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Nel Gulag di Afwerki

Eritrea: una drammatica testimonianza

Torture, sparizioni e intimidazioni sono all’ordine del giorno. Ogni libertà è negata. Si dubita dell’equilibrio mentale del presidente Isaias Afwerki e c’è il rischio di una ripresa della guerra con l’Etiopia. Espulsione dei peacekeeping occidentali. Una denuncia circostanziata che arriva dall’interno di un paese alla deriva.
10 gennaio 2006 - Solomon Mehari
Fonte: Nigrizia

Una catastrofe a livello economico, politico e sociale. Il popolo eritreo ha ormai toccato il fondo. Peggio di così… si può solo morire. Chi mi legge, pur con tutta la buona volontà, non potrà neppure lontanamente immaginare quanto umiliante sia lo stato in cui il mio popolo è stato ridotto.
E non sto parlando dell’umiliazione subita per mano della vicina Etiopia, quando ha voluto annettersi un pezzo del nostro territorio nazionale: a sentirsi umiliati per questo sono stati solo i nostri leader politici. Mi sto riferendo alle umiliazioni inflitteci da coloro che dovrebbero governarci, prendersi cura di noi, e che, invece, abbaiano, come cani rabbiosi, e latrano frasi insensate su “sacre frontiere” e “infrastrutture”. Umiliazioni che oggi hanno assunto le dimensioni del più totale collasso fisico e psicologico. Siamo un popolo crudelmente soggiogato, che si sente straniero in casa propria. È un’offesa all’intelligenza umana parlare di confini e di infrastrutture. La crisi è di tutt’altra natura.
Sono stato più volte in Occidente. Conosco, pertanto, la differenza che passa tra un paese libero e uno strangolato da una delle più crudeli dittature del mondo, in cui puoi essere fermato per strada senza alcun motivo, insultato, malmenato, poi trascinato in prigione senza processo e, infine, fatto sparire.
Dicendo queste cose non temo per me stesso. Temo per la mia famiglia. Due zii stanno già languendo in prigione e non so se ne usciranno vivi. Il loro crimine? L’essere padri di due ragazzi – due carissimi cugini – che hanno oltrepassato il confine mentre svolgevano il servizio militare obbligatorio. Se vogliono uscire di prigione, gli zii devono pagare una cauzione di 20mila nakfa ciascuno, l’equivalente di 1.000 dollari. Ma come potrebbero? Il loro stipendio mensile era di 10 dollari! Una zia s’è sfogata con me: «Ci hanno portato via i figli per il servizio militare, dicendoci che, da quel momento, avrebbero avuto il regime come “padre”. Toccherebbe a questo “padre” pagarci per la perdita dei nostri ragazzi».
Questo è il livello di follia cui siamo giunti. Una follia che nessuno in Eritrea ha scelto con un voto. Ci è stata imposta con la forza.

È dittatura

Alla radice del cancro che sta dilaniando la nostra nazione sta la volontà di un uomo che si arroga il diritto di decidere da solo il destino di tutti gli eritrei. È angosciante dover dipendere in tutto e per tutto dalle decisioni del presidente Isaias Afwerki, che sta gestendo il paese e i suoi abitanti come se fossero sua proprietà personale e parla e agisce come se avesse una risposta per tutti i problemi, anche per i miei personali. La disgrazia è che ci crede fermamente. È convinto di avere ricevuto in dono una sorta di scienza infusa che gli consente di conoscere la soluzione di ogni cosa.
Gli piace che gli si pongano delle domande ed esige che tutti ascoltino le sue risposte. E allora si mette in cattedra, davanti alle telecamere della tivù di stato: «Eccomi qui. Esponetemi i vostri problemi». Peccato che a intervistarlo per due ore e mezza, come è accaduto recentemente, ci sia soltanto il direttore della televisione eritrea, Asmelash Abraha. Un bravo giornalista, non lo si può negare, ma deve pur badare alla propria carriera. Le domande? Già preparate. E nessuna che tocchi questioni quali i diritti umani scandalosamente violati, oppure la punizione inumana inflitta ai cosiddetti “disertori”. Costoro vengono rinchiusi («imprigionati» è il termine ufficiale) in container di ferro e lasciati al sole cocente delle depressioni, con 40° di calore. Immaginate come si stia all’interno di quei cassoni arroventati! E molti sono ragazzi di 18 anni.
Senza parlare dei vari “campi di concentramento” sparsi per il paese. Ecco alcuni luoghi: Wia (30 km a sud di Massaua); Gelao (nord di Massaua); Adi Abeto (5 km da Asmara); Adi Quala (80 km a nord di Asmara); Barentu (210 km a nord di Asmara); Embatkala (40 km da Asmara); Dongolo (60 km da Asmara) e nell’arcipelago Dahlak. In questi campi le torture, le sparizioni e le umiliazioni sono all’ordine del giorno.

