e favorevole al testamento biologico. Quindi una persona può, in coscienza e nel pieno delle sue facoltà, scegliere di non voler subire delle cure. Ma tra le teoria e la pratica c'è un abisso enorme. Nel momento in cui una persona chiede l'interruzione delle cure e il rispetto del proprio testamento biologico la testa si volta da un'altra parte. Gli si impedisce di passare all'atto pratico, alla concreta realizzazione di quel che a parole si dice di voler tutelare. E mentre i cicisbei si confortano girandosi le loro vuote enunciazioni, una persona continua a soffrire, vive un'atroce e crudele agonia.
Non possiamo lasciare che la tua morte finisca seppellita negli archivi polverosi. E' ora che la finiamo con i tentennamenti e ci decidiamo a muoverci. A capire come può una persona arrivare a tanta sofferenza, come può una vita essere bruciata così atrocemente. Il dolore e la sofferenza non possono essere la quotidianità di un malato terminale, non possiamo, non dobbiamo permettere che sia così. Non ci deve essere un nuovo Piergiorgio Welby, un nuovo letto di dolore dal quale si sollevi un urlo di rabbia. Se non sarà così, se le lacrime di oggi sono solo falsa pietà e tutto evaporerà nell'oblio i morti saremo noi. Saremo noi i morti di tutta questa vicenda. Seppelliti da metri di ipocrisia e perbenismo, morti perché è troppo facile sprofondare nei soffici tessuti dei nostri sofà. Ma saremo delle bestie, soltanto delle bestie. E le bestie quando muoiono vengono nominate in un modo solo ...

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