2019 anno horribilis delle mafie.

A Rancitelli sempre più violenze, si confermano infiltrazioni da Campania e Puglia, mafie dall’est e nigeriane, emergenza rifiuti con incendi ripetuti nella discarica del vastese. E tanto altro
26 ottobre 2019
Alessio Di Florio (Associazione Antimafie Rita Atria - Movimento Agende Rosse “Paolo Borsellino Giovanni Falcone” Abruzzo - PeaceLink Abruzzo)

I veri Cento Passi di Peppino

I dati della recente classifica de Il Sole 24 ore sono l’ennesimo schiaffo a chi ancora crede alla favoletta dell’isola felice e di un Abruzzo tranquillo, pulito, senza mafie. E dove pure se personaggi in odor di mafia arrivano non c’è problema. Le quattro province abruzzesi sono tra le prime 15 nella classifica delle 106 province italiane per usura, con L'Aquila addirittura sul podio in terza posizione, Teramo al quarto posto, Chieti al nono e Pescara al quindicesimo. E poi per lo spaccio di droga Pescara, per esempio, è al decimo posto e per estorsione all’ottavo. Tutto questo in una Regione dove nel super carcere aquilano sono presenti il maggior numero di detenuti al 41 bis. Un regime sulla cui tenuta negli ultimi mesi si sono registrati allarmanti prese di posizione dei sindacati penitenziari. Ad agosto scorso la Uil Penitenziari ha scritto al prefetto di Sulmona sulla situazione del locale super carcere, chiedendo la massima attenzione ai rischi di “infiltrazioni mafiose, perché con l’apertura da marzo 2020 del nuovo padiglione, bisognerà verificare – stante il conseguente aumento che ne deriverà di familiari e loro accompagnatori i quali avranno accesso ai colloqui e quindi al comprensorio – se gli organici delle restanti forze armate insistenti nel territorio interessato siano sufficienti a contrastare l’eventuale effetto collaterale determinato dallo status posseduto da queste persone delle quali sarebbe opportuno valutare la possibile digressione criminale”. Una realtà che non è solo sulmonese, negli anni ci sono stati vari casi (basti pensare al vastese, come ricordato anche nei mesi scorsi), di personaggi in odor di mafia, camorra o ‘ndrangheta giunti in Abruzzo e che hanno coltivato qui  interessi criminali.

Violenza, mafia e spaccio da Rancitelli alle curve

Le minacce in stile mafioso ricevute dal consigliere regionale Domenico Pettinari sono solo l’ultimo grave episodio a Rancitelli. Al momento in cui questo testo viene scritto, perché la probabilità che quando sarà stato pubblicato già altri ne siano avvenuti è più che alta. Una minaccia legata al sit in a Rancitelli sabato scorso che ha disturbato e ostacolato il traffico di droga, fiorente a tutte le ore. Dopo l’aggressione a due troupe televisive, le gang dello spaccio e della violenza criminale si sentono sempre più forti e prepotenti. In una zona della città dove sono vertiginosi i numeri dello spaccio, delle violenze, del racket delle case abusive, della prepotenza in stile mafioso che spadroneggia. E’ ora di dire basta! Non è accettabile che possano esistere zone franche, luoghi dove dominano i clan, dove la legalità e il diritto vengono quotidianamente schiacciati da criminalità, violenze, prepotenze, minacce. Clan ben conosciuti e con contatti fuori regione, dalla Campania alla Capitale. Dove molti sono imparentati o comunque collegati con i Casamonica e i loro affiliati. Un clan di oltre mille appartenenti con i parenti di altre “famiglie” come Spada, Spinelli, Di Silvio e De Rosa. Cognomi che, in larga parte, riconducono all’Abruzzo dove fino al vastese sono praticamente egemoni nei traffici di droga e non solo. E non sono l’unico contatto emerso quest’anno tra i clan del “Mondo di Mezzo” capitolino e l’Abruzzo. Fabrizio Piscitelli, il re della droga cresciuto in quella “terra di mezzo” di mafiosi, colletti bianchi, ex Banda della Magliana e neofascisti e che ha sfruttato anche lo stadio per affermarsi, nella giornata nera (perché è comune a queste ed altre tifoserie dove camorra, ‘ndrangheta e spaccio di droga sono presenti – dalle milanesi ad entrambe le romane a quella juventina – anche la radice eversiva politica neofascista) al Divino Amore, è stato omaggiato anche da un gruppo di Chieti. La stessa città dove la maxi operazione “Tallone d’Achille” ha colpito un potente traffico di droga fiorito anche nell’ambiente “ultras”. Così come la recente inchiesta (che segue altre degli anni precedenti) sulla presenza egemonizzante e violenta della ‘ndrangheta nella curva della Juventus (e il tentato attentato a Federico Ruffo di Report l’anno scorso è indicativo della pericolosità violenta) ha visto coinvolto l’Abruzzo.

