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Uganda, quando le lucciole abbandonano il marciapiede

Tra le “sex worker” degli slum di Kampala. Grazie a “African medical and research foundation”
le prostitute della capitale ugandese oggi possono inventarsi un nuovo futuro
29 luglio 2006 - Veronic Algeri
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

«Rivolgersi a Dio? Ci mette troppo tempo a cambiare le cose. La prostituzione mi permetteva invece di guadagnare facilmente e senza grosse competenze». Loy è una giovane ex prostituta che da due mesi segue i corsi per parrucchiera organizzati da Amref (African Medical and Research Foundation) nelle baraccopoli di Kampala.
In Uganda, dove l’aspettativa di vita è di circa 47 anni e dove la metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, le donne costituiscono l’anello più debole della società. Fra di loro, quelle che, come Loy, sono cadute nella trappola del mercato del sesso accumulano i principali problemi di un paese in via di sviluppo: analfabetizzazione, gravidanze indesiderate, malattie veneree, disoccupazione, criminalità e tossicodipendenza (molte fumano bangi e masticano khat, l’erba prodotta in Somalia che riduce la percezione di fame e stanchezza),. Secondo i dati forniti da Amref, il 7 per cento della popolazione ugandese è affetto dalla sindrome dell’Hiv: circa 800mila persone, concentrate principalmente nelle zone urbane.

Lasciandosi alle spalle le sette colline centrali sulle quali, come la nostra capitale, poggia Kampala, e andando verso nord, la strada è asfaltata. Si attraversa Nakasero, il quartiere residenziale delle ambasciate e delle organizzazioni internazionali e si prosegue superando i viali di Makerere, il grande e alberato campus universitario. Pochi chilometri dopo, le abitazioni si intensificano e l’asfalto si interrompe. Siamo nella zona di Kawempe dove si trova uno dei più grandi slum della città: a Kalerwe vivono 18 mila anime, ma durante il giorno, sotto il sole o sotto la pioggia, il mercato attira fino al triplo della sua popolazione. Come in una pittura di Brügel, le industriose attività si ritagliano ciascuna il suo piccolo spazio. Nell’attesa di mettere al sicuro i grossi biglietti di scellini ingrassati e stinti dai troppo numerosi passaggi, fra gli elastici di un reggiseno, il tempo è lento. Banchi di matoke, venditrici stanche di allattare i loro bambini già cresciuti, beauty saloon, riunione degli anziani intorno a un mazzo di carte. Mentre la maggior parte dei giovani tiene i muri, c’è anche chi, stanco di aspettare, ha appeso una bottiglia di plastica vuota a un albero e si allena a tirar cazzotti come contro un sacco di sabbia. Fra le baracche, i bambini saltano i corsi delle fogne a cielo aperto e sul banco del mercato del pesce sono in vendita solo le teste dell’abbondante tilapia e del persico a buon mercato provenienti dal lago Vittoria: il resto è destinato ad altre tasche. Dietro l’angolo, un tavolo da biliardo e oltre, uno dei due punti d’acqua corrente dove si accalcano le grosse damigiane di plastica gialla. In uno dei vialetti sterrati, la polizia locale espone la sua efficienza: di fronte all’ufficio, nelle due celle chiuse da un lucchetto arrugginito, anche i prigionieri aspettano.

Le sale concesse ad Amref dalla chiesa del quartiere sono un piccolo angolo di paradiso. Mama Joyce che lavora con l’organizzazione da 17 anni, dirige fin dalla sua creazione, nel 1999, il progetto di sostegno alle donne che vogliono uscire dalla prostituzione: «All’inizio non è stato facile entrare in contatto con la popolazione locale. Il commercio del sesso qui è illegale e le donne temevano che potessimo denunciarle al governo. Per questo motivo, durante una prima fase, abbiamo proposto un programma di aiuto ai bambini per i problemi di malnutrizione e per le malattie più diffuse come la diarrea o la malaria». Oggi la barriera del sospetto è crollata e le persone che lavorano con Amref sono gli interlocutori privilegiati di tutte le donne che intendono provare a prendere in mano il loro futuro.

