Troppe micce accese
In Africa Australe, il principale interrogativo riguarda lo Zimbabwe di Robert Mugabe. Le elezioni politiche si terranno nei primi mesi dell’anno (si parla di marzo). Mugabe ha tenuto a precisare: «Saranno invitati solo osservatori internazionali provenienti da paesi amici». Un segnale che fa poco ben sperare sulla legalità e trasparenza dell’esercizio. Chi denuncerà eventuali brogli e irregolarità?
A preoccupare sono la totale assenza di libertà di stampa, il clima d’intimidazione nei confronti dei partiti di opposizione e la repressione di voci dissidenti o critiche. Per non parlare della mancata riforma elettorale, a lungo invocata dall’opposizione e dai leader religiosi del paese.
L’attuale sistema elettorale favorisce nettamente lo Zanu-Pf – il partito al potere – e lascia minimi spazi ai partiti d’opposizione. L’esito della consultazione è scontato: un’ennesima ri-elezione di Mugabe.
Ma tutto avverrà con il tacito avvallo dei capi di stato delle nazioni che costituiscono la Comunità per lo sviluppo dell’Africa Australe: finora non c’è stato nessuno che abbia alzato un dito per condannare il regime di Mugabe, su cui ricadono le maggiori reponsabilità della crisi politico-sociale e dello sfacelo dell’economia. E l’Europa? Fa la schifiltosa. I leader politici, riuniti a Lisbona per il Vertice Ue-Africa, nella seconda settimana di dicembre, hanno finto di stracciarsi le vesti. Ma la loro ipocrisia è stata smascherata dal presidente senegalese, Abdulaye Wade: «Chi osa dire che in Zimbabwe si violino i diritti umani più che in altri paesi africani?», stati in cui l’Unione europea intende fare grossi affari grazie agli Accordi di partenariato economico.
Un altro scenario importante è quello dell’Angola: tra maggio e agosto sono previste le elezioni legislative, le prime dopo quelle del 1992, che erano state seguite da una ripresa della guerra civile. Il partito del presidente José Eduardo Dos Santos, l’Mpla, può mettere in vetrina una crescita del 30% del Prodotto interno lordo (Pil) nel 2007, in virtù dell’aumento dei prezzi e del volume della produzione di petrolio e diamanti. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) anticipa, per il 2008, una crescita del 26%. Ma qual è la ricaduta sulla popolazione della manna petrolifera? Ecco un bel tema da campagna elettorale. Chiaro che c’è molto da fare. Per esempio: nella capitale Luanda la maggior parte delle famiglie non ha accesso all’acqua potabile; nel 2006, Luanda ha avuto un’epidemia di colera che ha fatto 2.700 morti…
Di sicuro, questi mesi di vigilia elettorale saranno aspri. Come lo sono stati gli ultimi del 2007. Lo scorso 1° novembre, il governatore della provincia centrale di Huambo ha imputato all’Unita, principale partito d’opposizione, la responsabilità della morte di due persone nel corso di una manifestazione «illegale e violenta». A fine novembre, Isaias Samakuva, presidente dell’Unita, ha accusato l’Mpla di aver creato un «sistema d’intimidazione contro i militanti del suo partito». La partita elettorale si giocherà tra Mpla e Unita. Con un terzo incomodo: l’Fnla (Fronte nazionale di liberazione dell’Angola), che tuttavia è attraversato da divisioni interne tra il presidente Ngola Kabango e Lucas Ngonda.
In Africa Centrale, le principali scadenze toccano la Repubblica democratica del Congo (Rdc) e l’applicazione dell’accordo concluso il 9 novembre tra il governo di Kinshasa e quello di Kigali (Rwanda). L’accordo impegna l’Rdc a elaborare un piano dettagliato per il disarmo delle ex Forze armate rwandesi (Far) e dei miliziani Interahamwe delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda, responsabili del genocidio del 1994 e tuttora attivi in territorio congolese, e il Rwanda a interrompere l’appoggio all’ex generale congolese Laurent Nkunda, che destabilizza la regione del Kivu e che gli Usa vogliono convincere a scegliere la via dell’esilio. Si tratterà anche di vedere se verrà schierata una forza africana a sostegno della Missione Onu (Monuc). Nel 2008 sono previste le elezioni amministrative, ma la data non è ancora stata fissata. C’è un problema di fondi per gestire il voto e di libertà di espressione per i candidati dell’opposizione. Lo scorso ottobre il governo ha sospeso le trasmissioni di una quarantina di emittenti, tra tivù e radio. E va ricordato che il presidente del principale partito di opposizione, Jean-Pierre Bemba, si trova in Portogallo dall’aprile 2007 e teme per il suo rientro a Kinshasa.
