Conflitti

Che le immagini parlino da sole

Detesto essere definito un reporter di guerra. Prima di tutto perché ha l'amaro sapore d'averci fatto il callo. E in secondo luogo perché non si può raccontare una guerra senza conoscere le politiche che le soggiacciono.
27 aprile 2011
Robert Fisk
Tradotto da Irene Barbera per PeaceLink
Fonte: The Independent - 02 aprile 2011
Avrebbero forse potuto Ed Murrow o Richard Dimbleby narrare la seconda guerra mondiale non capendo la politica di pacificazione di Chamberlain o l'annessione austriaca di Hitler? O James Cameron - il cui lavoro sulla Korea è spettacolare - potuto registrare dal vivo il test d'esplosione di un'atomica senza conoscere la guerra fredda?

Una forma pacifica di condanna dei bombardamenti in Libia

Dico spesso che i reporter debbano essere neutrali e imparziali dal lato di coloro che soffrono. Se ti occupi del commercio degli schiavi nel XVIII secolo non darai lo stesso spazio al capitano della nave che li trasporta. Durante la liberazione da un campo di sterminio non darai lo stesso spazio alle SS. Quando la jihad islamica palestinese ha spazzato via una pizzeria piena di bambini israeliani a Gerusalemme, nel 2001, non ho dato equo spazio al portavoce della jihad islamica. Nel massacro di Sabra e Chatila a Beirut nel 1982, non ho dato equo spazio all'esercito israeliano che ha assistito alle uccisioni e alle atrocità commesse dai propri alleati libanesi. Ma la televisione ha priorità differenti. "Al Jazeera English" - opposta alla versione in arabo - cerca di aggiustare il tiro. Occasionalmente appaio su Al Jazeera e i suoi reporter sono amici miei. Ma dice chi sono i cattivi, parla chiaro e mette alla berlina la solitamente pusillanime BBC. La cosa che mi sconcerta è la qualità dei servizi. Non le parole. Ma le immagini.

In Tunisia e in Bahrain, spesso dividevo l'auto con James Bays di Al Jazeera (sì un mio amico, e sì viaggiavo a sue spese), e fui affascinato dal modo in cui si allontanasse dalla macchina fotografica dicendo "Ti lascio guardare la scena per un attimo" poi scomparendo e lasciandoci guardare decine di migliaia di egiziani rifugiati al confine tunisino o decine di migliaia di dimostranti Shia con le loro bandiere Bahraini sulla rotonda di Pearl (la cui perla è stata distrutta dal re come in un rituale rogo di libri).

Le immagini parlano. Il reporter fa un passo indietro (si vedono all'opposto i bambini che salutano dalle riprese della BBC) e l'immagine racconta la storia. Bays si occupa dell'avanzata dei ribelli e della ritirata costante dalla Libia occidentale - ritirata peggiore che quella compiuta nel deserto libico negli anni '40 dai generali Wavell e Klopper - ma ancora si allontana dalle immagini e ci lascia vedere il caos di panico e paura sulla strada di Ajdabiya. "Vi lascio guardare con i vostri occhi" e per dio lo fa! non sono sicuro che questo sia il giusto metodo per raccontare la guerra. Potresti narrare la caduta di Berlino del '45 senza il Generale Zhukov? O il giugno del '40 senza Churchill? Ma infine si deve prendere una decisione. Quando Dimbleby riporta il rogo di Amburgo - "Tutto ciò che vedevo davanti a me era un grande bagliore di luce nel cielo", espressione che continua a perseguitarmi - si ha bisogno delle sue parole. Come abbiamo avuto bisogno dei commenti di Ed Murrow che avrebbe voluto allungare il cavo "quel tanto che bastasse" a consentire ai londinesi di ammassarsi per proteggersi davanti a St-Martin-in-the-Fields durante il Blitz.

Ma c'è qualcosa di indelebilmente commovente in un servizio fotografico senza reporter. L'eurovisione lo fa spesso - "senza parole" si chiama così - e mi chiedo se non sia il presagio di un nuovo tipo di giornalismo. John Simpson ha tentato di farlo in BBC prima della caduta di Kabul nel 2001, ma ha usato un metodo differente. Ha autorizzato il pubblico a guardare le immagini scattate dal suo staff. Sono diventate parte del dispaccio mentre si muoveva di scena in scena, e lentamente abituano all'idea di uno staff di quattro uomini che partecipano direttamente alla storia, come il reporter stesso. Sono completamente a favore di questo. L'idea che dovremmo annuire - laddove il reporter dopo una lunga intervista annuisce significativamente al suo intervistato da tempo andato via - è ridicola. E ritorniamo indietro per un momento, la smetteranno, i reporter di gesticolare come attori che cercano di spiegare il proprio Shakespear a un teatro annoiato?

Bays usa l'ancora un po' le sue mani - e ho notato di averlo fatto anch'io su Al Jazeera qualche giorno fa - ma più spesso per invitare l'audience a guardare a qualcosa che ha già notato. Una volta ho scritto che non si può descrivere un massacro su carta stampata senza usare il linguaggio della medicina, e ho paura che la televisione (persino Al Jazeera) non trasmetta il pieno orrore delle atrocità. Il divieto di mostrare i morti - nel momento in cui noi giornalisti li vediamo in tutto il loro orrore - mi è sempre sembrato scorretto. Se i governi intraprendono la guerra (quanti hanno visto immagini di morti in Libia dopo i raid della coalizione di questa settimana? Risposta: zero), dovremmo poter vedere il vero volto della guerra. Per il momento guardo Al Jazeera, tengo d'occhio il mio amico James Bays e prego che non debba tirarsi indietro mai più. E che, anche dopo quest'articolo, mi lasci viaggiare nella macchina del suo staff.

Tradotto da Irene Barbera per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Titolo originale: "Let the images of war speak for themselves"

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