«Il marciapiede è un luogo difficile, dove, quando hai appena 18 anni, subisci ogni tipo di abuso e di violenza dai ragazzi di strada e dai clienti», spiega Gorette, 20 anni, entrata in contatto con gli educatori del progetto pochi mesi fa. Ha partecipato ai seminari di sensibilizzazione sulla questione dell’Aids e delle malattie sessualmente trasmissibili, ha recuperato gratuitamente dei preservativi anche se «servono a poco -aggiunge- perché è pratica diffusa fra i clienti il “put and cut” per farti credere che stai usando una protezione. Poi, a dire la verità, se accetti di farlo senza niente ti pagano un po’ di più». Solo poche sono consapevoli, come spiega Divina Aluka, assistente sociale presso il servizio di pianificazione familiare, che la lotta anche contro il governo di Kampala che per fermare la diffusione dell’Aids preferisce puntare sull’astinenza e sulla fedeltà coniugale, piuttosto che sull’uso del condom. Come dimostrato dal rapporto di Human Rights Watch, “The less they know, the better: abstinence as the only Hiv programmes in Uganda”, al buon senso si è recentemente sostituita la linea sposata dalla first lady, fervente sostenitrice dell’ideologia della chiesa pentecostale dei born again. La signora Janet Museveni, insieme a Usaid (United States Agency for International Development), l’organizzazione americana che si occupa di sanità e sviluppo, ha spostato l’asse della campagna di sensibilizzazione inizialmente lanciata con l’acronimo Abc, (abstinence, faithfullness, condom) verso l’abbandono del preservativo fino ad ottenere da Kampala la cancellazione dalle scuole dei programmi informativi sul virus.

Le sex workers ugandesi stanno sui bordi della principali arterie della capitale dove trovano una clientela di tossicodipendenti, di senza tetto o, alla meglio, di boda boda, i moto taxi locali, riuscendo ad intascare circa 300 scellini a cliente, l’equivalente di 15 centesimi di euro. Per le più fortunate, ovvero per le più belle e per quelle che parlano un po’ d’inglese, si tratta di lasciare gli slum dove vivono, vestirsi bene all’ora del tramonto e andare ad adescare i clienti e, preferibilmente i muzungu, la popolazione bianca in lingua swahili, nelle hall dei grandi alberghi e nei locali frequentati dagli espatriati della capitale. In questo modo, oltre a guadagnare più denaro e più prestigio fra le colleghe, c’è anche la speranza di essere portata via dalla strada.

Hamida ha 24 anni ed è musulmana, ha due bambini di 4 e 5 anni, dei quali non conosce il padre, che con grande orgoglio riesce a mandare a scuola: «Sono stata una delle prime a seguire il corso di sarta. Grazie a Dio, che mi ha regalato il talento, dopo aver ottenuto il certificato della scuola, sono diventata l’insegnante del corso». E’ fiera nel suo bel vestito di batik, mentre racconta la sua storia: «Quando sono morti i miei genitori, sono andata a vivere con mia sorella che portava a casa gli uomini e cosi ho cominciato anch’io a guadagnarmi da vivere prostituendomi. Un giorno un’amica mi ha parlato di Amref e cosi è iniziata un’altra vita. All’inizio non è stato facile, perché prima riuscivo a guadagnare fino a 20 mila scellini al giorno ( 8 euro) e da un giorno all’altro mi sono ritrovata senza niente. Mentre frequentavo la scuola ero tentata di continuare ma quando mi alzavo alle 7 e tornavo a casa alle 17 ero troppo stanca per qualsiasi altra attività».

Il progetto di Amref è stato rivolto a circa 500 prostitute, tra i 14 e i 30 anni, e oggi almeno una settantina di persone ha lasciato la strada per sempre, ripetendosi ogni giorno, come Hamida: «non posso tornare indietro».

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