Incompetenti al potere

Nessuno in Eritrea nega l’importante contributo dato dal presidente e dal suo partito, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Fpdj), per l’indipendenza del paese dall’Etiopia. Afwerki condusse la lotta per la libertà in modo diligente e astuto, al fianco di un gruppo di patrioti che avevano a cuore la causa del popolo (tra questi, spiccavano 15 veterani, risaputi “riformisti” e noti come i “G-15”). È anche vero che la nazione conobbe un miglioramento economico dal 1991, anno dell’indipendenza, al 1998, anno della guerra contro l’Etiopia: la crescita annua fu del 7%. In quel periodo il partito, pur mantenendo la proverbiale riservatezza, sembrò impegnato a instaurare la democrazia e aperto al dialogo.
Poi, qualcosa andò storto (infinite le supposizioni!) e il presidente cominciò a comportarsi da despota. Grande fu lo shock, quando, il 18 settembre 2001, i “G-15”, che ricoprivano importanti posti di governo, furono arrestati e imprigionati. Senza un’accusa specifica. Senza un processo. Spariti nel nulla. Anche oggi, nessuno sa dove siano. Se lo domandi, sono guai seri.
La guerra ha svuotato le casse dello stato di tutta la valuta estera. L’Eritrea ha toccato ora il punto più basso di povertà a cause della politica economica – insensata, fortemente centralizzata – del partito. Potrà sembrare assurdo quanto sto per dire, ma è vero: sono molti i cittadini convinti di essere stati meglio quando stavano male sotto il “terrore rosso” di Menghistu! Ogni impresa o compagnia fiorente è stata o chiusa o nazionalizzata dagli economisti del regime, la gang degli “09”. Molti imprenditori sono stati o imprigionati (se locali) o forzati a espatriare (se stranieri). Come se avere successo in campo economico sia una minaccia alla tirannia dell’Fpdj.
E così, oggi, gli eritrei sono convinti che Isaias stia cercando di diventare un fedele discepolo del sistema social-comunista cinese. Ha dimenticato che il popolo ha già provato il social-comunismo di Menghistu, senza trarne il minimo beneficio. Un sistema, questo, che, alla fine, si rivoltò contro lo stesso ideatore, forzandolo a fuggire, sconfitto e umiliato. Se i nostri leader non intendono imparare dalla passata esperienza, allora si preparino ad affrontarne le conseguenze. Di una cosa sono certo: potranno continuare ancora per un po’ a opprimerci, ma devono sapere che, quando il bicchiere è pieno, trabocca. Le conseguenze potrebbero essere molto peggiori di quelle conosciute in Etiopia.
È da tre anni che l’Università di Asmara non accoglie nuovi iscritti e, quest’anno, il numero degli studenti rimasti verrà ridotto. In varie occasioni, il presidente ha spiegato questa scelta: i comandanti del suo esercito dimostrano abilità amministrative migliori di quelle di qualunque laureato! In settembre, parlando ai quadri giovanili dell’Fpdj, a Nakfa, ha precisato: «I miei comandanti hanno menti acute, capaci di mettere a fuoco ogni problema e di risolverlo». E abbiamo capito perché le cinque zone amministrative del paese sono oggi “monitorate” da altrettanti generali. Uno di questi è il brigadier-generale Wuchu Ghebreizghabiheir. Titolo di studio: quarta elementare, non conclusa. Questo spiega, in parte, perché siamo ridotti così.
Senza una seria formazione universitaria e con le scuole allo sfascio, è facile intuire il livello di graduale deterioramento del sistema educativo nazionale. Non c’è retorica governativa capace di convincere un solo eritreo che l’educazione «ha fatto passi da gigante sotto il nuovo regime».

Tallone sulle chiese

A preoccupare il popolo eritreo sono anche i violenti scatti d’ira e i discorsi senza senso del suo presidente. Recentemente, in un night club di Asmara, lo Shamruk Huts, Afwerki ha preso una bottiglia di whisky e ha colpito più volte alla testa un suo intimo amico, Alamin Wedi Gherewenya. Wedi è stato subito portato all’ospedale, ma si è visto negare il permesso di recarsi all’estero per accertamenti più approfonditi.
Va da sé che, alla guida di un paese che sta attraversando una crisi senza precedenti, ci sarebbe bisogno di un presidente con i nervi saldi. Del resto, da tempo in molti ambienti si è cominciato a dubitare dell’equilibrio mentale del nostro presidente.
Anche la libertà religiosa s’è vista mettere la camicia di forza. Nonostante le ripetute smentite da parte del governo, molti movimenti religiosi sono stati messi fuori legge, altri sono guardati con sospetto. Perfino le chiese storiche – come l’ortodossa e la cattolica –, l’islam e le denominazioni evangeliche sono tenute sotto osservazione. La chiesa ortodossa, in particolare, è stata al centro di un’accesa controversia. Tempo fa, il patriarca Abuna Antonios, a differenza dei suoi predecessori, ha avuto il coraggio di accusare l’apparato statale di «interferenze indebite negli affari ecclesiali». Da allora, i suoi spostamenti sono controllati, quando non addirittura impediti. Personalità a lui vicine mi hanno assicurato che oggi la chiesa ortodossa è amministrata dal signor Neftalem Dimetros, un laico nominato dal governo.
Anche le attività della chiesa cattolica sono molto limitate e controllate da vicino. Preti e religiosi con meno di 50 anni non hanno il permesso di lasciare il paese. Negli ultimi tempi, la comunità cattolica ha perso un po’ dello smalto di un tempo e la sua missione profetica sta dissolvendosi. La chiesa cattolica è l’unica che ancora gode di agganci giuridici al di là delle frontiere nazionali, per questo ci si aspetterebbe da essa un ruolo di guida più significativo. Il vescovo di Asmara, Abuna Menghesteab Tesfamariam, è giovane e pieno di energia: anche se non può fare molto da solo, le sue parole hanno un certo peso. Tre anni or sono, si è preso un severo richiamo da parte del regime per aver osato parlare di violazioni dei diritti umani.

