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"La vita è una merda". Uno studente della mia scuola si toglie la vita

Gli amici lo chiamavano "Petrarca", per il carattere schivo e solitario. "E' colpa della società", viene da dire. Una società che dovrebbe accogliere, unire le speranze e costruire la solidarietà...

- Enorme impressione e tristezza. Questa era il clima che si respirava oggi a scuola.

Oggi non ho fatto lezione e ho ascoltato i miei studenti per capire. Ho chiesto in giro: "Ma veramente è stato un 5 in matematica, come scrivono alcuni giornali?"

Non era un mio studente, né lo conoscevo.

Per questo abbiamo parlato, parlato molto, cercando di raccogliere tutte le informazioni e i più piccoli indizi per spiegare una scelta così disperata.

Parlando con i ragazzi, alla lavagna ho scritto: "La vita è camminare insieme e illuminare il buio". Una frase di una canzone di Luca Carboni. Quando cominciai la mia carriera di insegnante, divenne la traccia un tema che creò scompiglio in classe, tanto che i miei studenti chiesero aiuto disparatamente al docente di religione per svolgerlo. Non avrei mai pensato che quella frase l'avrei riscritta alla lavagna in circostanze così tragiche.

S. era un ragazzo di diciassette anni che - mi ha raccontato i suoi compagni - chiamavano "Petrarca", per il suo carattere, schivo e solitario.

Sulla sua sedia aveva scritto: "La vita è una merda". I suoi compagni se ne sono accorti oggi, oggi che quella sedia è rimasta vuota.

S. con i suoi compagni di classe giocava in porta, e nella sua vita ha giocato spesso in difensiva. Mai attaccante. Non amava fare vita di comitiva né fare il gradasso. Era schivo, gentile e riservato. Quando si trattava di fare delle foto di gruppo si defilava ed erano i suoi compagni di classe a dire: "Vieni a farti la foto con noi".

E. è un compagno di S. e mi dice queste cose con aria sincera. E' turbato. "Non ne voglio parlare con i giornalisti, di loro non mi fido, succedono delle cose e loro ne scrivono delle altre". Ma con me prende fiato, dopo una partita di calcetto, e vuota il sacco: "Forse non aveva autostima. Si sentiva inadeguato di fronte agli altri, tanto che non voleva essere fotografato con noi. Misurava le sue vittorie e le sue sconfitte attraverso il rendimento scolastico. Non aveva genitori oppressivi o esigenti, anzi aveva un buon rapporto con loro. Ma era attentissimo ai voti. Non possedeva altri metri di paragone, oltre alla scuola, per capire quanto valeva veramente".

Chiedo chi è la sua docente di Italiano. E' una brava collega, sensibile, garbata, aperta al dialogo. E l'intera classe, sia come docenti, sia come studenti appare normale. Una classe come le altre, nessun caso di emarginazione forzata o di bullismo.

S. in passato sarebbe però persino finito in ospedale, mi raccontano, per questa forte "ansia da prestazione" in ambito scolastico. Qualche voto che aveva rovinato la media, qualche calo che aveva eroso la sua autostima scolastica. Ed era andato in crisi per una sorta di "sindrome da delusione" che lo portava a non avere fiducia in se stesso fino in fondo.

"Allora è stato un 5 in matematica?", chiedo nuovamente. "No, no. Aveva già preso anche 3 e mezzo in un'altra occasione. Non è quello il vero motivo". L. esclude che alla base ci sarebbe il 5 in matematica.

Ed esce fuori quella maledetta scritta sulla sua sedia: "La vita è una merda".

"Non ce ne eravamo accorti, solo oggi l'abbiamo scoperta".

E' una storia che fa riflettere quella di S.

Fa riflettere perché non c'è un cattivo, un solo responsabile o una sola causa. Man mano che faccio domande mi convinco sempre di più che S. si sarebbe potuto suicidare in qualsiasi scuola. E che solo una vita più piena e più bella lo avrebbe potuto salvare dalle sue delusioni.

In queste ore si rincorrono varie voci e informazioni anche non vere: "Come quella di un SMS che S. avrebbe inviato ad un amico prima di suicidarsi". Precisa L.: "Non è vero. L'SMS che si era diffuso riguardava la voce che S. si era suicidato". Nel passaparola l'informazione sarebbe stata distorta e adesso viaggerebbe un'informazione non vera che riceve conferma attraverso altri che hanno avuto la stessa informazione distorta.

La verità forse è che S. era un ragazzo senza la corazza scanzonata dei suoi compagni, era un adolescente fragile che prendeva troppo sul serio la vita e la scuola, sembra dire L.

Un ragazzo ferito che cercava disperatamente conferme nel successo scolastico.

Leggeva la vita attraverso i voti ed era uno dei migliori: una media da far invidia. Prendeva pagine e pagine di appunti. E quando parlava con i suoi amici parlava prevalentemente di scuola. "Esci con noi?". Si negava dicendo che nel suo paese aveva già la sua comitiva. "Ma secondo noi non ce l'aveva ed era un modo per sfuggire", aggiunge L.

Come in una storia strana in cui non c'è un responsabile di tutto l'immenso dolore, come in ogni storia complessa, come in ogni nodo intricato, anche nella storia di S. si avverte un senso di mistero e un po' di fastidio per tutte le semplificazioni che servono a fare "titolo" in un giornale.

"E' colpa della società", viene da dire. Una società che dovrebbe accogliere, unire le speranze e costruire la solidarietà... già, un futuro bello da vivere per un giovane. Facile a dirsi. Intando fra poco S. sarà salutato da tanti di noi a cui non ha potuto raccontare tutta la sua angoscia di vivere e la sua fatica nel reggere gli sguardi e il confronto con la ruvida e dura scorza di una realtà che non gli piaceva e che, impiccandosi, ha voluto cancellare per sempre.

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