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Inceneritori, non si uccida il futuro dell'Abruzzo

E' inaccettabile la scelta dell'incenerimento in una Regione dove la raccolta differenziata è al palo, la malagestione sta trascinando in gravissime crisi e almeno 5 processi penali coinvolgono direttamente i consorzi stessi
7 luglio 2011 - Alessio Di Florio (PeaceLink Abruzzo e Ass. Antimafie Rita Atria)

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Inaccettabile. Non esiste altro termine di fronte al nuovo annuncio da parte della Regione Abruzzo di avviarsi verso l'incenerimento dei rifiuti. Vanno subito premesse alcune considerazioni. In Italia la termovalorizzazione (è l'Unione Europea che lo ha certificato in vari procedimenti d'infrazione verso l'Italia) non esiste, i vari impianti sparsi in tutto lo Stato sono puri inceneritori. Esattamente come Acerra in Campania, il progetto accennato l'altro giorno porta poi ad un paradosso clamoroso: la produzione di rifiuti regionali non sarebbe sufficiente per l'impiantistica prevista. C'è forse il proposito (nonostante "l'esonero" governativo) di tornare ad importare rifiuti dalla Campania? Vivremo forse nuove scene come non più tardi di due anni fa, quando di giorno arrivava "l'importazione regolare" e di notte decine di camion facevano il loro ingresso "clandestino" nelle discariche della Provincia di Chieti? Ultima considerazione preliminare: impianti come gli inceneritori richiedono una filiera di controllo imponente e puntuale, capace di un monitoraggio efficiente e continuo. Benissimo, tutto questo in Abruzzo non è possibile. Non è possibile perché, dopo aver proclamato mesi fa che non deve più essere d'intralcio ai progetti delle imprese private e che anzi deve fornir loro servizi, la Regione Abruzzo sta decidendo di chiudere l'ARTA(Agenzia Regionale per la Tutela dell'Ambiente). La stessa Agenzia che in questi anni non è mai stata messa nelle condizioni di realizzare la rete di monitoraggio prevista nel Piano Regionale di Tutela della Qualità dell'Aria (oggetto nei mesi scorsi di una diffida di WWF Abruzzo, Arci Prov. CH, Ass. Civica Porta Nuova Vasto). Viviamo in una Regione dove, nonostante le richieste della stessa ARTA e gli allarmi della popolazione, le ciminiere (i cui fumi e i cui odori spesso coinvolgono una vastissima area intorno) di impianti come la "polveriera" di Casalbordino (uno stabilimento che lavora con materiale bellico, addirittura unico in Italia per alcuni processi di lavorazione) non hanno alcun monitoraggio.

Il Piano Regionale dei Rifiuti prevede che si possa procedere all'incenerimento soltanto dopo aver raggiunto almeno il 40% della raccolta differenziata (non giriamoci intorno, bruciare plastica provoca tumori sia se lo si fa nel caminetto di casa che in un impianto industriale). Oggi quel limite è lontanissimo (nonostante in realtà la legge nazionale preveda percentuali molto più alte) e la gestione dei consorzi versa in un gravissimo stato. Basta ripercorrere la cronaca di questi ultimi mesi (da Lanciano a Roseto) per rivedere scene di rifiuti per strada causate da sospensioni della raccolta. Nell'ultimo mese abbiamo assistito ad alcuni comuni del lancianese tornare all'indifferenziato per l'impossibilità di conferire l'organico in impianti abruzzesi, fino ad arrivare al caso di Catignano, dove si è visto aggiudicare l'appalto la Ecologica Sangro puntando esplicitamente sul conferimento indifferenziato in discarica. La gestione del ciclo dei rifiuti da anni (il Corpo Forestale dello Stato lanciò l'allarme già nel 2008) è dilaniata da pessime gestioni e infiltrazioni criminali. L'Abruzzo è terra di conquista di mafie e consorterie criminali varie, l'inchiesta Re Mida nel settembre scorso ha portato alla luce una vera e propria divisione coloniale tra Di Zio (e dai politici di riferimento come Di Stefano), Venturoni e Piccone (con l'inserimento della famiglia Stati) con la costruzione degli inceneritori tra i motori di quella che è stata definita una guerra tra bande. Ma c'è dell'altro. Perché, ad oggi, almeno 5 inchieste penali coinvolgono direttamente la gestione del ciclo dei rifiuti e altre stanno perseguendo varie condotte criminali, tra le quali anche rifiuti tossici che hanno inquinato falde acquifere (Bussi e Lanciano). In uno scenario del genere abolire il tetto minimo del 40% (come sicuramente saranno costretti a fare) e consegnare i territori all'incenerimento è la certificazione finale del fallimento della classe politica e della gestione del ciclo dei rifiuti. Affidare alla stessa classe politica, ai dirigenti degli stessi consorzi vicini al collasso definitivo, la costruzione e la gestione dei futuri inceneritori è uno scenario inaccettabile. Come può il Comune di Cupello, che ospita l'impianto del CIVETA oggetto negli anni scorsi di una "gestione quasi senza regole" (sono parole testuali del commissario regionale ad acta Marco Famoso), candidarsi per un inceneritore che verrebbe costruito con la ricoversione dell'impianto del CIVETA stesso(così come proposto da una delibera del consiglio comunale di Cupello del 2010)?

Nei mesi scorsi, dopo le due inchieste giudiziarie che in un mese e mezzo coinvolsero esponenti della Giunta Regionale Abruzzese, si è già scritto che in Abruzzo domina "Un coacervo di illegalità e di devastanti speculazioni che, anche quando nel limite della legalità, minaccia costantemente la salute dei cittadini e il territorio", titolando che in Abruzzo sta esplodendo una Sodoma ambientale. L'incenerimento dei rifiuti sarebbe l'istituzionalizzazione definitiva, la consacrazione totale, di Sodoma, i cui costi sociali, economici e (probabilmente) anche sanitari continueranno a pagarli soltanto i cittadini contribuenti.

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