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Salvagenti per Telecom

Premono 41 miliardi di debiti e si cercano soluzioni per l'ex monopolista scalata due volte in pochi anni. La salvezza potrebbe trovarsi dentro il patto di sindacato del Corriere della Sera. L'altra soluzione è separare l'infrastruttura telefonica dalla gestione dei servizi. Modello British Telecom, in salsa partecipazioni statali.
27 luglio 2006 - Franco Carlini
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Salvate Telecom Italia. Questa sembra la partita non nominata, ma in sottofondo, dei sommovimenti avvenuti nel patto di sindacato e nel governo del gruppo Rcs-Corriere della Sera. Il salvataggio è necessario perché la massa di debiti accumulati nella scalata di Tronchetti Provera è enorme e i pur ragguardevoli flussi di cassa, assicurati specialmente dall'operatore mobile Tim, servono essenzialmente per pagare gli interessi sul debito, non per ridurlo. Nello stesso tempo è fallita la collocazione in borsa di Pirelli Tyre dato che di questi tempi i pneumatici, stranieri come italiani, non sembrano allettare nessuno, mentre Tronchetti Provera contava di ricavare da lì quei miliardi che gli servono per pagare i soci in uscita da Olimpia. Ad aggravare la situazione è il vento tlc europeo e italiano, che segnala come inevitabile una riduzione ulteriore dei margini di guadagno sulla telefonia vocale e comunque chiede agli operatori dominanti di aprirsi di più alla concorrenza. La quale peraltro, specialmente in Italia, ha messo nel mirino gli «abusi» di Telecom Italia; lo hanno fatto gli Internet Provider, gli operatori concorrenti come Fastweb e di recente Vodafone, a proposito della confluenza tra telefonia fissa e mobile. La pressione dunque è fortissima, mentre il titolo resta bloccato attorno ai 2 euro; gli osservatori dicono che quando scendesse ancora a 1,8 la minaccia di una scalata straniera sarebbe realistica (e sarebbe il quarto passaggio di mano dalla privatizzazione di Telecom Italia a oggi).
In questo quadro un'ipotesi esplorabile (e anticipata il 29 giugno su queste pagine, vedi link1) è quella di usare una fichefinora tenuta in sordina, la rete televisiva La7. Il quadro di governo, con la riforma imminente della legge Gasparri, annunciata dal ministro Gentiloni, è infine favorevole allo sviluppo di un terzo polo editorial-televisivo robusto e concorrente, della qual cosa non si può che essere contenti. Ma servono nuovi capitali e perché non chiederli allora al gruppo Rcs, dove Pirelli figura con un suo 4,8 per cento? Nella recente riunione del patto di sindacato, Tronchetti Provera è tra quelli che ha spinto per il ridimensionamento (vedi allontanamento) dell'amministratore delegato Colao. Forse perché questi non giudicava matura né industrialmente valida l'avventura televisiva? E' possibile.
Va notata anche la prontezza con cui nei giorni scorsi Tronchetti Provera ha voluto precisare che i suoi rapporti con Murdoch (Sky) riguardano solo l'acquisto di diritti televisivi da riversare sulla internet tv Alice e sui cellulari multimediali. Se invece le trattative sbocciassero in un ingresso di Sky in Telecom (a qualche livello della catena di controllo), allora scatterebbe l'obbligo di liberarsi della 7, per motivi di concentrazione. Sarebbe tuttavia un'operazione finanziaria magistrale: un nuovo socio in Telecom, con capitali freschi, e un ulteriore incasso dalla vendita della 7 a Rcs. Col che i problemi di finanza dell'ex monopolista potrebbero essere a soluzione. Alla televisione numero 7 guarda comunque anche il gruppo espresso, e questo spiegherebbe sia l'animosità della Repubblica, sia l'ansia di alcuni soci di Rcs.
Telecom Italia è senza dubbio un patrimonio nazionale. Secondo il professor Carlo Mario Guerci «il fatturato della sola Telecom Italia è pari al 2,4% del Pil nazionale» ma se si guarda al suo impatto generale (con l'indotto), esso arriva a 47,8 miliardi di eur,o equivalenti al 3,75% del Pil. L'occupazione generata, poi, arriva a 378 mila addetti. I dati provengono da una ricerca dell'osservatorio Thinktel ( link 2).
Il suo patrimonio è costituito in larga misura dall'eredità delle vecchia Sip e Stet (che erano aziende di stato) e consiste nell'arrivare con i suoi cavi di rame nelle case degli italiani. A questo si è aggiunto il dinamismo della mobile Tim, che detiene il 43 per cento del fatturato cellulare italiano (Vodafone 33, Wind 19, H3g 5). Dunque un suo tracollo sarebbe un guaio e la scalata da parte di imprese straniere (per esempio la spagnola Telefonica) verrebbe considerata un insulto nazionale, tanto più considerando che l'italiana Omnitel venne ceduta ai tedeschi e poi all'inglese Vodafone nelle scalate di Colaninno, che Enel ha ceduto Wind a un investitore egiziano e che H3g è cinese. Qui non c'entra il nazionalismo, ma la banale considerazione che le tecnologie della comunicazione integrata e convergente sono uno dei fattori strategici di successo già ora e negli anni a venire.
Allora come salvarla, prima che i 40 miliardi di debiti la collassino? Una strada, si è detto, è quella Rcs più la 7, ma ce n'è un'altra almeno teoricamente possibile, quella dello scorporo dell'infrastruttura di rete dai servizi. La quale rete fissa dovrebbe valere, secondo la contabilità europea 14 miliardi, ma potrebbe persino raddoppiare: «se qualcuno ha 30 miliardi da darci glie la vendiamo subito» scherza un dirigente.
Verso una soluzione del genere puntano due elementi: da un lato la commissaria europea Viviane Reding che, analogamente a quanto avviene in Inghilterra, suggerisce appunto una qualche separazione tra rete e servizi. In Italia la relazione dell'Autorità per le Comunicazioni (Agcom, link 3), appena letta dal suo presidente Corrado Calabrò, si attesta su una posizione più leggera: «Occorre fare un passo avanti sulla strada della separazione tra servizi regolati e non regolati, agendo sulla funzione di governance e di controllo indipendente», ma questo sarebbe bene che avvenisse non per imposizione ma per spontanea collaborazione di Telecom Italia e «varrà sicuramente a togliere asprezza al contenzioso ingeneratosi tra l'operatore dominante e gli operatori alternativi», come per esempio la recente denuncia di Vodafone contro Telecom ( link 4).
Il secondo elemento è il fatto che le reti di nuova generazione, tutte basate sul protocollo Ip (vedi pezzo qui a fianco) e comunque a larga banda, richiedono nuovi onerosi investimenti. Chi li farà? Telecom Italia da sola non sarà in grado. Da qui la possibilità di riproporre una rete pubblica (o semipubblica) che garantisca il nuovo servizio universale e che sia agnostica, cioè imparziale, rispetto a tutti i concorrenti. Alla fin fine, lo ha detto anche Tommaso Padoa Schioppa, l'esperienza migliore delle vecchie partecipazioni statali non era tutta da buttare ed è stata un volano della crescita industriale italiana (persino quando vendeva sottocosto il lamierino alla Fiat per fare automobili).

Link1: http://mobidig.blog.dada.net/permalink/266529.html
Link2: http://www.thinktel.org
Link3: http://www.agcom.it
Link4: http://mobidig.blog.dada.net/permalink/270213.html

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