Basta chiacchiere, concreta lotta alla mafia davanti all’avanzare del cancro mafioso

Il 2019 si sta rivelando anno horribilis e svelando, una volta di più, la presenza radicata delle mafie e della criminalità organizzata nella Regione. E’ ora che le istituzioni e la “società civile” ne prendano definitivamente cosciente. E non si accontentino di vuote e retoriche cerimonie in nome di Falcone, Borsellino e altre persone assassinate dalle mafie. Ma si abbia il coraggio di una vera antimafia, quotidiana, che non si accontenti di facciate e chiacchiere.

Nelle prime settimane del 2019 una corposa operazione ha interessato le rotte del traffico di droga dalla Puglia al vastese. Una nuova maxi operazione contro i clan a Bari ha coinvolto, insieme a Roma ed altre città, anche Chieti. Un traffico internazionale, quello sulla direttiva Albania-Puglia-Vasto, al centro da anni di molte inchieste. In un territorio crocevia negli anni di clan camorristici e di ‘ndrangheta, e dove è sterminato l’elenco delle operazioni contro il traffico nazionale e internazionale di stupefacenti. Ma i nomi, e soprattutto i cognomi, sono sempre gli stessi. Oltre i Pasqualone, i Cozzolino, i Ferrazzo sono sempre esponenti delle famiglie già citate. L’unica variazione è che solo l’anno scorso, per la prima ed unica volta finora, è comparso anche il cognome del clan egemone ad Ostia.    

All’inizio di luglio è stato disposto a Roma il sequestro di 120 milioni alla  ndrangheta. Una maxi operazione che ha coinvolto anche l’Abruzzo, con sequestri immobiliari a Rocca di Cambio nella provincia aquilana. Un mese dopo, sempre nella stessa provincia, è stata sequestrata una fabbrica che lavora legname. E ad inizio settembre una maxi operazione dei carabinieri ha stroncato un vasto giro di caporalato in agricoltura. Una piaga criminale documentata e accertata da anni. E comune a tutta la Regione, dal vastese (dove non è molto remota nel tempo un’inchiesta a Cupello) a L’Aquila. Dove si è arrivati a documentare il caporalato anche nei cantieri della ricostruzione post terremoto. Secondo l’ultima Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, allegata alla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, il suo peso in Abruzzo è del 16,5%, quasi 3 punti superiore alla media nazionale. Nella voce “economia non osservata” sono comprese l’evasione, i pagamenti in nero e lo sfruttamento illegale del lavoro.

La tratta della schiavitù sessuale su tutta la costa

2015, relazione al parlamento delle attività di polizia di contrasto al crimine organizzato