Questioni economiche. A Parigi, lo scorso novembre, sotto gli auspici della Banca mondiale, numerosi finanziatori hanno promesso di concedere 4 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo: si materializzeranno? Stesso discorso vale per la Cina, che ha affermato di voler investire 8,5 miliardi di dollari per le infrastrutture e le miniere. Poi c’è la questione della riduzione del debito estero. Il governo congolese dovrebbe concludere un nuovo piano triennale con l’Fmi per poter far parte dell’Iniziativa per i paesi poveri e fortemente indebitati e così far scattare una forte diminuzione del debito (circa 14 miliardi di dollari).
Detto ciò, si prevede che diventino operativi numerosi progetti minerari nella regione del Katanga, tra cui quello di Katanga Mining Ltd, che nel sito di Kamoto conta di produrre 68mila tonnellate di rame l’anno, compensando così il calo della produzione diamantifera (-22,8% in valore nel 2006).
Parigi: pace con Kigali?
In Rwanda l’incognita è: come evolveranno le relazioni con Parigi? Una nuova frattura si è creata poco più di un anno fa, quando il giudice Jean-Louis Bruguière ha accusato nove uomini vicini al presidente rwandese, Paul Kagame, di complicità nell’omicidio dell’allora presidente Juvénal Habyarimana (avvenuto nel 1994, innescò il genocidio). Di recente, Bernard Kouchner, ministro degli esteri francese, ha manifestato l’intenzione di recarsi in Rwanda, ha dichiarato di volersi «riconciliare con un paese massacrato», e ha preso le distanze da Bruguière, affermando che «le prove non abbondano né in un senso né in un altro».
Sono previste le elezioni politiche, che avranno tra i temi dominanti la condizione dei sopravvissuti al genocidio, sostenuti in particolare dal Partito liberale e dal Fronte patriottico rwandese di Kagame. Ibuka, associazione di sopravvissuti, denuncia che la liberazione massiccia, tra il 2003 e il 2005, di detenuti ritenuti responsabili del genocidio è coincisa con un’ondata di omicidi contro i sopravvissuti-testimoni. Un’altra sfida aperta è la riforma agraria: dovrebbe entrare in vigore entro il 2010 e consentire l’acquisto di terreni da parte di imprese commerciali.
In Burundi, il presidente Pierre Nkurunziza ha posto fine a molti mesi di paralisi istituzionale – dovuta a defezioni interne al suo partito, il Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze per la difesa della democrazia (Cndd-Fdd) – con una sorta di governo di unità nazionale. In novembre, infatti, ha fatto entrare nella compagine governativa i principali partiti di opposizione: il Fronte per la democrazia in Burundi (Frodebu, a maggioranza hutu) e l’Unione per il progresso nazionale (Uprona). Ora si tratta di rimediare ai danni fatti da alcuni ministri (si sono impossessati di denaro pubblico) e di tentare di abbassare il tasso di corruzione.
Il paese attraversa una grave crisi economica. L’Fmi aveva annunciato una crescita del 5,5% del Pil nel 2007 e previsto addirittura un 6,6% nel 2008: sono cifre che vanno riconsiderate. Le inondazioni di un anno fa hanno colpito sette province e interferito pesantemente con la produzione agricola. Tutto ciò, in un paese dove importanti settori della popolazione soffrono di malnutrizione. La produzione di caffè, una delle principali fonti di valuta pregiata, è diminuita di due terzi tra il 2006 e il 2007: da 30mila a 10mila tonnellate. Il rilancio delle miniere di nichel di Musongati è in grave ritardo, dopo che il governo, l’estate scorsa, ha deciso di revocare la concessione accordata a una società australiana. Intanto, l’inflazione galoppa e il governo è in difficoltà. Dopo aver concesso, a fine 2007, aumenti salariali del 34% ai funzionari pubblici, ora deve effettivamente erogarli…
Ma stiamo pur sempre parlando di un paese non pacificato. Rimane lettera morta l’accordo per il cessate-il-fuoco siglato il 7 settembre 2006 con i ribelli hutu delle Forze nazionali di liberazione (Fnl) di Agaton Rwasa. La causa di questo blocco, secondo l’Fnl, è da attribuire al presidente Nkurunziza, che non rispetta l’impegno di liberare i ribelli detenuti.
