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Contrappunti

La loro Internet

Trusted computing, DRM ma anche traffico gestito a monte dai provider: non stupisce che oggi coloro che cercano di tirar fuori denaro da ogni singolo bit in rete siano gli stessi che la rete l'hanno sempre temuta
28 febbraio 2006 - Massimo Mantellini

Roma - Le ultime settimane hanno offerto numerosi spunti per sottolineare come esista un fronte di utilizzo della tecnologia, compatto e assai rappresentato, orientato contro gli interessi degli utilizzatori finali. Basti pensare alla ampia e fino ad ora tutto sommato sotterranea problematica dell'utilizzo dei sistemi di "trusting" sui computer di prossima vendita (di cui PI sta da tempo seguendo l'evoluzione con articoli tecnici molto puntuali).

Veniamo da dieci anni nei quali siamo stati abituati ad opzioni di libertà molto ampie che spesso sono state mediate dalla tecnologia. Gli utenti tecnologici si sono - per così dire - "abituati bene". Abbiamo imparato prima a doppiare VHS, poi a masterizzare dati sui PC, infine a condividere file in rete. Attraverso Internet, molte singole persone hanno iniziato a diffondere informazioni o a produrre contributi originali, in formati e modalità molto variabili, ma certamente differenti rispetto a quelli ai quali ci aveva abituato il mercato di massa.

Veniamo insomma da un periodo di utilizzo della tecnologia informatica "nonostante" il mercato che le era preesistente. Spesso per vie parallele, qualche volta in palese opposizione all'ambiente economico stesso. Il quadro che si è creato e l'accelerazione che la tecnologia ha dato a nuove forme di libera espressione sono oggi riconosciuti da tutti. E tutti, da un certo punto di vista, vorremmo che simili opzioni di comunicazione e scambio non venissero ristrette in alcuna maniera.

Questo lo scenario generale, descritto fino ad ora senza tener conto delle dinamiche e degli interessi del mercato. Che già da un po' di tempo bussa insistentemente alla porta di Internet e della tecnologia in generale.

Personalmente non ho nulla contro il mercato, specie quando i soggetti che lo abitano si accorgono che il contesto generale sta mutando e che nuovi progetti e nuove prospettive vanno immaginate e messe in pratica. Tuttavia è certamente vero che molte grandi aziende coinvolte, volontariamente o meno, nella grande trasformazione del "contesto" economico e sociale guidata dallo sviluppo di Internet (mi riferisco alla grande imprenditoria multinazionale dell'intrattenimento, alle società editoriali ed ai giganti delle telecomunicazioni) oggi continuano a scegliere di innovare poco, dedicandosi preferibilmente ad un utilizzo della tecnologia (oltre che dei propri presidi legali) per tutelare i propri diritti preesistenti. Al centro dei loro pensieri ci sono oggi acronimi come DRM, TPM, QOS, che per gli addetti ai lavori saranno anche pane quotidiano ma che per gli utenti significano, tutti assieme, un'unica semplice idea: tecnologia applicata al controllo dei contenuti e dei servizi.

Secondo alcune recenti stime, fra 20 anni il 90% dei testi letterari disponibili per l'acquisto arriveranno a noi in formato elettronico. Oggi i libri sono invece in gran parte ancora fatti di carta, colla ed inchiostro e le biblioteche pubbliche, uno dei pochi presidi rimasti della "circolazione del sapere" prima di Internet, sono tutelate da esili leggi e scricchiolanti finestre di "fair use". Tali piccole ma importanti "eccezioni" sono quelle che ci consentono di entrare in biblioteca, prendere un libro sotto copyright e portarcelo a casa per leggerlo gratuitamente prima di riconsegnarlo per consentire a qualcun altro di fare lo stesso. Quando tutti i libri conterranno un DRM imposto dall'editore, chi garantirà la circolazione libera della conoscenza? Gli editori stessi? Verrebbe da chiedersi perché mai dovrebbero. Non sono io a pormi simili domande: quelle appena citate sono preoccupazioni espresse dal direttore della British Library giusto qualche settimana fa. L'incubo prossimo venturo della tecnologia come mezzo per ridurre la circolazione del pensiero.

Di esempi analoghi se ne possono fare oggi a decine. La tecnologia, se usata in maniera troppo interessata, rischia di rendere la cultura ciò che fino ad oggi molto spesso non è stato: un gadget a pagamento destinato solo a quanti potranno permetterselo.

Qualche giorno fa leggevo con quale incredibile leggerezza uno dei principali ISP italiani, Libero, magnificava sulle proprie pagine web, la scelta della prioritizzazione dei pacchetti TCP/IP. Non trovo strano che ciò avvenga (Libero si avvale del resto, come immagino molti altri, di presidi tecnologici esistenti che rendono oggi i vari pacchetti di dati diversamente identificabili) ma mi pare ugualmente assai disdicevole che il mio eventuale fornitore di accesso alla rete decida per me se in un momento X della giornata debba avere la precedenza verso la "mia" connessione un messaggio di posta elettronica piuttosto che un file torrent. Chi si arroga il diritto di simili deduzioni?

I tecnologici, che sembrano talvolta persone dagli scarsi orizzonti ideali (e che forse talvolta, come tutti noi, lo sono davvero), ci dicono che tali pratiche di QOS (Quality of Service) sono oggi la regola per ciò che attiene alla gestione delle reti, che simili stratagemmi (se usati con criterio) garantiscono migliori collegamenti per tutti. Io, che tecnologo non sono, direi che tali formidabili idee che ottimizzano la banda dal lato del fornitore (riducendo le sue spese ben prima di elevare eventualmente la qualità del mio servizio) sono invece una minaccia concreta alla mia libertà di scelta in rete e rappresentano anche un pericoloso precedente, quando non una palese violazione contrattuale o una invasione della privacy.

Il catenaccio momentaneo che oggi Libero dichiara di mettere al P2P per consentirmi di scaricare la posta velocemente, domani potrà essere diversamente applicato per prioritizzare i propri servizi VoIP a pagamento, i propri pacchetti di IPTV a pagamento ed ogni altra piccola o grande opzione (sempre a pagamento) che il mio fornitore di connettività deciderà di propormi. Dopodomani potrà essere utile alle autorità per imporre agli ISP filtri e controlli (come già in questo sciagurato paese avviene) al traffico Internet. E non potrò nemmeno consolarmi spegnendo il computer per fare due passi verso la biblioteca comunale perché anche da quelle parti la musica sarà la stessa.

Internet in questo ultimo decennio è diventata un formidabile strumento di cultura e libertà a disposizione di chiunque e ciò è accaduto in funzione della sua neutralità architetturale. Non meraviglia che molti dei soggetti che oggi spingono per "analizzare" ogni singolo pacchetto di dati che la attraversa siano gli stessi soggetti che fino a ieri detestavano la rete. Gente che si sturba ad ascoltare parole come "condivisione", "libera circolazione delle idee", "cultura libera". Soggetti insomma che non sarebbero troppo addolorati nel vederla morire nel caso in cui non si trovasse la maniera di estrarre altro denaro da ogni suo singolo bit. Muoia - insomma - Sansone con tutti i filistei. Esattamente come sta iniziando ad avvenire, con buona pace dei tecnologici e delle loro tranquillizzanti analisi di qualità.

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