E’ doveroso ricordare quanto emerso nel teramano a luglio. Quando le forze dell’ordine hanno posto fine ad un terribile sfruttamento della prostituzione, una disumana tratta di ragazze sfruttate, violentate, costantemente minacciate. Un turpe e disumano sfruttamento della schiavitù sessuale quotidianità dalla cosiddetta “bonifica del tronto” (già nel 2010 “Sahel”, una delle principali operazioni nazionali contro le mafie nigeriane e lo sfruttamento della schiavitù sessuale coinvolse Abruzzo, Marche e Puglia a ennesima dimostrazione di quanto sono forti le connessioni criminali tra la nostra Regione e la Puglia) a San Salvo Marina. Nelle scorse settimane è stato arrestato Ion Magurean, 39 anni, al vertice di un’organizzazione che sfruttava giovani connazionali rumene, anche minorenni, reclutate nel Paese d’origine e condotte in Italia.  arrestato anche in applicazione dell’ordinanza di custodia in carcere firmata dal Tribunale di Pescara per un giro di prostituzione sulla riviera nord della città adriatica, all’esito di un’attività investigativa condotta dai carabinieri della compagnia di Montesilvano. Sfruttamento della prostituzione anche minorile, in un territorio tra Montesilvano, Pescara e Francavilla dove tra strade e appartamenti la criminale tratta è più che fiorente, già segnalata anche nella “Relazione sull’attività delle forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata” (http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/328810.pdf ) relativa al 2015, comunicata alla Presidenza del Senato il 4 gennaio 2017. Nella quale il porto di Pescara viene definito “il più importante dell’Abruzzo e per i suoi accresciuti scambi commerciali con i Paesi dei Balcani occidentali costituisce uno snodo cruciale per i traffici di sostanze stupefacenti e di esseri umani”  e si pone l’attenzione sul richiamo dell’intera provincia per “sodalizi mafiosi interessati al reinvestimento di capitali illecitamente accumulati”. Tra le attività criminali vengono segnalate nel rapporto spaccio di stupefacenti, corse clandestine dei cavalli, gioco d’azzardo, truffe, estorsioni, usura, tratta di esseri umani, sfruttamento della “manodopera clandestina”. E appunto sfruttamento della prostituzione anche minorile.

Due presenze da attenzionare, una su cui appare naturale preoccuparsi

Tutto questo nella regione in cui nel 1989 fu sventato un tentativo di attentato a Giovanni Falcone, dove è in buen ritiro l’ex ispettore Paolilli, legato ai depistaggi sull’assassinio di Nino D’Agostino e il mancato attentato all’Addaura a Giovanni Falcone e che ancora oggi avrebbe probabilmente molto da chiarire e dichiarare davanti la giustizia. Dove un anno e mezzo è sbarcato, prima nella casa lavoro di Vasto e poi in una fattoria “parrocchiale” a Casalbordino, il terzogenito di Totò Riina. Già condannato a 8 anni per associazione mafiosa, che da sempre  rivendica e continua a pubblicizzare il cognome di famiglia che sbandiera orgoglioso (dalla famosa ospitata a Porta a Porta fino alla frenetica attività social dei mesi scorsi, non si può dimenticare l’asta per la cover per cellulari con il suo libro scaduta pochi minuti prima dell’anniversario della strage di via D’Amelio), e allontanato da Padova per la frequentazione con alcuni spacciatori locali. Ora non ha più nessuna misura restrittiva ma lo sconcerto per le sue dichiarazioni sul padre, per quanto esternato sui social e dubbi e perplessità su quale potrebbe essere la “nuova” vita sociale, e con chi potrebbe avere contatti e frequentazioni, sorgono. Senza dimenticare che, secondo intercettazioni rese note nei mesi scorsi dalla Procura di Agrigento (ma ad oggi non risulta nessun addebito sulla sua persona), un ex recluso nella Casa Lavoro di Vasto (l’anno scorso, quando alcuni beatificatori del figlio di Totò Riina erano già in azione) sostiene di aver ricevuto da lui un pizzino in cui con indicati due nomi. Nell’intercettazione resa nota colui che gli inquirenti avevano arrestato con l’accusa di essere il nuovo capomafia di Licata esclama “quello è un ragazzo che ci scappelliamo tutti” (davanti a quel ragazzo ci togliamo tutti il cappello).