Addis Abeba: tre fronti
In Africa Orientale, non è del tutto acquisito che questo sarà l’anno del ritiro delle truppe dell’Etiopia dalla Somalia. Al contrario, il governo di Addis Abeba sembra prepararsi a un conflitto di lunga durata con le Corti islamiche. Lo scorso anno, le spese militari etiopiche sono aumentate del 16%. Certo è che lo schieramento, da parte dell’Unione africana, di qualche centinaio di soldati ugandesi e burundesi a Mogadiscio è del tutto insufficiente a rimpiazzare il contingente etiopico che difende il governo di transizione somalo dagli insorti islamisti, supportati dall’Eritrea.
La tensione persiste anche lungo il confine tra Etiopia ed Eritrea. C’è chi teme una ripresa del conflitto frontaliero, che ha insanguinato i due paesi tra il 1998 e il 2000. Sul versante eritreo, un segnale indica che ci si sta preparando al peggio: il reclutamento forzato dei giovani, un fatto che ha costretto un gran numero di eritrei a prendere la via dell’esilio.
Ritornando in Etiopia, non arrivano buone notizie dalla regione dell’Ogaden, dove 600mila persone sopravvivono solo grazie all’aiuto umanitario. Non più tardi di un mese fa, Meles Zenawi, primo ministro etiopico, ha manifestato l’intenzione di regolare con la forza il conflitto con i guerriglieri del Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden.
In Africa Occidentale, tutti gli sguardi convergono sulla Costa d’Avorio, dove sono previste per giugno le elezioni presidenziali e legislative (rinviate dal 2005). Tutto sta a vedere se le operazioni di identificazione degli elettori, di attribuzione delle carte d’identità e di censimento si svolgeranno senza intoppi e nei tempi previsti. L’obiettivo è di porre fine alla politica condotta dal presidente Laurent Gbagbo, che consiste nel rimettere in discussione la cittadinanza dei suoi compatrioti del nord musulmano, specie se sono partigiani del suo avversario politico, Alassane Ouattara.
Infine, il 2008 sarà per l’Africa subsahariana l’anno della firma dei nuovi Accordi di partenariato economico (Ape/Epa) con l’Unione europea, che introducono il libero scambio tra i due continenti. I negoziati sono stati assai difficili e confusi, anche per il timore, da parte dei paesi africani a vocazione agricola, di vedere le loro produzioni in concorrenza con quelle europee, che godono di forti sovvenzioni; timori espressi anche da quei paesi che possiedono un’industria manifatturiera, perché temono di vedersi invasi da prodotti europei. Queste reticenze, espresse ad alta voce dalla società civile, dalle organizzazioni contadine, da quelle sindacali e padronali, hanno creato un bel po’ di sbandamento.
Accordi sono stati firmati tra l’Ue e alcuni gruppi di paesi, come la Comunità dell’Africa dell’Est (Eac), ma sono incompleti e complicati dal fatto che, nel corso dei negoziati, paesi come la Tanzania, membro della Comunità di sviluppo dell’Africa del Sud, ha preferito negoziare un Ape con i membri dell’Eac, di cui fa parte. Non è stato un grande inizio. Ma presto sapremo se questi accordi rafforzeranno l’integrazione regionale africana, o se la indeboliranno.
Sudafrica, anno difficile per Mbeki
Scriviamo alla vigilia della Conferenza nazionale dell’African National Congress (Anc), che si tiene dal 16 al 20 dicembre a Polokwane, da cui dovrebbe uscire Jacob Zuma come nuovo presidente del partito. Elezione che aprirebbe uno scenario nuovo: per la prima volta, il partito al potere e il governo sarebbero guidati da due persone diverse. Sono in molti a chiedersi come potrà il presidente Thabo Mbeki contare sul sostegno dell’Anc, che lo ha rifiutato come leader, esprimendosi a favore del suo rivale politico (Nigrizia, 11/07, p. 22).
