Disarmo

Lista Disarmo

Archivio pubblico

l'editoriale

Una finanziaria di guerra o di pace?

9 luglio 2006
Mario Pianta
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Nonostante la disperata ricerca di riduzioni di spesa, era già chiaro dove le forbici di Padoa Schioppa non avrebbero comunque tagliato: la spesa militare. Le priorità dei governi precedenti in questo campo le ha illustrate il Sipri, l'Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, nel suo annuario appena pubblicato: con 27,2 miliardi di dollari l'Italia è al settimo posto nella spesa militare nel mondo; con 468 dollari per abitante supera la Germania (401), il Giappone (329) e la Russia (147). Tra la fine della guerra fredda nel 1990 e oggi la spesa militare italiana è raddoppiata (a prezzi correnti), restando intorno al 2 per cento del Pil, mentre quella della Germania ha dimezzato il suo peso dal 2,8 all'1,4 per cento del Pil.
Tra le voci che hanno fatto crescere la spesa militare italiana ci sono le missioni militari all'estero (un miliardo di euro nell'ultima finanziaria), ingiustificati acquisti di armamenti fatti apposta per interventi lontani, come la portaerei Conte di Cavour (costo: quasi un miliardo di euro, armamenti esclusi), dieci nuove fregate (3,5 miliardi di euro), 121 caccia Eurofighter (oltre 6,5 miliardi di euro). Fatti i conti, solo questi giocattoli rappresentano l'1 per cento del Pil. A proposito, a pagina 109 del programma-Bibbia dell'Unione si legge dell'impegno «a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti».
E' dal dissolvimento del Patto di Varsavia che i movimenti per la pace hanno chiesto una riduzione della spesa militare, con manifestazioni, marce per la pace Perugia-Assisi, marce per la riconversione da La Spezia a Portovenere, pressioni sul parlamento, emendamenti al bilancio dello stato. Dal 1989, ne è stata protagonista, ogni anno, la Campagna «Venti di Pace», che chiedeva la riduzione del 20% della spesa militare in cinque anni. A vedere i dati del Sipri, era una richiesta modesta: tra il 1989 e il 1996 la spesa militare mondiale è diminuita (in termini reali) del 30%. Ma dal 2000 è ripresa a salire, e siamo ora tornati vicini ai livelli della guerra fredda. Dal 2000 la richiesta di disarmare l'economia è nella Campagna «Sbilanciamoci!» che ha esteso le proposte di priorità alternative all'insieme del bilancio dello stato (http://www.sbilanciamoci.org).
La spesa militare è al centro del sistema di guerra del nostro paese: oltre a pagare le forze armate alimenta la produzione e l'esportazione di armi. La prima è quasi tutta in Finmeccanica (erede dell'industria di stato, ora controllata solo per un terzo dal Tesoro), 60 mila addetti nel mondo, 55 per cento di produzioni militari, al decimo posto nel mondo per vendite di armi. L'export nel 2005 è quadruplicato rispetto all'anno precedente (superando addirittura la Gran Bretagna) e nel settore delle armi leggere, quelle che provocano più morti nei conflitti, l'Italia è al secondo posto nel mondo.
Ridimensionare l'economia di guerra del nostro paese è una condizione per costruire la pace, per evitare le tentazioni di nuove armi e avventure militari, per chiudere quelle attuali. E' un obiettivo su cui c'è da vent'anni un lavoro sistematico della società civile e di reti di associazioni, dalla «Tavola della Pace» a «Controllarmi», di settori del sindacato e di gruppi di base. E' il progetto politico di questo pacifismo che non trova oggi attenzione non solo nel Dpef ma - si direbbe - nemmeno nelle forze politiche dell'Unione, tutte prese a dividersi sull'Afghanistan. Una vicenda, questa, rimasta ai margini dell'impegno dei movimenti, necessariamente concentrati sulla guerra in Iraq. Nell'immediato è essenziale respingere le pressioni Nato per un maggior impegno militare a Kabul e affermare una discontinuità con le politiche passate. Ma è difficile aspettarsi che la politica e le contrattazioni nei palazzi offrano scorciatoie a un lavoro che i movimenti stanno iniziando solo ora. La vera discontinuità che va chiesta oggi al governo è l'inizio di un percorso di legislatura che porti a disarmare, almeno un po', l'economia e la politica italiana. Trovando qui - come ha fatto la Germania rosso-verde e bianco-rossa - le risorse che mancano al Tesoro. E offrendo al pacifismo un segno di pace.

Articoli correlati

  • "Il PNRR serve per curare, non per fare la guerra"
    Disarmo
    Presa di posizione sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)

    "Il PNRR serve per curare, non per fare la guerra"

    Per il coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli "sarebbe incomprensibile, oltre che eticamente inaccettabile, che i fondi europei non siano utilizzati per la sanità, l’istruzione, il sociale, il trasporto pubblico e la transizione ecologica per essere invece distratti in spese militari”.
    8 aprile 2021
  • Come un giovane cadetto il PNRR è entrato civile ed è uscito in divisa
    Editoriale
    Il 18 per cento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) andrà in spese militari

    Come un giovane cadetto il PNRR è entrato civile ed è uscito in divisa

    Nelle commissioni di Camera e Senato è intervenuta qualche manina che vorrebbe dirottare una parte dei fondi europei, in arrivo con il Recovery plan, verso la filiera militare delle armi. Al comparto industriale militare quasi 27 miliardi di euro per investimenti dal 2017 al 2034.
    2 aprile 2021 - Mao Valpiana
  • Sorpresa nell’uovo di Pasqua: una parte del Recovery Plan destinata a nuove armi
    Disarmo
    Per il Senato occorre promuovere la filiera industriale con i fondi europei

    Sorpresa nell’uovo di Pasqua: una parte del Recovery Plan destinata a nuove armi

    Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare".
    2 aprile 2021 - Rete Italiana Pace e Disarmo
  • Chi autorizza le esportazioni di armamenti in Italia
    Disarmo
    Le autorizzazioni revocate alla RWM Italia Spa

    Chi autorizza le esportazioni di armamenti in Italia

    L'Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento, con diplomatici della Farnesina e rappresentanti di altre amministrazioni, ha il compito di applicare la legge 185/1990 e gli indirizzi del Governo
    22 marzo 2021 - Lidia Giannotti
PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Sito realizzato con PhPeace 2.6.39 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies - Diritto di replica - Posta elettronica certificata (PEC)