CyberCultura

Gilberto Gil e il software libero

8 luglio 2006
Giovanna Boursier
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

«Condivisione della conoscenza, acceso libero e uguale al sapere, eliminazione delle barriere culturali e delle mediazioni del potere»: parole che non è facile ascoltare nei palazzi della politica e che sorprendono ancora di più se pronunciate in un'aula della Camera. Eppure è successo al convegno sui Pontos de Cultura brasiliani aperto dal presidente Fausto Bertinotti che poi ha ascoltato, attentissimo, gli altri interventi. Oltre a Alessandra Tibaldi, Giovanna Melandri, Stefano Rodotà c'era anche il vulcanico ministro dellacultura brasiliano Gilberto Gil che è riuscito a trascinare la sala senza la sua musica ma con parole che da tempo non si sentivano.
Ad ascoltarlo anche giovani ricercatori, italiani e brasiliani, riuniti nella Sala della Lupa dove nel 1924 si ritirano i deputati aventiniani e, 12 anni dopo, fu proclamata la Repubblica. I Pontos de Cultura sono un'esperienza brasiliana che la Regione Lazio vorrebbe importare in Italia: qui si chiameranno Officine dell'Arte e, sostanzialmente, sono luoghi di cultura dove il sapere viene condiviso attraverso la rete. In Brasile esistono dal 2002 per aggregare i giovani e creare reddito a partire da un'economia solidale. Per questo i Pontos si collocano sul territorio, soprattutto nelle comunità più povere dove portano cinema, musica, teatro e dibattiti di ogni genere. Chi partecipa riceve il kit multimediale (telecamera, computer e mixer) e tutta la produzione viene messa in rete utilizzando esclusivamente software libero. L'idea, quindi, è quella di usare le potenzialità di internet fuori dai recinti che la stessa rete contiene, sfruttando il computer come strumento sorprendentemente utile a diffondere sapere. Quasi una sorta di alfabetizzazione con «gli strumenti del XXI° secolo dentro comunità che vivono ancora nell'800». Lo ha spiegato Gilberto Gil: «Quando chiamavamo i computer cervelli elettronici io cantavo la paura di vivere senza emozioni, nella notte dei numeri. Intravediamo un mondo più ricco dove la cittadinanza vince sulla tecnologia usando il computer come uno strumento rivoluzionario». Per una comunicazione libera e di qualsiasi tipo perché attraverso i Pontos gli indios vendono direttamente i loro prodotti artigianali e culturali, compresi i diritti di autore di cui non sapevano nulla.
È il governo brasiliano a far proprio il software libero, ha spiegato Gil, a favore di «una cittadinanza globale e di libertà reali di produzione». Per questo Stefano Rodotà ha parlato di «un antidoto contro il riduzionismo della democrazia e la partecipazione ingannevole dei cittadini» normalmente coinvolti solo come consumatori alla fine dei processi.
Così, invece, la conoscenza non è più «recintata, diversamente da quanto accade persino con quella di massa dei Mondiali dove comunque alcune partite le vede solo chi paga». Per questo, ha concluso Gil, bisogna lavorare con la cultura hackers: «Io, ministro del governo brasiliano di Lula, lavoro ispirato dall'etica hackers». In Brasile lo fanno davvero. In Italia si vedrà. Adesso quattro ricercatori partono per il Brasile per allargare un'esperienza che indubbiamente sovverte e lascia spazio all'immaginazione. Come ha raccontato Claudio Prado, assistente di Gil: «In Brasile per un progetto culturale arrivavano al ministero due buste, una con la parte burocratica e una con i contenuti. Si apriva la prima e, solo sefunzionava, si leggeva la seconda. Con i Pontos abbiamo fatto il contrario e, visto che il ministero era pieno di burocrati, li abbiamo messi al lavoro. E anche questa è stata una piccola rivoluzione perché i burocrati, che non erano abituati, si sono messi a lavorare e si sono appassionati. Con una dimensione di allegria». E anche questo è importante: «Lo spirito hippies - ha concluso Prado - io e Gil siamo anche hippies».

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