Non è difficile prevedere forti tensioni tra Mbeki e i ministri del suo governo, da una parte, e la nuova leadership dell’Anc, quasi unanimemente compatta attorno a Zuma, dall’altra. Qualcuno dubita che il capo dello stato potrà continuare a governare il paese in simili condizioni fino alle prossime elezioni politiche, previste nella prima metà del 2009. Non è escluso, infatti, che le elezioni vengano anticipate. Del resto, a fine novembre, riconoscendo la sconfitta subita alla conferenza dell’Anc per la nomina dei candidati alla presidenza del Congresso (con 800 voti in meno rispetto a quelli ricevuti da Zuma), lo stesso Mbeki aveva prefigurato un simile scenario. Elezioni anticipate o no, l’Anc dovrà fare i conti con la spaccatura creatasi durante l’aspra battaglia elettorale tra i due schieramenti.
Nel frattempo, Zuma si prepara a candidarsi alla presidenza del paese, forte di una crescente popolarità tra i sostenitori dell’Anc, molti dei quali l’hanno sostenuto più per protesta contro Mbeki che per un consenso alla sua persona. E niente, per ora, sembra poter arrestare la sua ascesa al potere.
Unica sua preoccupazione è il caso giudiziario per corruzione intentato contro di lui, che ormai si trascina da anni e che dovrebbe riprendere, con nuove imbarazzanti evidenze, all’inizio di quest’anno. È difficile prevedere se il sistema giudiziario sarà in grado di mantenere la sua indipendenza, trattandosi di un processo contro il leader più popolare e il candidato più certo alla presidenza del paese. Una cosa è certa: un’eventuale incarcerazione di Zuma potrebbe trascinare il paese verso un pericoloso scenario d’instabilità politica. (Efrem Tresoldi)
Sudan, pace a rischio
Due le questioni che continueranno a essere fondamentali in Sudan nel 2008: l’implementazione dell’Accordo globale di pace (Agp) nel sud e la crisi del Darfur nel nord-ovest.
Come previsto dall’Agp, siglato nel gennaio 2005 a Nairobi tra il governo di Khartoum e il Movimento/esercito di liberazione del popolo sudanese (Spla/m), il Movimento sudista domina oggi il semiautonomo governo del Sud Sudan (Gss) ed è, almeno in teoria, un alleato di Khartoum nel Governo d’unità nazionale (Gnu). In ottobre l’Splm aveva abbandonato il Gnu, accusando il Congresso nazionale (Cn, già Fronte islamico nazionale) di non onorare l’accordo. A metà dicembre, dopo un incontro con il presidente sudanese El-Bashir e un parziale chiarimento, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha invitato i ministri sudisti a rientrare nell'esecutivo.
Se non vuole che la guerra torni a deflagrare nel sud, il Cn deve (ma molti credono che non può permettersi di) affrontare seriamente alcune questioni-chiave: il ritiro delle sue truppe dal sud; la pubblicazione trasparente delle cifre riguardanti i proventi del petrolio (per lo più estratto nel sud) e la loro equa spartizione tra nord e sud; lo smantellamento del proprio apparato di sicurezza (sfacciatamente islamista) attraverso cui continua a gestire il potere; il riconoscimento dell’autorità che l’Agp accorda ai ministri ed esponenti sudisti presenti nel Gnu; l’avvio di un vero processo di democratizzazione; l’accettazione delle conclusioni cui è giunta la commissione incaricata della definizione dei confini della regione di Abyei (Nigrizia, 11/07, p. 18).
Intanto, dal gennaio di quest’anno, la Unamid [Missione mista di pace (Nazioni Unite-Africa) in Darfur] dovrebbe cominciare ad aumentare il proprio personale, arrivando presto a 26mila uomini. Ma, come si è lamentato in dicembre il capo delle operazioni di peacekeeping dell’Onu, il francese Jean-Marie Guéhenno, il regime di Khartoum, responsabile del massacro di 200-400mila civili nella regione, sta bloccando il dispiegamento delle nuove forze.
Nel frattempo, sia i governi africani, occidentali e arabi, sia la Cina, il “grande alleato” di Khartoum, se ne stanno con le mani in mano. A metà dicembre, nessuno aveva ancora offerto uno solo dei 28 elicotteri richiesti dal comandante dell’Unamid, il generale nigeriano Martin Luther Agwai. È prevedibile che Khartoum sfrutterà questa “compiacenza internazionale” per continuare a trucidiare i darfuriani, forzandoli addirittura ad abbandonare i campi per sfollati dove hanno trovato rifugio e ostacolando in tutti i modi gli interventi delle agenzie umanitarie straniere.
