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Tecnologia & Scienza

Lotta alla censura, Google dice no. Gli azionisti votano come i vertici

Le due proposte contro le limitazioni alle libertà di pensiero da parte dell'azienda sono state respinte quasi all'unanimità
14 maggio 2008 - Francesco Oggiano
Fonte: Divisione La Repubblica
Gruppo Editoriale L’Espresso Spa - 13 maggio 2008

GLI AZIONISTI, alla fine, hanno obbedito alla dirigenza. Giovedì scorso, all'annuale assemblea di Google, il consiglio di amministrazione è stato rieletto in blocco e le due proposte in favore di una lotta alla censura da parte dell'azienda sono state respinte quasi
all'unanimità. Gli azionisti del colosso americano delle ricerche su internet hanno seguito le
indicazioni della direzione, che suggeriva di votare contro le due proposte scomode avanzate
da singoli membri dell'azionariato. La prima chiedeva l'introduzione di norme per impedire la
collaborazione attiva con la censura attraverso il filtraggio dei risultati delle ricerche; la
seconda la creazione di una Commissione per i diritti umani, con l'obiettivo dichiarato di
combattere legalmente le pressioni esercitate dalle autorità locali dei Paesi in cui opera
Google, con riferimento particolare alla Cina.
Nel corso della votazione, però, l'elemento rilevante è stata l'astensione di Sergey Brin, il co-
fondatore assieme a Larry Page del colosso di Mountain View. "Condivido lo spirito della
proposta - ha precisato Brin - ma non la forma in cui è stata scritta". Proprio lui, genietto nato
in Russia ma naturalizzato americano, che ammise che Google, collaborando attivamente
con le autorità censorie, aveva tradito i suoi valori etici e aziendali, ora si astiene dal voto e
tenta di difendere la linea aziendale. Google, secondo Brin, sta già contribuendo alla
trasparenza dell'informazione in Cina, permettendo l'accesso universale all'informazione.
L'approvazione di una simile proposta, secondo i dirigenti, comporterebbe solo la chiusura
totale della versione cinese di Google.

È stata la stessa Amnesty International, l'organizzazione mondiale per il rispetto dei diritti
umani, a presentare per bocca del suo dirigente Tony Cruz la proposta avanzata dal
Comptroller, un fondo pensione di New York, che chiedeva di smettere di filtrare le ricerche.
"Sappiamo che non passerà - dichiara Amy O'Meara, responsabile di Amnesty - e tuttavia
questa può essere una buona occasione per far ascoltare le nostre denunce e per
condizionare pesantemente la dirigence di Google perché adotti provvedimenti drastici in
favore dei diritti umani".
La seconda proposta, quella che voleva la creazione di un Comitato per i diritti umani, è
invece opera dell'Harrington Investments, un gruppo di investitori californiani non nuovo a
queste iniziative. Jack Ucciferri, portavoce del gruppo, va giù pesante: "Constatiamo ancora
una volta come le compagnie tecnologiche abbiano una vaga idea delle politiche per i diritti
umani. E come continuino a violare frequentemente questi diritti".
Ma Brin ha la risposta pronta anche per loro. Evidenzia come il CdA dell'azienda stia
lavorando con i governi autoritari, per convincerli degli effetti negativi delle limitazioni delle
libertà fondamentali. Sottolinea le innovazioni anti-censura appena messe a punto da
Google, come l'avviso agli utenti che appare quando il risultato di un'interrogazione è filtrata.
Un metodo che è stato poi ripreso da Baidu, il principale motore di ricerca cinese.
Per ora, i 150 milioni di navigatori cinesi dovranno accontentarsi di un'informazione parziale.
Il Grande Firewall, o la Grande Muraglia, come è stata soprannominata, continua a filtrare
concetti come democrazia, libertà di stampa, diritti e pluralismo. I 30mila tecnici al servizio del governo continuano il loro lavoro quotidiano. Assistiti da raffinatissimi software che
permettono di rintracciare, filtrare, cancellare, modificare o bloccare informazioni ritenute
"sensibili", come la strage di piazza Tiananmen o l'invasione del Tibet, un attimo prima che
raggiungano gli schermi dei computer dei cittadini. E c'è chi, come Google, gli dà una mano.

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