Quando l’intelligenza artificiale entra nel genoma: chi governa il potere di modificare la vita?

Dall’esperienza di AI4PEACE a una nuova questione di responsabilità: quando l’IA incontra il genome editing, il problema non è soltanto ciò che la tecnologia può fare, ma chi governa il potere che essa rende possibile.
2 ottobre 2026
Dott.ssa Luisa Infante (giurista, bioeticista e filantropa)

Dott.ssa Luisa Infante

Dal 20 al 22 settembre 2026, a Roma, si è svolto AI4PEACE – Global Biennial Symposium & International Conference, dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale, diritti, governance e costruzione della pace.

In questo contesto la Dott.ssa Luisa Infante, giurista, bioeticista e filantropa, ha presentato la relazione “Algorithms of Life: AI in Genome Editing for Global Biological Peace”, portando al centro del dibattito una questione che riguarda una delle frontiere più delicate dell’innovazione contemporanea: che cosa accade quando l’intelligenza artificiale entra nei processi che possono incidere sulla biologia umana?

La domanda può essere formulata in modo ancora più diretto: se l’intelligenza artificiale aumenta il potere di intervenire sulla vita, chi governa questo potere?

Non è soltanto una domanda tecnologica.

È una domanda giuridica, etica e politica.

E riguarda il futuro di tutti noi.

Dall’ia al genome editing: una nuova questione di responsabilità

L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più profondamente nei processi attraverso i quali la scienza studia, interpreta e progetta la biologia.

Quando l’IA incontra il genome editing, il salto è particolarmente significativo.

Le tecnologie di editing genetico permettono infatti di intervenire con crescente precisione sul patrimonio genetico. La stessa Pontificia Accademia per la Vita sottolinea come l’espansione dello human genome editing apra straordinarie possibilità scientifiche e terapeutiche, ma anche importanti conseguenze etiche e sociali.

L’intelligenza artificiale può contribuire all’analisi di enormi quantità di dati biologici, all’identificazione di correlazioni, alla formulazione di ipotesi e al supporto di processi di progettazione.

Questo non significa che l’IA decida autonomamente il destino biologico delle persone. Significa però che il processo decisionale umano può essere sostenuto da sistemi sempre più complessi e potenti.

Ed è proprio qui che emerge una nuova questione di responsabilità.

Se una decisione capace di incidere sulla biologia umana viene sostenuta da un sistema algoritmico, la responsabilità non può dissolversi nella complessità della tecnologia. Deve rimanere riconoscibile.

Chi sviluppa il sistema?

Chi fornisce i dati?

Chi lo utilizza?

Chi prende la decisione finale?

Chi controlla gli effetti?

Sono domande giuridiche ed etiche prima ancora che tecnologiche.

Da questa prospettiva nasce la nozione che Infante propone di “responsabilità bio-algoritmica”: la necessità di mantenere chiaramente riconducibile all’essere umano la responsabilità delle decisioni nelle quali sistemi algoritmici intervengono su processi che possono incidere sulla vita e sulla biologia.

Non solo chi può farlo, ma chi può accedervi?

Esiste poi una seconda questione.

Chi potrà accedere alle tecnologie capaci di intervenire sulla biologia umana? Se le capacità offerte dall’IA e dal genome editing resteranno concentrate nelle mani di pochi Stati, grandi imprese, istituzioni o gruppi altamente specializzati, il problema non sarà soltanto tecnologico.

Potrebbe diventare un problema di giustizia biologica.

Le disuguaglianze del futuro potrebbero riguardare non soltanto l’accesso all’informazione, all’istruzione o alle cure, ma anche la possibilità di beneficiare delle tecnologie capaci di intervenire sulla biologia.

Per questo non basta chiedersi che cosa sia scientificamente possibile. Dobbiamo chiederci anche:

chi potrà accedervi, secondo quali regole, con quali garanzie e nell’interesse di chi?

La governance non può arrivare dopo l’innovazione. Deve accompagnarla.

Dalla governance dell’IA alla “pace biologica globale”

AI4PEACE ha posto una domanda generale: come orientare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale affinché possa contribuire alla pace, alla dignità umana e al bene comune?

La proposta di Infante parte da questa domanda e la porta dentro un territorio ancora più delicato: la biologia umana. Perché la pace non riguarda soltanto l’assenza di conflitti. Riguarda anche il modo in cui distribuiamo il potere, proteggiamo i diritti e condividiamo la responsabilità di modificare la vita.

Quando quel potere riguarda la possibilità di intervenire sulla biologia umana, la dimensione della pace assume una nuova profondità.

Per questo Infante parla espressamente di “pace biologica globale”: non come semplice assenza di conflitto biologico, ma come condizione nella quale il potere di intervenire sulla biologia umana sia accompagnato da responsabilità, trasparenza, giustizia e governance condivisa.

Non possiamo affidare queste decisioni soltanto alla scienza. Ma non possiamo nemmeno pensare che il diritto possa governare efficacemente queste tecnologie senza comprendere la scienza.

Servono invece dialogo e cooperazione tra scienza, diritto, bioetica.

È necessario costruire regole capaci di accompagnare l’innovazione senza bloccarla, ma anche di impedire che il progresso tecnologico proceda senza una corrispondente evoluzione delle responsabilità.

Una tecnologia al servizio della persona

La sfida, quindi, non è scegliere tra tecnologia e umanità.

È costruire una tecnologia capace di rimanere dentro una prospettiva umana. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento straordinario per la ricerca, la salute e il progresso. Ma proprio perché aumenta il nostro potere, ci obbliga a ripensare le nostre responsabilità. Il punto non è fermare l’innovazione. È orientarla. Fare in modo che il potere tecnologico sulla vita rimanga al servizio della persona, dei diritti e del bene comune. “Più potere sulla vita significa più responsabilità per la vita”, così Infante ha concluso la sua presentazione. E se questa responsabilità sarà condivisa, trasparente e governata a livello globale, allora potremo iniziare a parlare di una nuova dimensione della pace: la “pace biologica globale”.

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