Quel maledetto confine

La guerra con l’Etiopia dal 1998 al 2000 – la più assurda mai combattuta – è stata una vergogna per tutta l’Africa. Non sarebbe mai dovuta iniziare, perché non c’era alcuna ragione per giustificarla. Eppure, più di 100mila giovani sono morti, tutti fratelli, appartenuti per secoli allo stesso popolo. Non ci sarebbe voluto molto per Afwerki e il primo ministro etiopico Meles Zenawi (che l’Occidente aveva qualificato come «nuovi leader africani illuminati») capire che tutte quelle vite erano infinitamente più preziose di tutti i loro stupidi slogan sulla “sovranità nazionale”. In termini di risorse umane ed economiche, sarebbe stato molto più economico cedere al desiderio del “nemico” (l’Etiopia voleva l’uso delle facilità portuali di Assab; l’Eritrea pretendeva l’insignificante striscia di Badme) che non bruciare sull’altare dell’orgoglio nazionale tutte quelle vittime. La storia li deve ritenere responsabili di questa follia.
Nessun eritreo fu d’accordo con il governo sulla sua decisione di muovere guerra all’Etiopia. A guerra conclusa, tuttavia, convenimmo tutti con la risoluzione presa ad Algeri nel 2001: i confini tra le due nazioni andavano subito definiti, secondo il verdetto finale ed esecutivo della Corte internazionale. Da una parte e dall’altra di questo confine ci sono due nazioni in crisi. E si sa che, quando sono in difficoltà, i regimi totalitari alimentano la conflittualità…
Gli eritrei non sono preoccupati per quel pezzo di terra conteso. Hanno paura di una nuova guerra e pretendono che Addis Abeba accetti il verdetto della Corte. E sono anche molto adirati contro il Consiglio di sicurezza dell’Onu, riluttante a imporre e fare rispettare la decisione del tribunale, come stipulato nell’accordo firmato. La nostra sensazione è che il Consiglio di sicurezza ci abbia discriminato in favore dell’Etiopia. Se è vero che il nostro governo non brilla in materia di diplomazia, questo non giustifica il mancato adempimento della decisione della Corte. Più si aspetta a demarcare quel maledetto confine, più cresce il pericolo di un nuovo conflitto. E se dovesse veramente scoppiare, che ne sarà del Corno d’Africa? Il mondo potrebbe assistere a una “somalizzazione” o “irachizzazione” dell’intera regione. Possibile che tra i potenti di questo mondo non ci sia nessuno dotato di un briciolo di buon senso e in grado di stornare questo incombente pericolo? L’espulsione dei peacekeeping occidentali, lo scorso dicembre, non fa che aggravare ancora di più la situazione.
Ormai, sia l’Eritrea che l’Etiopia sono arrivate a una situazione tale che non consente loro di risolvere i propri problemi senza un “forte aiuto” – intervento? – esterno. I livelli di reciproca sfiducia e di ambizione personale dei due leader non sono quelli di due persone normali. Peccato che sarà sempre la povera gente a pagare le conseguenze della loro “pazzia”. Checché ne possano pensare molti, io sono dell’idea che la sicurezza delle persone venga prima di quella nazionale. Il sangue di 100mila giovani non s’è ancora asciugato nelle nostre coscienze.
Le peggiori conseguenze della guerra e dell’oppressione sono di natura psicologica, prima ancora che economiche o sociali. Gli essere umani sono stati creati per vivere in pace e nella libertà. Quando sono privati di questi due beni, anche il desiderio di vivere si affievolisce. Si cade vittime di un soffocamento psicologico, causato dal venir meno di ogni speranza. Non è un segreto che in Eritrea il numero dei suicidi è aumentato tra i giovani. Di recente, in una sola settimana, ho assistito ai funerali di tre giovani: 18, 20 e 24 anni. A chi imputare la colpa di questa tragedia nazionale? Certo, siamo tutti da biasimare. Ma il nostro governo deve riconoscere la sua grossa parte di colpa. Mentre i membri del governo sciupano il loro tempo nell’accusarsi a vicenda, la popolazione muore e la piaga psicologica s’incancrenisce.
Una cosa è oggi necessaria: che il governo restituisca alla gente la libertà – che desidera più del pane stesso – e faccia diminuire le tensioni interne al paese. Se questo non avviene, se Afwerki continua la sua tragica farsa, la gente continuerà a morire. E di ciò è testimone l’intero popolo eritreo.

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