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Come pagare le tasse e fare un favore a Bill Gates

Esposto contro l’Agenzia delle entrate che vorrebbe imporre Windows agli utenti
14 settembre 2006 - Stefano Bocconetti
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Una metafora per capire di cosa si tratta. Metafora un po’ complicata, magari non proprio immediata ma calzante. Dunque, ci sono molte persone obbligate ad andare da Roma a Milano. E debbono andarci con la propria auto. Chi decide - lo Stato, il governo o chiunque altro - pensa bene di dare una mano fornendo un po’ di benzina. Assieme a questo però, vara una legge per obbligare gli automobilisti a spostarsi solo su vetture Fiat. O al massimo, dopo un ricorso, anche con auto Renault. Queste due marche e basta. Tutti gli altri non potranno mettersi in moto, non potranno usare la propria macchina. Di qualsiasi marca sia. Tanto meno se è un’auto ecologica, magari elettrica.
Fine della metafora ma non fine del paradosso. Perché l’agenzia delle entrate, l’ufficio delle tasse insomma, sta facendo esattamente questo. Di che si tratta? Tutto comincia col decreto Bersani, quello che ha riempito i giornali all’inizio dell’estate. Decreto modificato, dopo le proteste corporative dei tassisti, e il quattro agosto varato nella sua formulazione definitiva. Fra le tante cose quel provvedimento stabilisce anche che i titolari della partita Iva dovranno pagare le imposte solo per via telematica. Solo attraverso un computer e un modem. E lo dovranno fare fra poco, dal 1° ottobre.

Già questo è singolare visto che negli altri paesi europei i servizi informatici non sono sostitutivi di tutto il resto (in Danimarca, insomma, si può pagare tutto on line ma volendo lo si può fare anche ad un ufficio postale) ma forse è il prezzo da pagare per una modernizzazione dell’apparato. Il problema, insomma, non è qui, non è solo qui. La cosa più grave è che l’agenzia delle entrate, quella a cui si verseranno i soldi on line insomma, ha subito predisposto un software ad hoc. Software che non si paga, viene rilasciato gratuitamente. Appunto, la benzina della metafora. Solo che quel programmino, senza il quale non si possono pagare le tasse, «gira» - funziona - solo se il proprio pc utilizza il sistema operativo Windows. Quella di Microsoft. In realtà, il software ora gira anche su Mac ma solo perché la Mela, appena sono circolate le prime informazioni sul decreto, ha presentato un ricorso. Così i tecnici dell’agenzia sono stati costretti a renderlo «mac-compatibile» in quattro e quattr’otto.

Ma appunto è come se il governo obbligasse gli automobilisti a viaggiare solo con vetture Fiat. O al massimo, dopo un ricorso, anche le Renault. Punto e basta. Gli altri, tutti gli altri, ne sono fuori. Il che, se le cose non cambieranno, significherà che chi vuole pagare le tasse sarà costretto a comprarsi un sistema operativo. Magari un Windows Xp professional, 480 euro, un sistema che fa acqua da tutte le parti. Come è stato costretto ad ammettere lo stesso colosso di Redmond che infatti da molti anni annuncia una nuova versione che comunque non arriva mai.

Se le cose non cambieranno, si diceva. Sì, perché ieri è stata presentata dall’avvocato Luca Maria Ferretti alla Procura di Roma un esposto denuncia. Lo stesso inviato all’autorità garante della concorrenza. L’ha firmato il consigliere regionale del Friuli, Alessandro Metz, verde. Una denuncia ai giudici, dunque. Misura necessaria perché - come hanno detto i due ieri in una conferenza stampa nella sede del Linux club di Roma - un provvedimento come quelle delle agenzie delle entrate sembra violare non una norma qualsiasi, quegli errori tecnici che si modificano rapidamente in consiglio dei ministri, ma sembra violare un preciso dettato costituzionale. Quella che obbliga la pubblica amministrazione a garantire sempre e comunque efficienza e trasparenza. Di più: per l’avvocato le scelte dell’agenzia prefigurano una vera e propria «violenza privata».

In ogni caso, però - anche questo è stato detto ieri - non sarà la via giudiziaria a risolvere il problema. Perché una delibera del genere rivela soprattutto una scelta. Una scelta politica (per altro in aperto contrasto con quello che c’era scritto nel programma dell’Unione): quella di privilegiare sempre e comunque il software proprietario. A dispetto dell’open source, di quei sistemi a codice aperto che non costano, o costano molto meno. E che comunque sono riutilizzabili, adattandoli alle proprie esigenze. Alle esigenze della pubblica amministrazione. Il problema, insomma, non sarà risolto da un giudice. O non solo da un giudice. Ecco perché Alessandro Metz assieme a tanti altri (ad esponenti del mondo della cultura, delle imprese - che ormai a migliaia utilizzano i più sicuri sistemi open source - ma soprattutto assieme a tanti esponenti dell’informatica libera) hanno scritto una lettera aperta a Bersani. Vorrebbero sapere che s’è trattato di una svista, di un errore, di una superficialità. O se c’è qualcosa di più. Di più grave.

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