La grave crisi ambientale dei rifiuti nel vastese e tante ombre da dipanare

incendio al civeta del 20 ottobre 2019 In conclusione non si può che tornare su quanto sta accadendo a Valle Cena e sul fronte dei rifiuti nel vastese. Anche se i confini geografici sembrano altamente superati: nell’inchiesta della Procura vengono attenzionati soprattutto i conferimenti di rifiuti da ditte campane, pugliesi e laziali. E fino alla bocciatura - resa nota e commentata solo da Comitato Difesa Comprensorio Vastese, Forum H2O e SOA, e su questo ci sarebbe di che riflettere – era clamorosamente in piedi il progetto di nuova discarica. Proposta dal gestore della terza vasca Civeta (quella sotto sequestro) ma che non avrebbe servito il territorio … Come già scritto e ribadito, in altri territori, situazioni di grave emergenza ambientale hanno portato in piazza migliaia e migliaia di persone, mobilitato in massa la società civile. Qua invece, escluso il Comitato Difesa Comprensorio Vastese (al quale attivisti delle nostre associazioni hanno aderito e vi sono attivi), quasi nessuna traccia di tutto ciò. In occasione del primo incendio di quest’anno il Comitato denunciò quello che definì “un avvertimento in stile mafioso”. Un efficace lettura della situazione giunge non da chi di dovere, e neanche da tanti più o meno autoproclamati o presunti (ma ben considerati negli alti livelli mediatici e “politici”) ambientalisti o antimafia, ma da Pinuccio di Striscia la Notizia. Questi alcuni passaggi del suo post su facebook. “è il quinto incendio in tre anni che si innesca dalla discarica. Questo tra i cinque, poi, sembra tra quelli più gravi, con lingue di fuoco altissime che durante tutta la notte hanno incenerito diversi metri cubi di 'monnezza', sprigionando fumi che sicuramente non fanno bene alla salute. Quello delle discariche che vanno a fuoco da sole è un problema che siamo ormai abituai ad ascoltare quasi quotidianamente. I numeri ci dicono che dal 2014 fino alla fine del 2018 ben 136 impianti di trattamento rifiuti sono andati a fuoco e tra questi 31 discariche. Poi ci sono tutti i casi del 2019 che, seguendo le cronache, sono veramente tanti. La storia del Civeta inoltre ha altri contorni che si tingono di giallo, a partire dal fatto che il sito è oggetto di un sequestro giudiziario e che l'azienda che lo gestisce, sotto la quale sono avvenuti 3 dei 5 incendi, è controllata dagli stessi personaggi che in Puglia gestiscono discariche che ogni tanto vanno a fuoco, come successo a Deliceto (Fg) a luglio di quest'anno. La domanda che mi pongo è come un impianto che dovrebbe rispettare tutti gli standard di sicurezza possa andare a fuoco”.  Ricorda già molto, se non quasi tutto. E tanti interrogativi, indignazione, frustrazione sono sul tappeto. Prima questione, come già ha ampiamente documentato il Comitato in questi mesi: puzza, odori forti, già sono – acclarato in medicina, giurisprudenza e dottrina giuridica – sono fonte di malessere e già da loro bisogna tutelare la salute pubblica. Non c’è bisogno di una nuova Seveso o una nuova Bhopal perché chi di dovere si debba muovere … Tanti interrogativi cadono nel silenzio, sindaci che lanciano crociate per concerti e simili tacciono da sempre, il Comitato e solo un altro movimento politico incalzano da mesi su videosorveglianza, monitoraggio dell’aria e altro. Riportarli tutti è impossibile. Ma alcune domande, riprendendo anche quel che scrive Pinuccio sulle discariche pugliesi con lo stesso gestore (assunto alle cronache nazionali per un “dolce” fatto di cronaca            giudiziaria …), dovrebbero dominare su tutto “perché il consorzio si trova in questa situazione?  Perché c’è un gestore privato e come hanno fatto a caricarsi un personaggio con il curriculum che ha? Perché e cosa hanno portato aziende di altre regioni (soprattutto campane …), di cui si trovano notizie che non fanno stare troppo tranquilli cercando sul web?”.

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