Quando la smetterà la comunità internazionale di fingere di non sapere che il comune denominatore delle due crisi sudanesi (nel sud e in Darfur) è lo stesso regime di Khartoum? La cosa sorprendente è che perfino i sudanesi del nord sanno bene questo. Le sempre più strette morse imposte dal governo di El-Bashir ai mezzi di comunicazione e all’opposizione stanno fomentando lo scontento anche al nord. (Gill Lusk)
Occhio alla Nigeria
Il 2008 sarà ancora più ricco di eventi che non il 2007. La polvere sollevata dalle elezioni dell’aprile scorso (Nigrizia, 7-8/07, p. 10) non si è ancora depositata. I tribunali elettorali sono al lavoro. In alcuni stati (Kebi, Kogi, Rivers e Anambra) lo scrutinio è stato annullato; in altri (Kaduna ed Ekiti) si stanno esaminando le contestazioni. Il nuovo presidente, Umaru Yar’Adua, potrebbe addirittura trovarsi privato della carica, quando, a metà gennaio, il Tribunale del riesame farà conoscere il suo verdetto finale. Il nuovo capo di stato sta scontentando non poco il Partito democratico del popolo (Pdp), la formazione che lo ha portato al potere, consentendo alle corti di svolgere indisturbate il loro lavoro. Dato che tutti, a eccezione di Maurice Iwu, presidente della Commissione elettorale nazionale, hanno riconosciuto che le elezioni dell’aprile 2007 sono state fraudolente, un annullamento delle elezioni non sorprenderebbe nessuno. Ma, a quel punto, si sarà costretti a dire che proprio la solenne promessa fatta da Yar’Adua di rispettare il primato della legge, per quanto popolare, sarà stata la sua rovina.
Molti ritengono che il presidente avrebbe stravinto le elezioni di aprile, anche senza brogli; i più sono certi che vincerebbe di nuovo. Ci sono, però, serie preoccupazioni sul suo stato di salute: si dubita della sua capacità di sostenere una nuova campagna elettorale.
Altro capitolo: la lotta alla corruzione. La Commissione per i crimini economici e finanziari (Efcc) è ancora presieduta da Nuhu Ribadu, noto come “lo zar dell’anticrimine”. C’erano state molte critiche, tuttavia, all’iniziale decisione di Yar’Adua di affidare al procuratore generale, Michael Aondoakaa, l'incarico di condurre le investigazioni, togliendole all’Efcc. Il nervosismo è cresciuto quando, a novembre, Aondoakaa è intervenuto presso la corte di giustizia di Southwark, a Londra, impegnata in un processo contro James Ibori, ex governatore dello stato del Delta, accusato di corruzione. In una lettera al presidente del tribunale, il Procuratore generale ha notificato che non ci sono accuse precise contro Ibori in Nigeria, riuscendo così a indurre i giudici a scongelare i conti inglesi dell’ex governatore (17 milioni di sterline), ritenuti proventi di transazioni criminali. Subito dopo, Aondoakaa s’è rivolto alla nazione con parole concilianti. Ma non ha dissolto i molti dubbi.
Il nodo corruzione è connesso con la seria crisi presente nel Delta. Lo stato di Rivers, benché goda del governo più ricco della Nigeria, registra indici di sviluppo spaventosi. Si sperava che la presenza al fianco di Yar’Adua del vice presidente Jonathan Goodluck, originario dello stato di Bayelsa, potesse favorire qualche passo nella direzione giusta, ma sono in molti nella regione a contestare la sua legittimità. La crisi, quindi, proseguirà per tutto il 2008 e anche oltre.
L’importanza della Nigeria è destinata a crescere con il tempo. Non dimentichiamolo: è il più grande produttore di greggio del continente; vanta un significativo peso diplomatico; è il maggior contribuente di truppe di pace di tutta l’Africa; unisce in sé un nord islamico e un sud cristiano; soprattutto, è la nazione africana più popolosa, con ingenti sfide in fatto di povertà e sviluppo. (Elizabeth Donnelly)
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