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L'Europa privatizza l'alfabeto dei computer

Il Consiglio europeo vara una norma che consegna l'informatica alle grandi compagnie. L'Italia si astiene e avalla
11 marzo 2005 - Stefano Bocconetti
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

E' esattamente come se qualcuno - il più furbo, il più forte, fa lo stesso - una mattina si svegliasse e decidesse di "brevettare" le lettere dell'alfabeto. La "a", la "b" e via via le altre. A quel punto, bisognerebbe pagare qualcosa per ogni frase detta o scritta. Pagarla a quel "furbo" o a quel potente. E sarebbero in pochi, allora, a poter parlare. Non è una buona regola giornalistica, si sa, ma una volta tanto si può fare un'eccezione e cominciare con una metafora: in questo caso calzante, calzantissima. Perché in Europa, nel vecchio continente, con le più antiche università del mondo, sta accadendo proprio questo. L'altro giorno, il Consiglio dei ministri della Ue ha varato una direttiva sulla brevettabilità del software, dei programmi. Col risultato che ci sarà qualcuno "proprietario" dell'alfabeto. Il Consiglio l'ha fatto in spregio a qualsiasi logica e a qualsiasi regola di comportamento. In spregio al Parlamento, agli Stati appena arrivati nell'Unione (la Polonia è ultracontraria), in spregio a due milioni di firme raccolte fra gli utenti (la più corposa petizione popolare europea): tutti avevano chiesto di aspettare un attimo. Di riflettere un po' più approfonditamente. Inutile. Il Consiglio dei ministri - con l'astensione italiana - ha deciso di rendere operative quelle norme.

Che ricalcano esattamente quelle in vigore negli Stati Uniti. Lì (ma fra un po', probabilmente, anche qui da noi) si arriva al punto che si mettono sotto copyright gli algoritmi e le stringhe. Ne più, né meno che l'alfabeto informatico. Fra un po' anche da noi, insomma, si arriverà all'assurdo che un programmatore, uno sviluppatore non potrà più inventare nulla. Perché per farlo dovrà partire dai programmi esistenti per modificarli, ampliarli, riscriverli. Ma non ci sarà nulla da fare: il brevetto apparterrà sempre e solo al proprietario del software iniziale.

Tradotto, esattamente come è avvenuto negli States: sarà la morte per decine di migliaia di piccole imprese sviluppatrici, le softhouse, che solo in Italia significano cinque, sei mila posti di lavoro. Tradotto significa che l'amministrazione comunale non potrà "adattare" il programma, che pure ha pagato centinaia di migliaia di euro, per scrivere - chessò? - i turni dei propri dipendenti, se non pagando altre centinaia di migliaia di euro. Tradotto: significa, esattamente come sta già avvenendo negli Stati Uniti, che metteranno un ostacolo insormontabile allo sviluppo dell'open source. Quel sistema che sì garantisce un giusto reddito a chi progetta un programma, con l'impegno però a far utilizzare a tutti i risultati raggiunti. Che possono essere ulteriormente ampliati. Un sistema che ha permesso a paesi come il Brasile di recuperare il gap informatico con gli Usa, che permette ad interi land tedeschi, a paesi come la Finlandia di non essere dipendenti da Microsoft. Ma lì, negli Stati Uniti qualcuno, dopo quasi quindici anni che esiste Linux - appunto il sistema open source per definizione - è andato a scoprire che un pezzo, un pezzo minuscolo del sistema operativo libero, era stato preso da un altro sistema. Brevettato anche se abbandonato. E sono cominciate le cause. Esattamente come cominceranno anche in Europa.

Gli unici a guadagnarci da questa vicenda, insomma, saranno i grandi gruppi. Bill Gates. Che in America ha fatto proprio così: ha minacciato cause legali contro qualcosa come diecimila piccole aziende produttrici di software. Cause che non sono mai neanche iniziate: solo Microsoft avrebbe potuto permettersi le spese legali. Le softhouse si sono arrese subito, immediatamente. E hanno ceduto i diritti per quattro soldi a Bill Gates. Che oggi è l'uomo più ricco del mondo.

Lo stesso, probabilmente, avverrà nel vecchio continente. Probabilmente, non sicuramente. Perché la direttiva - che tecnicamente è del tipo "a-item" e che cioè non ha bisogno di ulteriori discussioni fra i ministri - deve comunque passare al vaglio del Parlamento. Si tratta, però, della seconda lettura. E per essere emendato, il testo ha ora bisogno della maggioranza dei due terzi. Seconda lettura, si diceva. Già l'anno scorso, infatti, la proposta di delibera - presentata da una commissaria laburista irlandese, paese dove Microsoft ha accordi di partnership per centinaia di migliaia di dollari - era stata talmente emendata, da suggerirne la completa riscrittura. Proposta di sospensione - spiega Fiorello Cortiana, senatore verde, uno dei più attivi sul tema - avanzata da un larghissimo fronte bipartisan. Tesi di fatto accolta dalla Commissione giuridica europea che con una sola astensione aveva chiesto di riscrivere tutto l'impianto della delibera. Tesi rafforzata da due milioni di firme (raccolte in Italia dalle organizzazioni Linux ma anche da associazioni come La rete del Secolo, e tante altre). E ancora, qui nel nostro paese: tesi avvalorata dalle firme di settanta senatori, molti anche di maggioranza, raccolte da Cortiana. Tesi che in un primo momento sembrava addirittura aver contagiato anche il governo Berlusconi. Tanto che il ministro Stanca ha scritto una lettera chiedendo di soprassedere al provvedimento. Invece, l'altro giorno, l'Italia s'è astenuta. E in Consiglio dei ministri l'astensione non conta, interessa solo a chi redige i verbali. l'Italia, insomma, ha fatto passare quella norma. Forse perché - come spiega Arturo Di Corinto, professore e esperto di questi temi - «l'avallo a questa norma serve all'Italia come moneta di scambio per qualcos'altro». Magari nella trattativa per i parametri di Maastricht. E il risultato di questo sarà che qualcuno brevetterà l'alfabeto. E diventerà quasi impossibile "parlare".

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